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25 gennaio 2010

Caterina Armentano

Oggi parliamo con Caterina Armentano. Intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

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A: Scrivere. Perché?

C:Perché esistono mondi interiori che vanno svelati, presentati anche agli altri. Perché ognuno di noi ha una propria prospettiva, uno sguardo unico verso il mondo e solo scrivendo si da l’opportunità agli altri di incanalarsi verso quello sguardo, verso quella nuova prospettiva, che può o non può essere apprezzabile, discutibile, accessibile ma la parola in quel caso diventa via di transito, di comunicazione.

A: Scrivere. Cosa?

C: La vita e tutto ciò che la circonda. La morte e tutto ciò che le appartiene. Ciò che ci riempie e ci sostiene. Situazioni, eventi che caratterizzano la società e creano le vicissitudine e le storie che creano la storia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni

C: Come scrittrice sono molto decisa. So quello che voglio raccontare e perché. La mia non è una battaglia o una lotta ho qualcosa da dire e so che la mia capacità di scrittura è migliore di quella oratoria. Per questo la scrittura diventa il mio strumento per raccontare e costruire.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: Una spada. Una bacchetta magica. Una chiave che apre molte porte, tutte quelle che io desidero spalancare.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: Prima scrivevo per esprimere esclusivamente me stessa stando poco attenta alla forma, mi consentivo piccoli esperimenti stilistici senza crearmi troppi problemi o farmi troppe domande. Ora invece ho imparato a stare più attenta alla forma e a rileggere con più attenzione quello che ho scritto. Mi sento più responsabile verso il mio pubblico, verso coloro che mi seguono e mi apprezzano perché so che esistono delle aspettative e ciò mi sprona a fare sempre meglio.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Introspettivo: perché analizzo in profondità ogni personaggio cercando di cogliere le diverse sfaccettature della psiche. Realistico: narro la realtà dei fatti con piglio crudo e diretto senza troppi giri di parole. Arcaico:sono sempre alla ricerca di assonanze e analogie che diano come risultato uno stile fresco e dinamico ma che richiamano alla mente sensazioni arcaiche e remote.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C: Il mio libro è una raccolta di otto racconti che narra vicende esclusivamente femminili. Storie che rappresentano una realtà a cui spesso non badiamo perché siamo abituati a voltare la testa dall’altra parte quando scorgiamo la sofferenza e la violenza. Il mio libro parla di donne rannicchiate nel proprio io abbandonate a se stesse, incapaci di uscire dall’orrore in cui vivono perché piegate a una mentalità meschina e maschilista. Bisogna conoscere quello che hanno attraversato le nostre nonne per capire chi siamo e dove andiamo. È una radice dell’albero della femminilità e per questo va custodito.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Scrivo di getto. Picchietto sulla tastiera del mio pc a una velocità supersonica senza guardare lo schermo per ore. La storia mi gira in testa per giorni, settimane, parlo persino con i personaggi imparo a conoscerli e una volta che il flusso di pensieri diventa parola scritta abbandono il tutto per alcuni giorni. Rileggo, correggo e lascio la storia riposare in una cartella del mio pc fino a quando non mi sento pronta a revisionarlo. Farlo subito mi impedisce di notare errori e ripetizioni e soprattutto non mi consentirebbe di distaccarmene abbastanza per essere obiettiva.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: Quando si scrive si scrive per amore, amore per la scrittura. Si scrive per creare, per lasciare una traccia, per sfogarsi, per raccontarsi, per raccontare gli altri, per lasciare la propria immagine fatta di verbi, coniugazioni, avverbi, aggettivi e quant’altro. Si scrive perché la storia di qualcuno ci ha fatto febbricitare la mente, perché uno sguardo ci ha portato sulla pelle nuove sensazioni, perché qualcosa ci ha offeso, fatto adirare, sconvolto o indignato. Perché in un granello di sabbia vediamo il deserto e in una goccia d’acqua il mare, perché ognuno di noi plasma la propria fantasia a suo piacimento ed esprime se stesso attraverso quello che crede o sa di far meglio.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Non è che una critica negativa mi faccia esultare! Non nego neanche che per giorni ripenso molto a quello che mi è stato detto o scritto ma questo non mi demoralizza perché prima di tutto so che il mio stile e le mie storie non possono piacere a tutti e successivamente so di essere umana e quindi capace anche di sbagliare. L’esperienza serve a farmi crescere come persona e come scrittrice e se desidero continuare a fare questo mestiere devo comportarmi come quelle sarte laboriose che nonostante si pungono con l’ago continuano a cucire. Una volta terminata la stesura di un nuovo scritto e accompagnato verso il mondo di fuori, lascio che prosegua verso il suo futuro, soprattutto perché quel viaggio il più delle volte richiama anche me a nuove avventure e nuove conoscenze.

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25 gennaio 2010

Vertigine

di Francesco Aloe, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Vertigine è un romanzo con i fiocchi. Ho letto questo libro con somma soddisfazione e lo consiglio agli appassionati di thriller e di giovani penne acute e originali.

Francesco Aloe crea una struttura narrativa senza sbavature, in cui suspense, apparato linguistico-letterario, emotività dei personaggi, trama, contesto paesaggistico e svolgimento, sono tesi alla proiezione di una storia studiata ad arte. Una ragnatela di emozioni contrastanti e tensione ci accompagna sulle tracce di Frank, un poliziotto che si ritrova a indagare su uno strano delitto in una piccola cittadina norvegese.

La vertigine è quella che prova fisicamente, immerso com’è in una natura ostile e rigida, ed è quella che sentiamo noi quando la situazione precipita e Frank si ritrova a un passo dalla fine, con l’assassino in casa. Aloe getta il seme per il mito di genere, disegnando, quasi con l’abilità del fumettista, un personaggio netto, definito, uno di quelli che ancora s’interroga su grandi misteri come gli Ufo e la fine del mondo nel 2012, e che si farà di certo ricordare. Il libro si legge d’un fiato. La storia è credibile, lucida, calibrata.

Mi rammarica solo l’infelice scelta di Edizioni 0111 di non curare le bozze (per quanto ampiamente giustificabile per tutte le cose che sappiamo della piccola editoria, non l’approvo perlomeno per testi come questo e diversi altri che ho avuto modo di leggere, sui quali la casa editrice non ha capito di dover puntare con più forza, anche proprio per fini commerciali).

Alessandra Di Gregorio.

25 gennaio 2010

Vite tra tenute

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Ringrazio Pellegrini Editore per la collaborazione.

Pellegrini Editore raccoglie le voci dei detenuti dell’Alta sicurezza di Vibo Valentia, in un volume emblematicamente intitolato Vite tra tenute. Vite trattenute. È di questo che logicamente si parla. Il racconto sofferto, autentico, colloquiale e quotidiano, di persone che hanno imboccato la strada sbagliata a un bivio delle loro vite.

A che pro un volume di questo genere, viene da chiedersi, specie alla luce del generale senso d’impunità annichilente che rende di solito le vittime, vittime due volte? Per quanto tragicamente reale, la verità concernente il crimine ha sempre più d’un volto, allora il racconto si fa inevitabilmente corale, frastornato, umile e sì, virile, d’impatto, necessario, episodico, diaristico.

Il libro ci pone nella scomoda condizione di considerare il lato delle circostanze che solitamente si preferisce tenere meno a mente.

Di fronte al fallimento della società nella gestione delle risorse umane, e al pretesto politico di identificare il crimine con le persone, gli atti e le circostanze, il racconto campionato di questi individui è un saggio di umanità al contrario, dove i facili distinguo vengono meno, spazzati via dalla gestione concreta della pena detentiva e di quella interiore.

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Alessandra Di Gregorio.

25 gennaio 2010

Abattoir

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Ringrazio Edizioni XII per l’amichevole collaborazione.

Ho iniziato a leggere questo libro basandomi sull’aspettativa dovuta alla mole di parole spese a favore dell’Autore da altri recensori e lettori, ricredendomi però quasi subito (in parte, s’intende). Sì, perché se in generale le atmosfere da incubo del giovane autore possono dirsi più o meno rispondenti al genere che pratica, dal punto di vista letterario siamo di poco o nulla sopra la sufficienza. Abattoir raccoglie racconti d’ombra, di sangue, di spettri, ma i bagliori che trovo all’interno sono a mio avviso fievoli – o comunque incostanti. C’è una sorta di consapevole imitazione/concorrenza a fatti e miti orrorifici già noti (per quanto non manchino spunti originali piacevolmente ironici), praticati qui con l’improba scioltezza degli esordi. Bravo addomesticatore di atmosfere, non è ancora pienamente creatore. Dipana le storie con la destrezza di un affabulatore moderno intriso di necessità antiche, ma ci si aspetta di trovarlo più a suo agio con una parola distesa, affascinante, che sappia conquistare palati fini.

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Alessandra Di Gregorio.

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