Archive for novembre, 2011

30 novembre 2011

Il bosco della bella addormentata

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il bosco della bella addormentata
Autore: Patrizia Az
Editore: ARPANet
Collana: Autori italiani
Data di Pubblicazione: 2006
ISBN: 8874260164
ISBN-13: 9788874260164

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Il Bosco della Bella Addormentata, di Patrizia AZ, Edizioni Arpanet, storia vera e in qualche modo romanzata, come solo l’autenticità può essere, nel suo farsi storia di tutti, è un libro letto in due giorni ma probabilmente venuto alla luce dopo molti patemi; dopotutto, al di là di forme e tecnicismi, grammatica e lessico, ogni libro è frutto di una elaborazione complessa (nella mente come sulla carta), e relativamente a questo testo mi viene da pensare che non potrebbe essere altrimenti, visto ciò che ci troviamo dentro, nonostante la modalità molto razionale (nel senso che il disegno del narrato non è caotico, spaesato, tutt’altro) e il taglio netto, preciso, dato all’insieme. Insomma l’Autrice non è una sprovveduta con la penna; al contrario, sa esattamente cosa dire e come dirlo – il che, a ben guardare, rende il suo libro un vero libro e la sua storia qualcosa da potersi tramandare e trasmettere compiutamente.

Il libro di Patrizia AZ racconta di due bambini fattisi grandi e di com’è stato riempito lo spazio da A a B, da un momento iniziale a un momento attuale – modo come un altro per dire che il romanzo racconta la vita dall’alba all’età adulta di un fratello e una sorella in una Bologna fotografata in circa quarant’anni di cambiamenti. Quello che ne viene fuori è un quadro oltremodo desolante, volendo dirla in maniera spicciola, ma la precisione con cui l’Autrice narra di queste vicende, ci fa percepire la straordinaria (e necessaria) presa di coscienza che neanche il disincanto e il degrado sono stati capaci di annullare.

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24 novembre 2011

Il sussurro della donna balena

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il sussurro della donna balena
Autore: Alonso Cueto
Traduttore: Quadrio L.
Editore: Cavallo di Ferro
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8879070436
ISBN-13: 9788879070430

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Questo libro giaceva sulla mia libreria da un po’ e ammetto che la sua copertina è per me sempre stata fonte di attrazione. Ieri sera finalmente lo prendo, mi metto a letto, e inizio a leggerlo, convinta di potermene staccare al massimo dopo la prima cinquantina di pagine, così da continuare la lettura nei giorni successivi.

All’una meno venti l’avevo già finito, e mentre leggevo, oltre ad apprezzare la scrittura di Cueto, un autore che non conoscevo ma che sono felice di aver letto, un misto di sentimenti contrastanti si faceva largo nella mia mente. Talmente a fondo da farmi divorare il libro nel giro di un paio d’ore.

Come tutti i sudamericani, anche Cueto è in grado di sviscerare i sentimenti del corpo e dell’anima in maniera piena, quasi elementare, inserendoli in un contesto “normale”, rendendoli appunto la norma della vita senza la febbrile esaltazione che all’opposto gli daremmo noi – siano essi deliranti e tristi, mortificanti e folli, siano essi vivaci e portatori di felicità.

In questo romanzo di felicità non v’è traccia. Veronica e Rebeca mi sembrano le facce di una stessa medaglia, una medaglia – quella umana – che pesa anche quando pare che non pesi niente. C’è poi anche il peso di Rebeca, la “donna balena”, che si nutre fino al parossismo introiettando altra infelicità che un po’ la rassicuri, ma venticinque anni di infelicità legati a un episodio cardine dell’adolescenza, restano lì a marcire nello stomaco, a far ribollire i pensieri e la pancia di effluvi malefici.

Ciò che divora l’anima è un elemento sempre bi-fronte: l’assenza di amore esterno che genera l’assenza dell’amore per se stessi.

Al contrario, Veronica ha la fissazione della cura del suo aspetto e ha messo l’anima in cantina, e pur continuando a pensare a quell’amica adorata e bizzarra, che non ha mai avuto il coraggio di difendere in pubblico, e pur adducendo scuse verso se stessa, per la mancanza di evidente coraggio prima e dopo, il terreno le viene meno sotto ai piedi, nonostante la leggerezza del suo corpo di quarantaduenne di successo.

Di questo libro dunque trovo apprezzabili e importanti non solo la trama in sé e la caratura di una scrittura semplice e coinvolgente, ma soprattutto lo sguardo con cui ci si dedica al tempo quale maestro di qualcosa che si capisce solo dopo.

Sì perché la nemesi è in fondo anche una forma di evoluzione e conservazione di sé, ma è soprattutto un avvicinamento alla forma che si vuole raggiungere; un modo come un altro di cercare, attraverso bisogni e soluzioni ai bisogni, la propria appartenenza a se stessi, che sia in questo mondo o nell’altro.

Viene da pensare che l’umanità, privandosi di un senso di pietà e del senso della moralità autentici, in realtà abbia perso la propria essenza, e per questo creato mostri – ora più appariscenti ora meno, perfino gradevolissimi alla vista. Tutto questo mette in pericolo noi stessi e il candore con cui sia ad occhi chiusi che aperti, siamo in grado di opporci alla meschinità, e alla lunga fa sì che noi per primi, a differenza di chi è a-morale da sempre, ci riveliamo la peggiore messa in scena della vita altrui e nostra.

Veronica attendeva da venticinque anni l’assoluzione, ma non ha saputo risolvere il divario terribile che in una età tanto complessa – per alcuni devastante – aveva fatto di lei una persona vile – una traditrice. Non scappava da Rebeca e dall’autodistruzione cui aveva contribuito a condannarla, né scappava dalla sua malattia, dai problemi di lei, dalle chiacchiere dei compagni… Scappava, seppur su tacchi alti vestiti alla moda e toniche gambe, da quella ragazzina che voleva bene a Rebeca e aveva scelto ugualmente di farle del male senza motivo.

Si dice che la civiltà rigetti gli esseri deformi e gli esseri strani, siano deformi e strani nel corpo e nella mente, e peggio ancora se sono deformi e strani in entrambi. Così nasce l’emarginazione, che è una cosa a volte sottile, a volte molto più visibile; razza, colore della pelle, sesso, religione, gusti sessuali, e così via… L’emarginazione è un lager fatto di filo spinato invisibile, perlopiù, ma quando si resta imprigionati in un corpo e soprattutto nella mente che ha creato quel muro, non si sta scappando dai propri nemici. Si sta gridando disperatamente aiuto in una sala di sordi.

Lungi dallo scadere in moralismi e patetismi dell’ultima ora, Cueto è un maestro di evidente bravura. Perché lascia che i personaggi vivano tutte le tensioni che arrivano a scuotere mondi in apparenza perfetti. Perché lascia che tutto affiori, in un climax calibrato alla perfezione. Perché non ha bisogno di nascondersi dietro a un dito, creando due personaggi come Veronica e Rebeca, che non ci piaceranno per gli stessi motivi, anche se tra di loro tendenzialmente saremo più portati a scegliere di stare dalla parte della perfetta Veronica. Cueto divide a metà uno specchio e alla fine, non c’è una più bella del reame. C’è solo bisogno di perdono.

Alessandra Di Gregorio

20 novembre 2011

Sul filo di lama

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Sul filo di lama
Autore: Marcellino Lombardi
Editore: Nuovi Autori
Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8875682240
ISBN-13: 9788875682248

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Di rado la satira mi è apparsa così gradevole, intelligente, razionale e originale, come mi è capitato di pensare scorrendo le pagine della breve raccolta “Sul filo di lama”, di Marcellino Lombardi.

La raccolta si articola in una serie di racconti dal carattere fresco e ironico, nei quali l’Autore pone l’accento – ora in maniera più sottile, ora in maniera più vistosa – su argomenti di attualità, temi scottanti e di pubblico interesse.

La realtà da lui vagliata è riconducibile sicuramente a quella italiana, a quella “nostrana”, dati i notevoli ed espliciti riferimenti concreti ed attuali alla malasanità, al lavoro, all’occupazione/disoccupazione, all’università, alla criminalità, alle prospettive sociali etc. A tali riferimenti però possiamo aggiungere quelli di carattere più – per così dire – “paradossale”, ovvero quella serie di elucubrazioni di carattere più squisitamente intellettuale, relative all’analisi degli aspetti più assurdi e degenerativi della nostra realtà passata e odierna.

Mi viene da pensare che l’approccio del Lombardi, lungi dal voler essere didascalico o, in qualche modo, anche solo vagamente programmatico, in verità sia incentrato sulla necessità e sul dovere di palesare, attraverso il ricorso alla satira, l’uso del raziocinio, applicato in maniera coerente a quanto attiene la sfera sociale e collettiva, a cui tutti noi facciamo riferimento.

Infatti, ciò che risulta più evidente, è senz’altro il DINAMISMO non solo nell’approccio narrativo concreto, visibile anche al lettore meno esperto, ma anche nel pensiero, nell’analisi schietta e particolareggiata delle incongruenze sociali di cui siamo vittime e testimoni; l’Autore, lungi dal voler prospettare false soluzioni ad annosi problemi, e lungi dal voler utilizzare il solito patetismo/paternalismo patriottico-popolare, propone in modo arguto e franco chiavi di lettura che sondano più la natura umana imperfetta e corruttibile, che le nude cause e occorrenze di un problema.

Sebbene principiando la lettura si possa sospettare una mancanza di efficacia – tanto narrativa che filosofico-speculativa – nei racconti, vista la scrittura in apparenza troppo fiacca, leggera e unicamente descrittiva, modulata sul classico schema della “barzelletta” – o al massimo della vignetta satirica – in realtà, scorrendo le pagine, ci si congratula con la positiva svolta intrapresa dal libro. A subire una svolta è non solo l’impianto linguistico ma anche quello concettuale; questo ribaltamento di prospettive permette dunque di apprezzare uno stile asciutto e lineare, un amore per la parola poco sofisticata ma molto intelligente, vivace e brillante. Il periodare, infatti, è sempre molto andante. Il taglio dei racconti, perlopiù di natura argomentativa, è reso tonico dalla scelta di un lessico colloquiale ma non banale, e da uno stile prospettico, chiaro e marcatamente funzionale allo scopo che l’Autore si è proposto.

Egli, infatti, non sceglie di assoggettare il fine argomentativo e/o educativo, né il proprio proposito di portatore sano di lente di ingrandimento, agli scopi di “trama”, come farebbero lo scrittore e il pensatore poco esperti. Al contrario, le trame, brevi e volatili, sono – com’è giusto quando si vuole fare della satira degna di questo nome – solo l’ornamento, il vestito più o meno appariscente, di un corpo fatto di masse muscolari ben distinte. Attraverso il vestito siamo chiamati a imparare qualcosa di più su di noi e sul corpo collettivo.

L’Autore, che oltre a scrivere pensa, sa che non ha bisogno, per raggiungere il fine di divulgare e diffondere, di sostanziare eccessivamente il suo dettato, iper-accessoriandolo e impoverendolo dal punto di vista della qualità e dell’efficacia; per questo sceglie un’ironia che s’irraggia gradualmente da un racconto all’altro, soprattutto a seconda del tema trattato e del punto su cui vuole che si raccolga l’attenzione del lettore.

L’intensità della riflessione e della denuncia è un climax.

Da LE ELEZIONI, passando per VIVO PER ERRORE, a REALIZZA UN SOGNO, IN MEZZO A UNA STRADA, IL CASTELLO IN ARIA e L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA, passiamo attraverso tematiche e ricorrenze pregnanti. Il primo racconto è una riflessione sui costumi politici; il secondo su un caso di buona-sanità, il terzo tratta del sogno di un bambino di diventare malavitoso per un giorno, il quarto di come arrivano i soldi per chi studia (uno dei miei racconti prediletti), il quinto è uno di quei racconti che s’incentrano sul paradosso (qui l’Autore manifesta una coerenza e una creatività a dir poco geniali), il sesto racconta di paradossi storici e sociali reali, paradossi che a guardarli così, denudati, fanno persino ridere, ma d’amarezza, più che altro. Insomma “Sul filo di lama” ha tutto ciò che occorre per richiamare l’attenzione di quanti, stanchi della solita approssimazione con cui i media e la cosiddetta intellettualità trattano tutto ciò che ruota attorno ai grandi temi sociali, la coerenza non la predicano soltanto ma la rivendicano prima di tutto per se stessi.

La rivendicazione maggiore, a mio avviso, è quella relativa all’uso del proprio senso critico.

Alessandra Di Gregorio

18 novembre 2011

Sangue di rosa scarlatta

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio, per Progetto Babele.

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Autore: Vittorio Graziosi

Editore: Prospettiva Editrice

Collana: Lettere

Data di Pubblicazione: Febbraio 2008

ISBN: 8874184840

ISBN-13: 9788874184842

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Sangue di rosa scarlatta, testo tradotto, all’interno dello stesso volume, in inglese e ucraino, è una storia straordinariamente toccante e coerente, modulata sulle righe di un diario asciutto, denso.

Mi preme sottolineare la coerenza, quale caratteristica preponderante del volume, perché siamo di fronte ad un tema delicatissimo, trattato con lucida sensibilità dall’Autore, svolto con una scrittura lineare, dai toni intimi, non urlati. Toni che permettono di apprezzare la sensibilità di un Autore che penetra nel dolore lacerante della perdita, avverando, attraverso una scrittura morbida e un periodare netto e musicale, la realizzazione di un racconto profondamente umano. Per riuscire a realizzare tutto questo, infondendo un’aura di semplicità rara da riscontrare in un libro senza chiedersi “ma è una storia vera?”, lo scrittore mette da parte se stesso e l’idea di romanzo per favorire, comprensibilmente, l’uomo preso nella sua essenza devastata. Solo attraverso un procedimento mentale molto calzante, si può rendere plausibile e vera una realtà nata sulla carta.

Quella che abbiamo di fronte è anche una storia con un fatto vero di cronaca nel mezzo, raccontato non come l’hanno raccontato i giornali, ma come lo racconta un padre al suo viso riflesso in uno specchio; una storia che si svolge su due piani speculari (più che altro perché l’uno ha causato l’altro), che finiscono per intersecarsi e creare uno scenario drammatico. La sensazione di uno squarcio aperto all’improvviso. Il dover tollerare di continuare a esserci, sopravvivendo all’innaturale perdita. La presa di coscienza di essere chiamati, in questa vita, a passare oltre, a decifrare e digerire un disegno più grande di quanto a fondo possa andare il nostro discernimento degli eventi.

Da lettrice e recensore, ma soprattutto da persona con un vissuto personale doloroso molto attinente alla storia presente nel libro, non ho potuto che sentire la vicinanza toccante e dolce di una scrittura tanto autentica; di un sentimento così complesso da rendere concreto agli occhi degli altri. Un sentimento che si tace perché il resto del mondo non lo comprende, si fa un problema se tu non vivi e non ti butti la morte alle spalle mandando giù un’aspirina…

Lungi da complessi psicologismi, solo un sopravvissuto che ogni giorno si carica di nuova vita dopo una perdita violenta, sa con esattezza quanto è robusto il suo midollo DOPO, e sa qual è l’alto costo che una vita del genere ha richiesto.

Il Narratore si mette a nudo, non si nega niente. Il terrore, la voglia di morire, il panico, il rifiuto della luce. La ricerca di Paolo, il desiderio di dargli vita ancora, l’inedia, la perdita dell’interesse per la propria vita e l’esistere comune. L’odio, la rabbia, l’idea della vendetta, la nemesi. L’accettazione di un dono e di una grande responsabilità. La vita nel suo fluire magico ed inquietante…

Il romanzo si articola fondamentalmente in quattro fasi. La prima: la rottura improvvisa dell’idillio, l’annuncio della morte del figlio Paolo nell’attentato terroristico che ha sconvolto Londra; mentre il papà attendeva il ritorno di quel figlio diventato grande tra le sue braccia, cresciuto in un batter d’occhio, tutta la vita fatta assieme si sbriciola. Salta in aria per l’odio alimentato da fanatismo religioso di matrice islamica. La seconda: la vita senza Paolo, la sua ragazza e Lucia, la madre che non è mai stata madre e moglie. Terza fase: la ricerca della vendetta, andare a Londra, vendicare tutte le vittime dell’attentato, vendicare Paolo. Quarta fase: la ripresa della vita. Lo scambio: Kaled.

Attraverso la ricerca della vendetta questo padre distrutto sfoltisce e nutre un giardino devastato, il giardino da cui hanno reciso la troppo giovane vita del più bel fiore. Del suo Paolo. In questo giardino che incuria e rabbia, perdita di attaccamento e sostanza, hanno reso lugubre e senza segni di vita, in realtà scorre altra vita sotterranea. Nell’incontro col padre dell’attentatore suicida è presente un forte messaggio di umanità.

Per i motivi sopra elencati e soprattutto per il modo che ho di intendere la vita, penso che il messaggio non riguardi tanto lo scontro/incontro di popoli e realtà diverse, il no al terrorismo etc. Al contrario, il messaggio è molto più essenziale, perché riguarda gli esseri umani nudi e Dio.

Come si tampona, altrimenti, la morte di un figlio, se non attraversando l’inferno andata e ritorno? Quanto costano certi fiori… In alcuni giardini, per un disegno che non possiamo conoscere in anticipo a prescindere, i fiori sono d’oro e costano la vita.

Alessandra Di Gregorio

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