Un senso alle cose

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Un senso alle cose

Autori: Marco Valenti, Paolo Scatarzi

Editore: Boopen

Data di Pubblicazione: 2007

ISBN: 8862231024

ISBN-13: 9788862231022

Pagine: 202

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Sfogliando alcune notizie relative al libro leggo con piacere di una seconda edizione revisionata, uscita sempre per i tipi di Boopen Editore, uno degli editori italiani più conosciuti nel campo dell’editoria on demand.

La notizia mi rallegra fondamentalmente per due motivi: da un lato per il romanzo, assolutamente meritevole come pochi buoni libri dell’editoria contemporanea, di essere letto e passato di mano in mano da qui all’eternità. Dall’altro perché l’impaginazione e la grafica interna, poco curati anzi per nulla, nonché la mancanza totale di editing, hanno lasciato che i contenuti perdessero in leggibilità (e che il Lettore si seccasse di fronte a parole scritte male 10 volte su 10, come ‘nonostante’ – non ostante…).

Inezie e criticità a parte, Un senso alle cose mi è piaciuto. L’ho letto volentieri, facendo decantare le pagine un po’ più a lungo di quanto abbia fatto con altri libri. Ha una sincerità, ha una sua bellezza spontanea. Forse perfino romantica. Si muove con eleganza ed intensità sul binario delle relazioni umane e delle relazioni dell’individuo con se stesso e a confronto coi sobbalzi della vita. Lascia percepire come reale la personalità di Luca e Marcello, amici di vecchia data praticamente fratelli, e lascia percepire soprattutto il trasporto che gli Autori hanno verso la scrittura e in particolare verso le cose che vanno a raccontare. La materia umana è la più complicata da affrontare. Chi lo fa dev’essere in grado di affrontarsi quotidianamente – solo questo rende un rigo di scrittura vero, credibile, rotondo. Non è una fiction, non quella almeno.

Non te lo puoi inventare a tavolino il talento umano. Devi trovargli una forma, quando ce l’hai, facendo ugualmente attenzione a come la esponi, quella forma, perché spesso – com’è evidente nel testo – vengono espressi concetti molto profondi e pregnanti, anche con una certa forza espressiva e una qualità letteraria non da poco, ma ci si può perdere sui dettagli, sulla grammatica base (errori di battitura, formattazione casuale del testo, errori veri e propri). Qui di talento ce n’è. C’è anche una certa cura nell’esposizione generale, un trasporto emotivo e viscerale concreti, che rendono la storia spessa, che invitano il Lettore alla partecipazione, alla coralità pur nel lavoro di sé su se stessi.

Luca e Marcello sono due personaggi non dico agli antipodi ma poco ci manca, cioè loro è questo che vogliono farci credere di sé, quando parlano l’uno dell’altro definendosi uno passionale uno razionale. In verità sono due uomini molto simili – come in fondo ogni uomo è simile ai propri simili… Talmente simili che finiscono per contendersi la stessa donna e uno dei due manco lo sapeva. Talmente simili che prima s’incazza uno poi s’incazza l’altro. Che prima scappa uno e poi scappa l’altro.

Il racconto si muove con calma nonostante ciò che viene detto sia il frutto di travagli non da poco. Questa è forse la trovata più geniale del libro o meglio del progetto dietro al libro. L’idea. Luca cerca Marcello quando Marcello per qualche inspiegabile motivo lo depenna dalla sua vita. E lo fa scrivendogli una lettera – cos’è una lettera? L’antenato delle e-mail, più o meno. Quella cosa che non ha il correttore grammaticale pronto a sottolineare i nostri errori… tant’è che all’inizio ho creduto che molti dei refusi presenti nel libro fossero un modo per rendere la fiction della narrazione epistolare più realistica… La genialità sta proprio qui. Nel fatto che i tempi della scrittura (metaletteratura a tutti gli effetti), sono diversi dai tempi dell’azione. Quindi i sentimenti cambiano, così come le connessioni tra le cose. Tutto diventa più spesso per forza. Azioni appena compiute si rigenerano quando dobbiamo raccontarle a qualcuno – e qui addirittura vengono scritte, quindi non si può cincischiare a caso e confusamente qualcosa, ma le si deve trovare una forma compiuta, logica, comprensibile. I miracoli della parola scritta. E così gli esseri umani cambiano, si evolvono. Non potrebbe essere diversamente. I sentimenti più convulsi si stemperano. Ed è come un sorso di vino o di liquore, quando il calore dell’alcol ti si sprigiona dentro per un istante. Lo fa dolcemente. Senza aggredirti.

Il correttore è anche una metafora dell’esistenza, con una funzione ben precisa. Nessuno ce l’ha. O meglio tutti siamo i correttori di noi stessi, essendo quella della correzione una applicazione di base, ma se e quando faremo la sottolineatura in rosso è arduo da ipotizzare… La vita è maestra e ti insegna solo dopo. Ha lezioni spesso brutali. E’ una scuola da cui non ci si licenzia mai – non finché si respira, almeno – e dunque diventa importante scegliere i tempi e i modi del perdono. Sì. Del perdono. Non il mero perdono dei meri torti, ma il perdono dei sentimenti, delle mancate azioni, del mancato coraggio, della mancata condivisione. Cioè ci vuole coraggio ad ammettere di non aver avuto coraggio. E ci vuole coraggio anche ad avere coraggio.

Così Luca e Marcello. Divisi, su fronti geografici e non solo, distanti ma via via sempre più vicini. Si deve andare lontano, spesso molto lontano, perché il viaggio vero non è tanto quello dell’andata, ma è quello del ritorno. Che ti cambia i ritmi vitali. Che ti toglie la rabbia o il risentimento. Che ti cura le delusioni. Che ti avvicina a un te stesso migliore che può affrontare anche il miglioramento dell’altro.

Alessandra Di Gregorio

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2 commenti to “Un senso alle cose”

  1. La ringrazio del prezioso commento, che coglie molti degli aspetti progettuali del nostro meticoloso lavoro e li valorizza con sensibile profondità. Le disattenzioni di stampa o formattazione che riscontra si devono alla nostra inesperienza in campo editoriale, in quasi tutti i casi da lei riscontrati. Sorridendo, ribadisco un vecchio detto: …”a ciascuno il suo mestiere”. Eravamo, e siamo, assai più concentrati e interessati alla qualità della scrittura, come lei ha attentamente sottolineato. Abbiamo improvvisato in tutto il resto.
    La democratica innovazione dei sistemi “print on demand” ha aperto spazi che l’editoria classica, poco incline al rischio, non concede più. Ma ha portato e porta, con sé, come lei nota giustamente, evidenti lacune.

    Non tutto ciò che ha disturbato la sua lettura, però, è stato frutto di disattenzione.
    In qualche caso, la nostra formazione culturale e un desiderio mirato ‘al millimetro’ hanno guidato le nostre scelte, dopo attenta riflessione.
    Uno di questi è proprio l’esempio da lei citato.
    Nulla osta (fuorché il gusto) a che l’espressione “non ostante” venga tutt’oggi utilizzata e scritta nella sua forma più antica, con riferimento al verbo italiano, difettivo, di diretta derivazione latina, “Ostare = essere d’impedimento a”.
    Nulla osta a che venga considerata brutta. Desueta. Seccante, forse. Ma non sbagliata, né – mi perdoni – “scritta male”.
    Era nostro espresso desiderio sottolineare, anche così, oltre che con i molti concetti sviluppati, la cesura indiscriminata che l’uso, e gli aspetti deteriori di certa odierna superficialità, hanno prodotto nella nostra continuità culturale oltre che lessicale. Era uno dei concetti cardine da cui è nato, nella prima nostra riunione, il romanzo: sollevare un po’ di polvere da, e su, quello che, a nostro modesto avviso, è un silenzioso impoverimento, cui pochi badano più.
    Non è un caso, mi creda, se proprio l’espressione da lei scelta come esempio è divenuta la pietra dello scandalo di molte amabili conversazioni conviviali, nel tempo. Con nostra soddisfazione e divertimento.

    Nella seconda edizione del romanzo, arricchita da un prezioso saggio critico che ci è stato donato successivamente, molti degli errori/orrori, che lei giustamente evidenzia, sono stati corretti.

    Grato del tempo e del prezioso contributo che a voluto dedicare alla lettura e all’analisi del testo, le porgo i miei più cordiali saluti.
    Paolo Scatarzi.

  2. PS: Ovviamente, nell’ultima riga del mio post, un maligno errore di digitazione ha nascosto la lettera “H” del verbo avere. Paolo Scatarzi

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