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8 marzo 2010

Il Gioco

Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Il Gioco è un volume pieno di fuoco e malinconie sottili, dove il silenzio è una tomba e il palpito di grembi e membri si fa musica ridondante, persistente, ripetitiva. La costruzione dell’asse testual-poetico, qui si focalizza per intero sugli attimi in cui la veste sparisce e olfatto tatto e gusto sono più che sensi estensione dei propri istinti.

Carla Zancanaro approccia la poesia con una spigliatezza naturale inverdita da auree erotiche molto schiette. La sua è una poesia carnale, d’impatto, fortemente intrisa del realismo corporeo tipico dei Sudamericani. In Lei l’uso della metafora è finalizzato al gioco di sessi che si trovano e ritrovano all’infinito, col gusto tipico di chi non è lirico ma fisico, concentrato in un lessico unico, onnicomprensivo; avvitato su se stesso, sul proprio Io corporeo più evidente. Il lessico si fa infatti stringato, denso, avviluppato a forme d’eros impellenti.

Non senti l’allodola cantare? La notte non aveva più favole da raccontarmi, sul letto sfatto si era consumato il mio tempo […] Nuda allo specchio, complice il buio, il mio corpo esulta. […] Affusolate dita, richiami di tam-tam sulla mia stella che arde e s’apre. Freme quell’indice curioso, s’immerge riemerge, s’imbeve del succoso frutto, funambolo sull’orlo dell’abisso […].

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Alessandra Di Gregorio

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