L’umore del caffè

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Umore del caffé
Autore: Marco Miele
Editore: Cult Editore
Data di Pubblicazione: Ottobre 2011
ISBN: 8863921342
ISBN-13: 9788863921342

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L’Umore del caffè, di Marco Miele, Cult Editore. Giallo di provincia, d’ambientazione toscana.

Pur da profana del noir in genere, di quello italiano e di specifiche ramificazioni regionali, mi sono approssimata alla lettura del libro di Miele, intenzionata – in primo luogo – a capire l’eventuale mistero dietro al titolo, essendo questo (qui come altrove) la prima cosa su cui si appunta la curiosità preliminare di ogni lettore. Curiosità sarà poi il termine chiave che mi condurrà a leggere il libro un po’ alla volta (a finirlo tutto e subito che gusto c’è?).

Da un giallo ci si aspetta in generale soprattutto l’aderenza a regole, ‘direttive’ fondamentali, o almeno ‘orientative’, le quali, più che altro, servono a inquadrare correttamente il testo in questione nell’ambito del genere di riferimento.

Pur essendo al tempo stesso abbastanza svincolato da prescrizioni troppo severe, comunemente, un autore, qualunque genere pratichi, deve essere in grado di porsi in modo originale e contestuale al suo tempo, alla sua realtà, e – cosa altrettanto importante – alla propria vena creativa –, cominciando a valorizzare ‘dal basso’ (cioè la cosa più vicina a sé: di solito la propria origine geografica).

In questo caso, il titolo, come mi è capitato di osservare anche altrove, sembra apposto per sviare volontariamente il lettore, ha carattere probabilmente estetico o nostalgico. Come sarà possibile capire sfogliando le pagine del racconto, di caffè non c’è traccia alcuna – tranne quando l’Ispettore Danzi va al bar a farsene uno al vetro –. E soprattutto, nel caso di Miele, com’è già per Camilleri, ad esempio, la storia è pura finzione letteraria, non un tentativo di cronistoria né un romanzo. Cioè la storia nasce dalla penna e si muove come tale, svelta, pur con risvolti realistici, e a dircelo sarà in particolare il modo non sentimentale di porsi, di chiunque vi risulti inserito.

Superato il primo indizio, ho iniziato la lettura vera e propria, ammettendo che per una volta mi andava di mettere da parte analisi e distanze preconcette dal testo. Il momento ideale per leggere il libro di Miele è prima di dormire. Per testare una lettura, volendo, più che di analisi linguistiche e tecniche, a volte c’è solo bisogno di ‘atmosfera’.

Il racconto inizia praticamente in medias res, nel senso che senza troppi preamboli introduce luogo e protagonista, per poi procedere all’indietro e invertire gradualmente lo zoom sul nuovo ispettore del commissariato di Ginepre e ciò che gli ruota intorno. La ricognizione preliminare per inquadrare ambientazione e personaggio principale (l’Ispettore Franco Danzi), è abbastanza rapida. Il testo si presenta molto libero, ha una sua coerenza complessiva certamente migliorabile localmente, ma in generale non critica ai fini di una corretta lettura.

I capitoli sono indicati da un titolo abbastanza corrispondente al passaggio da evidenziare, la scrittura è snellita, sdrammatizzata, da un linguaggio colorito e gergale e dal ricorso frequente al dialogo (probabilmente il punto forte dell’intero impianto narrativo, visto il massivo ricorso ai dialettismi della zona del livornese, in grado di trasmettere in modo diretto, umori, testimonianze e peculiarità).

I personaggi sono presentati quasi tutti nel giro delle primissime battute (c’è un soprannome per tutti), e nell’arco di poche pagine è anche possibile conoscere gli antefatti che legano i personaggi principali tra loro. La scansione temporale si attesta su due binari paralleli che l’autore renderà via via sempre più convergenti. Vale a dire che il racconto se in buona parte procede per flashback – sintetici, precisi, allo scopo di introdurre il lettore sempre più all’interno delle vicende, ma mai abbastanza da lasciargli trovare in fretta la soluzione finale – a un certo punto, inaspettatamente, rallenterà la sua corsa verso la scoperta che tutti temono e tutti desiderano (ovvero conoscere il colpevole della strage dei quattro ragazzi di Ginepre).

Il narratore decreterà uno stop momentaneo, quasi a volerci distogliere dai fatti di vent’anni prima, anche se l’effetto sarà un po’ quello di disorientarci (nel mio caso c’è riuscito alla grande – il famoso ‘colpo di scena’ –). In paese molti sembrano sapere ma nessuno con estrema certezza. Il quadro a mio avviso è assolutamente credibile, per quanto, certo, la sintesi lesini su descrizioni e trasversalità del narrato, oltre che dei personaggi (Ispettore compreso).

Si può infatti notare sin da subito il carattere un po’ monotono degli stessi, probabilmente perché più che soffermarsi sui tipi umani, l’autore desiderava che questi venissero fuori semplicemente aprendo bocca. Ammetto che un motivo fra i tanti per cui in questo senso ha comunque fatto centro, è che Nero e company sono toscani veraci e come tali si esprimono, mangiano e pensano, dunque basterebbe già solo la connotazione geografica a renderli un po’ più veri e non bisognosi di uno spessore letterario e psicologico di certo apprezzabile ma in questo caso al più superfluo.

La storia si regge su una trama da copione (quattro omicidi irrisolti da vent’anni in un paesino tranquillo della Toscana, a indagare un vecchio amico delle vittime, tornato nel paese natio) ed è svolta non troppo teatralmente, nonostante le parentesi un po’ più spinte e scollacciate (tra tutte la liaison di Don Vince con Suor Delizia, gli aneddoti di Katia e Rita o gli esperimenti Legno/Quaglia), con un linguaggio oltremodo colorito, nonostante le reazioni non particolarmente drammatiche dei protagonisti di fronte a verità drammatiche vecchie e nuove. Come in ogni giallo di genere, nessuno sembra essere mai troppo sconvolto di fronte a un omicidio.

Sicuramente, tra i caratteri più interessanti – o semplicemente divertenti – possiamo includere quello di Vanni, detto L’Ora, che ne ha sempre una per tutti. A leggerlo sembra di vederlo, un tipo scanzonato e sopra le righe, il classico toscano che dice a voce alta tutto quello che gli passa per la mente. Un po’ antipatica Ritina (da giovane era meglio), rigido il giusto il Nero (mi auguro un seguito con questo ispettore, non fosse altro per non vederlo ancora single), da non sottovalutare Legno, la spina dorsale del gruppo. Da dieci e lode Babbo Danzi.

Dunque l’intreccio è affrontato in modo coerente. Non vedo forzature nella trama, né il ricorso ad artifici retorici particolari. Il finale lascia sperare in un seguito, non fosse altro per vedere di nuovo messe alla prova le capacità dell’Ispettore Danzi, magari quando non è aiutato dagli ex compagni di scuola o dalla fortuna.

Nell’insieme siamo di fronte a una trama credibile, su tessuto consapevolmente giallo, con frequenti incursioni variopinte a opera di aneddoti e linguaggio dissacranti, perfino stridenti, per alcuni versi, ma in qualche modo piacevoli e, contestualmente al libro, in grado di sdrammatizzare sempre e comunque le umane vicende.

Alessandra Di Gregorio

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4 commenti to “L’umore del caffè”

  1. Gradevole recensione azzeccata e precisa, il libro è piaciuto anche a me divorandolo in una sola notte

  2. Non poteva descriverlo meglio di come ha fatto. Non è un libro che si legge…si ingurgita. Soprattutto se, come me, si vive e riconosce i luoghi, i modi, le espressioni verbali, le caratteristiche dei personaggi che sono la realtà che vi è impressa. Quando l’ho visto in libreria il titolo mi ha incuriosito. Vi ho colto subito un senso di calore, di casa, di nostalgico, di vissuto. La sensazione mi è rimasta leggendolo. Sono rimasta incollata alle pagine fino alla fine, non solo per la curiosità di sapere se avevo capito o meno chi era l’assassino, ma per le sensazioni che mi ha trasmesso questo curioso e semplice personaggio, un pò restio, un pò malinconico, un pò ambiguo, reminescente, insoddisfatto, in attesa. La semplicità non è banalità. E’ forse il primo triller che leggo senza intrappolarmi in terminologie scientifiche noiose, a volte troppo complicate. Un libro intrigante, a tratti spavaldo, crudo, vero che mette a nudo i pensieri che spesso attraversano la mente degli uomini ma non escono sotto forma di voce per l’imbarazzo. L’autore, senza mezzi termini, li ha messi nero su bianco.

  3. Mi trova molto d’accordo con lei. Il giallo classico è molto semplice, non è solo un fatto di scienza del crimine.

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