Archive for dicembre, 2009

27 dicembre 2009

La corsa selvatica

L’angolo del lettore esperto: Alessandro Olivero racconta LA CORSA SELVATICA, edizioni XII

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Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando

o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti

precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina.

Franco Battiato, Inneres Auge

Se mai s’è vista un’epigrafia per una recensione di un libro, scelgo di introdurla con La corsa selvatica di Riccardo Coltri, breve romanzo pregno di folclore del nord est italiano ambientato nei primi anni del Regno d’Italia: i boschi innevati del confine tirolese che coprono viaggi di aitanti incettatori, improvvisamente interessano medium, maestri di arti magiche di regioni lontane e nientemeno che gli affari interni dell’Esercito Regio. Una piccola contrada in particolare in cui qualcosa s’è risvegliato -o è stato risvegliato?- e sta per abbattersi furiosamente su chi vi si trova appresso.

La prima parte del romanzo ha una costruzione interessante: i personaggi vengono introdotti per quadri, le relazioni tra gli uni e gli altri saranno svelate nelle pagine successive con allunghi temporali in avanti e in indietro fino all’implosione della corsa selvatica. La seconda parte è sul contenimento di essa in una contrada ridotta a pochi abitanti e la ricerca metodica da parte di un singolare dipendente dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito Regio sulle cause di attacchi animali, forse di “grossi cani neri”, il cui numero sembra aumentare ad ogni discesa dai boschi.

Cos’è la corsa selvatica? Perché attacca per uccidere? Chi o cosa l’ha iniziata?

Domande che riservo al lettore, che sicuramente correrà anch’esso tra le pagine per scoprirne le risposte.

Riccardo Coltri è un abile autore fantastico, con discese nell’horror, che rielabora il folclore alpino e mediterraneo e che inserisce i suoi racconti nel vero storico: dopo Zeferina (2007), il Belpaese di metà Ottocento è nuovamente lo scenario di questo romanzo.

In appendice un appetitoso racconto sulla Katertempora o caccia selvaggia, riportata da Dario Spada – grande studioso di tradizioni popolari-  da un testimone che, a suo dire, ne è stato travolto.

Da 5 a 10 valuto:

* chiarezza dell’esposizione: 8. un grande merito di Riccardo Coltri è nei suoi tempi per svelare la trama. Pur essendo breve, il romanzo si sbroglia lentamente, soprattutto nella prima parte.

* obiettività e professionalità dell’Autore: 7. Il romanzo è inserito in un ambiente storico particolare, in un’area soggetta a forti tensioni internazionali -l’Italia sta raccogliendo le sue regioni in un regno solo e la temuta Austria è appena dietro i monti- ma l’autore sembra –ripeto: sembra- preferire inquadrare esclusivamente gli avvenimenti presso quella piccola contrada chiusa dalla neve e dai boschi; per cui leggo tensioni implicite per le ragioni descritte su e ricavate da me e tensioni esplicite per la caccia selvatica espresse dall’autore: tensione per il nemico non visto ma sentitamente vicino che prevarrà in tutte le pagine del romanzo.

* attrattiva del libro in quanto a contenuti: 7. Vi dirò: La corsa selvatica, con le debite differenze locali, mi ha fortemente ricordato il film Il mistero di Sleepy Hollow di Tim Burton che, non a caso, è stato tratto anch’esso da una leggenda popolare.

* attrattiva del libro in quanto prodotto editoriale: 8. Il libro al solito è ottimamente confezionato da una copertina ad hoc.

* quanto ha appagato la tua curiosità o arricchito il tuo sapere 7. Francamente non ero a conoscenza della leggenda della corsa o caccia selvatica. Sicuramente il libro non offre, né credo voglia offrire, un quadro approfondito del periodo storico in cui è ambientato il romanzo concedendo più spazio al fantastico. Penso che in tal modo, ne giova la leggerezza e velocità di lettura.

26 dicembre 2009

Inchiostro vivo

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Inchiostro Vivo è un romanzo breve piuttosto interessante. Ha una struttura concentrica, si presenta come un testo metanarrativo, al limite del cinematografico per alcuni aspetti; romantico e disincantato, testardo e puerile; attuale per la forte contestualizzazione, eppure non limitato al dato materiale quanto a quello concettuale. Uomo e scrittore fusi in un filo d’inchiostro. Finali da scrivere in punta di dita ed esistenze immaginate, vissute, assaporate, cancellate e poi riscritte. Cosa accadrebbe se scrittore e personaggio coesistessero conducendo vite parallele, separate solo in apparenza? Franzoso, che ha uno stile molto naturale, un lessico estremamente gradevole, e una capacità rielaborativa del pensiero, piuttosto intelligente, crea una impalcatura ideale coi fiocchi, fondendo in un solo concetto – da cui il titolo – un dato inoppugnabile: scrivere vuol dire dare ordine alla vita, non solo alle idee, e chi scrive, sta sempre parlando di sé. Se non di un sé tangibile, di uno sicuramente più metafisico ma comunque afferrabile.

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Alessandra Di Gregorio

26 dicembre 2009

L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso, di Fabrizio Gabrielli, è una raccolta antologica di racconti random dallo stile accattivante. Come dice lui stesso nel suo blog, di pesci rossi si parla brevemente, proprio nel racconto d’apertura, in cui pesci rossi sbucano ovunque in forme ossessive e ossessionanti. Nel resto del libro non ci sono più pesci ma porzioni di umanità qualunque, prese qui e lì, raccontate con uno stile letterario piacevole, incalzante, che rinvia al motivo della precarietà dell’udire e del vedere, alle mancate memorie di fatti e tempi, sentimenti e valori; persino alla mancanza di concreta concentrazione relativamente alle azioni che compiamo, alle emozioni che proviamo. Il divenire quotidiano e incostante è narrato in maniera apparentemente “scanzonata”, al limite del favolistico, come la cosa avvenisse per un puro fortuito caso, come la cosa non riguardasse direttamente chi sta raccontando o le cose che vengono raccontate. Il dato si realizza attraverso la costruzione di testi brevi e ultra-brevi, che dalla stramberia alla sobrietà toccano tutte le vette dell’interessante, in una costruzione talmente asimmetrica da apparire regolare, continua, omogenea. In questa raccolta come mai altrove ho avuto modo di vedere, l’abilità dello scrittore si appunta sulla parola e non sulla trama, come giustamente dovrebbe essere, perché non c’è penna più lungimirante di quella che non si rende schiava di un soggetto, ma è il soggetto stesso di quanto riversa sul foglio.

Alessandra Di Gregorio

25 dicembre 2009

Fate dei figli

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

* Titolo: Fate dei figli. La magia della vita

* Autore: Montanari Daniela

* Editore: Pendragon

* Data di Pubblicazione: 2008

* ISBN: 9788883426247

* Dettagli: p. 92

Fate dei figli, di Daniela Montanari, targato Pendragon, è un volumetto rivolto ai grandi ma da leggere ai più piccoli quando cominciano a porre domande a mamma e papà. Rivolto alle donne che non sono ancora madri, ma che sono soprattutto figlie. L’Autrice affronta con grazia e dolcezza il punto di vista dei nuovi nati, di quelli che fino a una certa età parlano con noi senza che possiamo udirli. Da un lato dunque vediamo madri alle prese per la prima volta con la maternità, donne che non sono ancora madri e forse non lo saranno mai, e neonati che rivolgono alle fate domande importanti, quesiti che sfuggono ai grandi perché i grandi da un certo punto in poi smettono di sentire. Più per questioni di mancata percezione dell’oltre, che per questioni psico-attitudinali.

Il quadro disegnato dalla Montanari racconta quindi, di uomini e donne posti di fronte al miracolo della vita, ignari della grandezza dell’essere da poco venuto al mondo. Racconta di disparità nel ruolo genitoriale, e del fatto che non basta essere donne per avere un concreto rapporto col bebè. Perché il bebè è pur sempre un mistero, per puericultori e puerpere, ma è anche un essere concretamente magico. Sulla cui provenienza e storia sappiamo solo quanto di clinico ed emotivo ci sforziamo di sapere, dimenticando di aver attraversato noi stessi quell’insolita fase di sospensione.

Sfogliando questo libro si ha l’impressione che le fate dei bambini siano in verità proiezioni di un io prepotente e ancestrale, che si scrolla di dosso i facili egoismi degli adulti, o di quando poi adulti si diventa (perché alla fine tutti abbandonano una condizione per esistere nell’altra) – perché da adulti ci si trincera troppo spesso nel mancato ascolto delle pulsazioni elementari della vita.

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Alessandra Di Gregorio

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