Il parere del lettore: Achille Signorile

Achille Signorile, autore che ho avuto modo di scoprire leggendo il suo “Rafelina piglia l’anguria“, recensisce Vanessa – Storia di una metamorfosi.

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vanessa libera 1

Ho letto con forte interesse “Vanessa”, un romanzo shoccante, dal linguaggio crudo e dalle situazioni al limite della paranoia. Ne ho centellinato le pagine, affascinato non dalle vicende che vi sono narrate, nè dall’immediatezza dei termini usati con studiata e violenta asprezza, ma dall’uso straordinariamente sapiente della parola, trascinata in vigorose trasposizioni analogiche e in ardite metafore che mi hanno ricordato a lungo il linguaggio poetico di Garcia Lorca e, sotto alcuni aspetti, di Ungaretti: sineddoche e sprezzature, epifonemi e ipotiposi e visioni sconvolgono il linguaggio parlato e bussano alla porta dell’animo di chi legge, elevando a poesia pura l’angoscia di Vanessa, la sua perdizione nel turbine dei sensi e tuttavia l’ansiosa tensione verso la catarsi.

Vanessa è tutti noi, in bilico fra ciò che siamo e ciò che vogliamo, in eterno conflitto con la nostra coscienza, immersi totalmente nell’eterno dualismo tra spirito e corpo – o, se vogliamo, tra ragione e sentimento (che è un altro modo di indicare le stesse cose!).

Vanessa è la nostra giovinezza, tutta slanci e curiosità e angoscia e perdizione: e quel suo voler andare fino in fondo nel turbinio sofferente del piacere, quasi a volersi annullare nella sconcertante tormenta dei sensi è lo specchio delle nostre inquietudini che affiorano immancabilmente quando attingiamo alle esperienze dei più remoti recessi del nostro corpo, traendone piacere e voluttà, ma restando con l’amaro in bocca perché feriti profondamente dalla nostra coscienza vigile in qualche recondita parte del nostro io.

Vanessa è la nostra maturità che cerca di darsi una ragione, anche là, dove la nostra ragione non vuol sentire ragioni, per darsi un decalogo morale proiettato al di là dei sensi.

Eppure Vanessa è anche la nostra vecchiaia, che si nutre  di ricordi e di rimpianti, che si crogiola nel proprio passato, ma non ne rinnega i guizzi, i tremiti e le miserie, rivisitandoli col passo felpato della saggezza e li esalta come guado inevitabile della nostra umanità

Posso affermare che Vanessa, più che un romanzo, è un testo di psicologia redatto con il lessico moderno e quotidiano che giunge dritto a chi legge, che forse lo scuote e lo irrigidisce per l’uso spregiudicato di una certa terminologia che fa arricciare il naso, tanto cara ai giovani e tanto lontana da quella “letteraria”, ma che, alla fine dà la misura del valore di una introspezione che, nella solitudine che circonda ciascuno di noi, ognuno è capace di compiere non solo per giustificare ciò che si fa e si vive, ma anche per elevarsene teleologicamente e, in fondo, liberatorio.

Forse (ma non è un appunto, è solo un mio personale modo di vedere…) la metamorfosi finale avrebbe dovuto essere meno frettolosa, più approfondita, più triturata, in una parola, più macerata nella coscienza e nella ragione di Vanessa: come nel Faust di Goethe, il transito dall’abbrutimento alla catarsi avrebbe dovuto seguire forse qualche passaggio in più, perché certe maturazioni esigono la turbolenza dell’inquietudine, la calma trepida della riflessione, il tormento dell’errore, ma inevitabilmente la lenta e dolorosa conquista del valico.

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Achille Signorile.

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