Archive for settembre, 2011

16 settembre 2011

In cosa mai siamo mortali?

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: In cosa mai siamo mortali?
Autore: Milo Cesario
Editore: Zona
Collana: Zona contemporanea
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8864381813
ISBN-13: 9788864381817

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In cosa mai siamo mortali? – raccolta poetica di Cesario Milo, edita da Zona, si presenta come un testo visionario, iper-carico, lucido, caotico.

Un testo in cui è chiara la delirio-visione di un Poeta abbagliato dunque disincantato, in grado, conseguentemente, di riportare attraverso il mezzo della penna – dunque una forma di ratio rigenerata – lo stato dell’arte e dell’emotività dell’artista/uomo, irretito da un quotidiano senza spinte che non concedono più spinte.

Visioni, allucinazioni, fredda consapevolezza che si fa riflessione poetica, criticità, sopravvalutazione e svalutazione, umanità appesa tra il sacro della speranza e il profano della delusione, presi e rovesciati qui dall’Autore, attraverso il non-filtro della sua mente. Egli, per necessità, sa “simulare”, perché la sua sensibilità creativa lo pone nella Società come il celebrante di molti riti.

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9 settembre 2011

Racconti dell’albero rosso

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Racconti dell’albero rosso
Autore: Russo Massimiliano
Editore: Zona
Collana: Zona contemporanea
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8864381805
ISBN-13: 9788864381800

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Racconti dell’Albero Rosso, di Massimiliano Russo, è una breve raccolta di racconti in apparenza sciolti, ma perlopiù concatenati da un filo discorsivo dalle valenze fiabesche, moraleggianti, poetiche e/o farsesche (con evoluzioni e involuzioni sia all’interno del dettato che del costrutto), in cui a una lingua facile quasi elementare – pur sempre espressiva – si affianca un fraseggio ricco e pulito.

Il tono fiabesco è dato dall’uso di immagini “minute” e figure infantili da fiaba moderna, in cui il tocco moderno è dato essenzialmente dall’ambientazione e dai referenti del discorso, oltre che dagli aspetti esteriori dei personaggi e da un uso della lingua sintetico e concreto anche quando la lingua è chiamata a materializzare l’immateriale; vale a dire che il lessico si presenta molto estetico ma anche di contenuto. Nell’insieme si ha l’impressione di un disegno in movimento.

La vena moraleggiante si riferisce alla morale in senso classico, anche se gestita in maniera appunto moderna e poco consueta. Ogni racconto custodisce – tanto con l’accompagnamento di una nota ironica o satirica, che con una nota di paternale affetto – una sua cornice di razionalità ad effetto, e l’effetto è dato dal ricorso a un linguaggio estetizzante, labirintico, ricco di assonanze; a volte ai limiti del “filastrocchesco”, in un gioco di bizzarrie più per l’orecchio che per la semantica.

L’approccio è infatti alto rispetto a ciò che ci si aspetterebbe da un autore tanto giovane e per di più alle prese con racconti spiccioli e brevi, talvolta appena abbozzati, talmente sottili da intravvedersi appena; a volte il lessico è scarno, a volte meno, al punto che la scrittura appare ellittica e non dice anche quando sta dicendo. La leggerezza è un altro tratto fondamentale dell’Autore, unitamente a consapevolezza e dolcezza.

Le figure del discorso sono personaggi sui generis e al tempo stesso figure prese dal vero. L’Autore genera una commistione senza tempo tra la magia della parola – con un dettato molto equilibrato e inquadrato – e l’uso di tocchi molto moderni quando introduce figure attuali di cui mostra i vizi, arrivando a smitizzare il suo linguaggio più aereo e/o labirintico, per renderlo semplicemente concreto e motteggiante. Solo a un certo punto però, i personaggi cominciano a sommarsi nello stesso racconto, e le loro storie diventano una storia più nutrita. Il Narratore rafforza la sensazione di stare a giocare col Lettore, usando le storie come farebbe un bizzarro giocoliere.

Segnalo nell’ordine:

Nudo e gli altri uomini nel tempo, un brano in cui la figura dell’uomo è raccontata attraverso la perdita dei costumi – in questo caso il “vestito” funge da analogia col concetto di Società – e Nudo riporta, nel suo vagare, il resto degli uomini alla elementarità, scoprendo, com’è probabile che accada, più l’assenza di valori elementari che altro. Spogliati dei costumi e dei principi, c’è solo pelle e l’Autore parla della pelle “che prude se non ti lavi” (un concetto altamente qualificante per la sua penna, non c’è dubbio), e di un “gyser” in grado di ripulire. Nudo cerca la fonte, cioè l’origine dell’essenza primitiva, e trovatala, è lì che va a lavarsi, ma suscita curiosità in chi lo guarda e ne scopre le idee anticonvenzionali; Gon è vestito, infatti, cioè ha una posizione sociale gradevole agli occhi di chi gli sta intorno – è accettato – e Nudo si chiede se sarà in grado di rinunciare a ciò che lo conforma, ma verrà sorpreso proprio dalla volontà di Gon (una leggerezza?) di volersi lavare alla fonte segreta. Al momento del sopraggiungere del poderoso getto, Nudo, già ridotto ai minimi termini, è tutto ciò che resta, perché Gon – vestito di Civiltà – svanisce con l’acqua, in quanto inconsistente, praticamente non esisteva. Dunque noi cosa siamo? Proiezioni del disegno di qualcuno? Interrogarsi a riguardo è sempre giusto. In questo racconto – per altro il racconto proemiale della raccolta – il senso vivido della necessità di auto-inquadrarsi è ciò che sostanzia l’intero soggetto. Da qui deriva anche il fascino di una visione completa, unitaria, riassuntiva. In generale, infatti, l’intero libro si concentra sulla questione delle identità, dei punti di vista, della formazione e deformazione dell’individuo posto di fronte a se stesso e dell’individuo a contatto con altri e con la Società, delle sue modificazioni, sviluppi, etc.

La mosca parlante, il guaio di Lucignolo, è uno dei brani più gradevoli. Quando l’Autore rende più manifesto il senso di quanto andrà a comunicare, il Lettore si sofferma facendo meno sforzi per seguire il “groviglio ipotattico” del testo. In questo racconto non solo viene fuori l’interessante punto di raccordo tra una storia nota – quella di Pinocchio – e quella immaginata di Lucignolo, ma nell’esatto punto d’intersezione tra l’una e l’altra, è possibile trovare una lucida morale (a Lucignolo è toccata in sorte una mosca che si dichiara Amica, e che dichiara di volerlo guidare fuori dai guai, ma dal rapporto con essa sono dipese le azioni che lo hanno condotto poi a godere di una pessima fama – meritata) ma anche una diagnosi lineare dell’identità del personaggio posta di fronte allo specchio di un antagonista scelto (Pinocchio inteso come il buono della situazione). Impeccabile tutta la periodizzazione. Il testo è asciutto e compatto; il lessico aderente al soggetto, sintatticamente coeso e coerente. In sostanza l’Autore rende conto del fatto che la definizione di identità corrente è anche questione di “Fortuna” – fortuna intesa come l’Agente Caos che addizionando A a B e non B a C, è in grado non solo di influenzare, bensì di generare, un risultato visibile. Contestabile, però, anche nel suo essere fortuito, giacché secondo la logica del giudizio, se A e B sono stati sommati, è perché hanno acconsentito entrambi, quando – volendo – potevano anche opporsi alla fatalità…

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