Rupes Recta

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Rupes recta
Autore: Clelia Farris
Editore: Delos Books
Data di Pubblicazione: 2005
ISBN: 8889096195
ISBN-13: 9788889096192

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Per un lettore non-amante della fantascienza, approcciarsi a un libro dichiaratamente fantascientifico, può essere un’impresa improba… Rupes Recta, invece, è stata una lettura sin da subito molto attraente e sarebbe praticamente volata via, se non fosse che ho scelto di centellinare il romanzo per farmelo durare.

Al di là dei gusti personali, nel caso della Farris c’è poco da obiettare: il suo è un romanzo straordinario. Che siate o meno cultori del genere, sappiate che siamo di fronte a una prova letteraria meritevole – per svariate ragioni che cercherò di riassumere in questa sede – di ottenere la stessa risonanza che in genere viene accordata ai romanzi nati oltreoceano, presi di solito a riferimento.

Il volume, che presenta dalla prima all’ultima pagina una coerenza molto spiccata, è modellato da una scrittura lineare, arguta ed elegante; c’è del talento non da poco (cosa non proprio scontata, ai giorni nostri) nell’Autrice sarda. La mano che gli ha dato vita non ha conosciuto incertezze di registro come di trama, ma anzi lascia immaginare un’Autrice a suo agio con un tipo di scrittura razionale ed inquadrata come questa, tuttavia priva di quei formalismi senza passione che allontano di solito il Lettore più esigente a livello “sensoriale”.

Pur essendo un romanzo di marca spiccatamente fantascientifica, in verità si svolge come un giallo e se vogliamo dirla tutta contiene, al suo interno, tracce e spunti di osservazione dell’uomo e delle sue risultanze psicologiche. Dunque un romanzo in grado di emozionare, perché va a toccare gli stessi risvolti che in apparenza sembra far venire meno quando descrive gli abitanti della Luna come distaccati da ogni cosa, seppur sempre pieni di vizi e ossessioni. In sostanza, la freddezza che riscontro di solito in libri assimilabili allo stesso genere, qui si percepisce a malapena, perché nell’insieme la scrittura non è spersonalizzante, ma al contrario è frutto di una maturità tale da permettere all’Autrice di maneggiare con naturalezza le complicazioni della trama.

L’ambientazione è sicuramente insolita, moderna ma non avveniristica al punto da apparire improbabile o scontata in un testo del genere; la connotazione principale è legata anche a una ulteriore coerenza nella scelta di tempistiche, personaggi, location, suggestioni, risvolti sociali e pratici di questo mondo assortito e originale – praticamente inedito. Le descrizioni ricche e dettagliate, rendono il tessuto su cui s’innesta il romanzo molto naturale, oltre che molto credibile. Il mondo della Luna è perfettamente tridimensionale, agli occhi del Lettore.

I personaggi sono spessi, presentano una profondità priva di forzature, e sono quasi tutti interessanti. Vengono in genere presentati in maniera sintetica ma ognuno di essi appare sempre molto trasversale (oltre che estremamente funzionale), per quanto insolito o meno rilevante ai fini del racconto. Tra tutti spicca certamente il protagonista, il Ricordante Mikahil Stefanovic Beltrami, un essere molto originale, che diventa il fulcro di una vicenda surreale, oltremodo complicata ma avvincente, filtrata attraverso i suoi occhi e il suo dire. Pur trattandosi di un personaggio sui generis – è un essere in grado di immagazzinare ricordi – e per vari aspetti freddo e distaccato, la sua umanità è rintracciabile proprio tra le pieghe di quello stesso raziocinio che gli impedisce di accorgersi della realtà che guida gli eventi.

C’è un che di filosofico, a dire il vero, sullo sfondo. Cos’è il tempo, cos’è la realtà, cos’è il destino… L’Autrice ha una risposta per tutto. Delega queste responsabilità a figure ben precise, creando ad arte un mondo in cui niente è lasciato al caso. Concretizza ogni cosa astratta, cioè dà una forma compiuta a tutto ciò che normalmente per noi è difficile e inafferrabile. In romanzi simili, infatti, uno degli elementi di base per innescare la “fanta-scienza” cioè la scienza fantastica, è l’allontanamento dalla realtà concreta per ripiegare in una realtà fittizia in cui estendere le metafore del vivere. Riconfigurare il mondo e le sue leggi, riprogrammare la società fino ai suoi estremi, riconsiderare le sovrastrutture mentali, rivisitare e allargare i confini della scienza fino a farli sparire del tutto (le evoluzioni della genetica accendono la fantasia di molti). Insomma coltivare paradossi con veridicità e accuratezza.

Pur trattandosi di un racconto basato sui legami spesso poco ortodossi della nuova progenie umana con la realtà lunare (così conformata eppure ugualmente violenta e ingiusta proprio perché è riuscita ad inquadrare anche le depravazioni in una cornice accettabile), e sull’osservazione di risvolti sociali alquanto bizzarri e perlopiù inconcepibili ai nostri occhi, evidenti sono l’estrema coerenza (sia descrittiva che narrativa) e la capacità affabulatoria dell’Autrice.

La Rupes Recta è un luogo santo, per così dire; una sorta di Muro del Pianto in cui si vanno a depositare i ricordi di troppo; è il muro della nostalgia e del ricordo perché a ogni individuo ricorda ciò che vi ha depositato e quindi dimenticato. Il ricordo infatti è il nodo su cui verte l’intera storia; una sorta di filo rosso riguarda proprio le dinamiche della memoria, inscritte nei dilemmi relativi al tempo inteso non come mera scansione temporale giornaliera ma come interiorità e percezione. Cos’è vero e cosa rendiamo noi vero percependolo come tale? I Ricordanti sono una sorta di perfetta aberrazione dell’umanità, essendo loro allevati e addestrati alla più totale spersonalizzazione dei contesti e dei contenuti, per focalizzarsi sui dati. “Ricordare è disumano. Fantasticare è umano, ricostruire è umano, inventare è umano”. “Mondatevi dai ricordi in eccesso. Liberatevi dalla loro oppressione ogni volta che lo ritenete necessario e comunque mai meno di una volta ogni 24 ore”.

Alessandra Di Gregorio

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