Il cerchio delle fate

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio (per Progetto Babele)

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Titolo: Il cerchio delle fate. Cinque storie neogotiche

Autore: Dello Stritto Antonella

Editore: Bastogi Editrice Italiana

Collana: Narratori italiani

ISBN: 8881858886

ISBN-13: 9788881858880

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Ammetto di aver trovato questo libro molto attraente sin dal primo istante, causa visione della copertina, che riporta il celebre dipinto L’incubo, di Johann Einrich Füssli. Dipinto che in sostanza racconta, senza svelare, i passaggi più intimi di questo volume piuttosto ricco e complesso, tutto giocato su sentori di metamorfosi reali o immaginifiche, figure astratte che si palesano in un tramestìo di colorate e caotiche apparizioni; figure concrete che si spersonalizzano nella febbricitante divagazione del sogno, e nel passaggio di quest’ultimo a visione negativa, incubo vero e proprio, virato nei toni della magia, del favoloso, del naturalistico e dell’antropologico di natura arcana.

Antonella Dello Stritto modula il suo libro attraverso un impianto preciso, direi rigoroso e ben scelto. La sua è una lingua colma, piena di ricorrenze, ora a carattere prettamente lessicale, ora figurativo e mitico, in cui la ricerca del bello nell’ossessivo gioco della trasmutazione onirico-visivo-arboristica, ripercorre strade care agli antichi tanto quanto ai romantici, che della sovrapposizione del reale col grottesco ai limiti dell’orrorifico, hanno fatto un manifesto.

Atmosfere da sogno e trasognate, metamorfosi cercate e volute, metamorfosi del corpo e dello spirito, frapposte all’immutabilità del tempo, che tutto ingloba senza essere mai inglobato.

Un testo diviso in cinque racconti, in cui l’idea dell’identità fisica e concettuale, viene presa e rivoltata decine di volte, come a significare la necessità di uno scavo sempre più profondo, che consenta di portare alla luce una pelle sempre diversa e non sempre piacevole.

Sorprendenti le figure disegnate dall’Autrice, la quale mesce con annosa sapienza la ricercatezza della parola, l’armonia del disegno narrativo, anche quando le tinte da chiare si fanno terribilmente fosche, alla coerenza di un ideale di bellezza perduta e fosca, legata all’elemento naturale come suo imprescindibile e costante riferimento.

Molto forti le immagini a sfondo sensuale, che paiono conglobare ampolle di licenzioso eros panico, proprio sullo stile delle fonti mitiche romane e greche. Importanti le ricorrenze legate al mondo femminile, alla rivendicazione dell’identità della donna, presa tanto nella sua componente materiale che nella sua svestizione e trasformazione in figura arcaica, immanente, fatata e arboricola.

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Alessandra Di Gregorio

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