Archive for ‘Intervista agli autori’

26 gennaio 2010

Antonio Mazziotta

Oggi parliamo con Antonio Mazziotta. Intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

__

A: Scrivere. Perché?

Per il piacere di creare e condividere emozioni

A: Scrivere. Cosa?

Le storie di per se non hanno importanza, l’importante è che riescano a comunicare qualche cosa, che arrivino così come sono partite o quasi.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Difficile definirsi scrittori in questo momento dove si scrive di tutto e troppo, io ho desiderato raccontare una storia e , forse con molta semplicità, l’ ho fatto.

A: La penna per te corrisponde a…?

Un mezzo, una parentesi per sognare e far sognare, per prendersi cura di se

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

La lettura, la scrittura, mi hanno da sempre affascinato: il mio rapporto con loro non è cambiato

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Per quanto distacco possa prendere nei confronti del libro non mi è possibile in nessun modo: apprezzo il giudizio dei lettori che spero sincero

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Va da se che credo in quello che faccio e che ho fatto quindi consiglierei la lettura del testo, una buona storia a mio avviso. Difficile invece fare uno spot pubblicitario sul proprio prodotto, risulterebbe stucchevole e poco credibile.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Modelli, forme, criteri e tecniche di scrittura non dovrebbero preoccupare tanto un narratore, intento a trasmettere emozioni, ma i critici o chi per loro e sempre in maniera responsabile

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Il ricorso alla penna è per me una grandissima emozione, un momento di assoluta libertà creativa dove l ‘immaginazione diventa piacere, l’esperienza prende forma tangibile e la fantasia intesse naturalmente una trama : non è quindi scrittura d’occasione ne tanto meno di mestiere…purtroppo!

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Prima di pubblicare una qualunque storia è d’obbligo una dolorosa riflessione, dalla quale deve emergere la consapevolezza che non è drammatico lasciare andare lontano – quindi in mani sconosciute – la storia narrata, ne tanto meno che una osservazione negativa su di essa possa in qualche modo ferirci o farci male, dal momento che si è deciso di esporre il fianco a critiche di ogni genere: come ad esempio ora, nel mio caso.

In chiusura desidero ringraziare Scritturainforma nella persona di Alessandra Di Gregorio, per avermi ospitato nel suo spazio Web e tutti i lettori. A presto. Grazie.

Annunci
25 gennaio 2010

Caterina Armentano

Oggi parliamo con Caterina Armentano. Intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

__

A: Scrivere. Perché?

C:Perché esistono mondi interiori che vanno svelati, presentati anche agli altri. Perché ognuno di noi ha una propria prospettiva, uno sguardo unico verso il mondo e solo scrivendo si da l’opportunità agli altri di incanalarsi verso quello sguardo, verso quella nuova prospettiva, che può o non può essere apprezzabile, discutibile, accessibile ma la parola in quel caso diventa via di transito, di comunicazione.

A: Scrivere. Cosa?

C: La vita e tutto ciò che la circonda. La morte e tutto ciò che le appartiene. Ciò che ci riempie e ci sostiene. Situazioni, eventi che caratterizzano la società e creano le vicissitudine e le storie che creano la storia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni

C: Come scrittrice sono molto decisa. So quello che voglio raccontare e perché. La mia non è una battaglia o una lotta ho qualcosa da dire e so che la mia capacità di scrittura è migliore di quella oratoria. Per questo la scrittura diventa il mio strumento per raccontare e costruire.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: Una spada. Una bacchetta magica. Una chiave che apre molte porte, tutte quelle che io desidero spalancare.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: Prima scrivevo per esprimere esclusivamente me stessa stando poco attenta alla forma, mi consentivo piccoli esperimenti stilistici senza crearmi troppi problemi o farmi troppe domande. Ora invece ho imparato a stare più attenta alla forma e a rileggere con più attenzione quello che ho scritto. Mi sento più responsabile verso il mio pubblico, verso coloro che mi seguono e mi apprezzano perché so che esistono delle aspettative e ciò mi sprona a fare sempre meglio.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Introspettivo: perché analizzo in profondità ogni personaggio cercando di cogliere le diverse sfaccettature della psiche. Realistico: narro la realtà dei fatti con piglio crudo e diretto senza troppi giri di parole. Arcaico:sono sempre alla ricerca di assonanze e analogie che diano come risultato uno stile fresco e dinamico ma che richiamano alla mente sensazioni arcaiche e remote.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C: Il mio libro è una raccolta di otto racconti che narra vicende esclusivamente femminili. Storie che rappresentano una realtà a cui spesso non badiamo perché siamo abituati a voltare la testa dall’altra parte quando scorgiamo la sofferenza e la violenza. Il mio libro parla di donne rannicchiate nel proprio io abbandonate a se stesse, incapaci di uscire dall’orrore in cui vivono perché piegate a una mentalità meschina e maschilista. Bisogna conoscere quello che hanno attraversato le nostre nonne per capire chi siamo e dove andiamo. È una radice dell’albero della femminilità e per questo va custodito.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Scrivo di getto. Picchietto sulla tastiera del mio pc a una velocità supersonica senza guardare lo schermo per ore. La storia mi gira in testa per giorni, settimane, parlo persino con i personaggi imparo a conoscerli e una volta che il flusso di pensieri diventa parola scritta abbandono il tutto per alcuni giorni. Rileggo, correggo e lascio la storia riposare in una cartella del mio pc fino a quando non mi sento pronta a revisionarlo. Farlo subito mi impedisce di notare errori e ripetizioni e soprattutto non mi consentirebbe di distaccarmene abbastanza per essere obiettiva.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: Quando si scrive si scrive per amore, amore per la scrittura. Si scrive per creare, per lasciare una traccia, per sfogarsi, per raccontarsi, per raccontare gli altri, per lasciare la propria immagine fatta di verbi, coniugazioni, avverbi, aggettivi e quant’altro. Si scrive perché la storia di qualcuno ci ha fatto febbricitare la mente, perché uno sguardo ci ha portato sulla pelle nuove sensazioni, perché qualcosa ci ha offeso, fatto adirare, sconvolto o indignato. Perché in un granello di sabbia vediamo il deserto e in una goccia d’acqua il mare, perché ognuno di noi plasma la propria fantasia a suo piacimento ed esprime se stesso attraverso quello che crede o sa di far meglio.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Non è che una critica negativa mi faccia esultare! Non nego neanche che per giorni ripenso molto a quello che mi è stato detto o scritto ma questo non mi demoralizza perché prima di tutto so che il mio stile e le mie storie non possono piacere a tutti e successivamente so di essere umana e quindi capace anche di sbagliare. L’esperienza serve a farmi crescere come persona e come scrittrice e se desidero continuare a fare questo mestiere devo comportarmi come quelle sarte laboriose che nonostante si pungono con l’ago continuano a cucire. Una volta terminata la stesura di un nuovo scritto e accompagnato verso il mondo di fuori, lascio che prosegua verso il suo futuro, soprattutto perché quel viaggio il più delle volte richiama anche me a nuove avventure e nuove conoscenze.

23 luglio 2009

Erika Dagnino

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

_

Ru e Froracconti dell'ombra

I volumi della Dagnino denotano sin dalle prime battute una capacità di elaborazione del pensiero a dir poco sbalorditiva. Il suo uso della parola appare molto sicuro e sentito, quasi frutto di un’illuminazione naturale, congenita. C’è dietro uno studio, una metodica, una partecipazione intellettuale e morale, quasi una religione del dettato.

Tanto in RACCONTI DELL’OMBRA, che in RU E FRO, ritroviamo il caro motivo della specularità, che se da una parte si esplica attraverso l’interpretazione e il racconto dell’individuazione della propria ombra e il relativo rapporto idiosincratico con la stessa – fino al parossismo, fino al solfeggio morale, filosofico (ai limiti del didattico) – dall’altra si connota nel rapporto paritetico tra due persone che possono dirsi gemelle, figure simbiotiche, esseri monotoni e franchi, che nella reciproca specularità, ritrovano sé e l’altro da sé.

La Dagnino è artigiana del ritmo. Il suo periodare è netto, musicale, folgorante, e seppure non si attenga a una trama narrativa classicamente intesa, l’Autrice piega le dinamiche spazio-temporali dei suoi scritti, alla sua lungimiranza certosina, coniugando psicologismo, tecnica, indagine e tolleranza molto ampia della rielaborazione filosofica dei concetti di umanità, intellettualità, anima e umano sentire.

__

Alessandra Di Gregorio.

3 maggio 2009

Alessandro Bastasi

Oggi parliamo con Alessandro Bastasi, autore di La fossa comune.

___

intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.


A: Scrivere. Perché?

Perché sono curioso, per ricercare, scavare nella psiche, nelle relazioni tra gli essere umani, nei risvolti sociali (e anche politici) di queste relazioni. Perché questo è anche un modo per costringermi a riflettere a fondo sulla condizione umana, e a condividere con altri le mie domande, le mie riflessioni. Non è un “mestiere”, è in qualche modo una necessità.

A: Scrivere. Cosa?

Storie, romanzi, racconti. Scrivere una storia mi consente di attraversare un tema che mi sta a cuore in profondità, in tutte le sue sfaccettature.

A: Tu come scrittore. Chi sei e come ti poni?

Sono un professionista, con un buon lavoro, ma che ha fatto l’attore (e saltuariamente lo fa ancora, soprattutto con dei film-maker indipendenti amici “d’arte”), ha fatto il cronista teatrale, e, appunto, ha scritto racconti vari e un romanzo, e intende continuare a scrivere. L’approccio al mondo della scrittura mi è venuto quasi naturale, essendo così forte in me la passione per l’espressione artistica.

A: La penna per te corrisponde a…?

A esprimere idee, instillare dubbi, scoprire relazioni, condividere sentimenti

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima di pubblicare “La fossa comune” scrivevo racconti, mi nasceva un’idea in testa e ci sviluppavo una ministoria, che poi pubblicavo in qualche sito letterario, ma così, senza particolari ambizioni. Poi, dalla mia esperienza in Russia, dove avevo raccolto in vari appunti quello che era successo dal 1990 al 1993, “La fossa comune” si è formato quasi da solo nella mia testa, evidentemente urgeva dentro di me la necessità di una riflessione sulla caduta del muro e sulla dissoluzione dell’URSS, con tutto quello che ne seguiva in termini di crollo di un’ideologia. Ed è nato il libro. Poteva anche essere un’esperienza fine a se stessa, ma i commenti di amici che avevano letto il manoscritto e l’accoglienza del libro pubblicato mi hanno quasi imposto di continuare, anche per non tradire le aspettative e la fiducia che il romanzo ha generato. Infatti sto scrivendo il mio secondo romanzo.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Realistico, perché gli scenari, dialoghi, le sensazioni si riferiscono a situazioni reali, storiche.

Epico, perché tende a includere “Grandi Narrazioni” (es. il passaggio dall’URSS alla Russia di Eltsin.

Introspettivo, perché tende a descrivere in ogni caso il processo psicologico nelle relazioni con la “Grande Narrazione”.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“La fossa comune” si può leggere come una sorta di thriller politico, dove un uomo proveniente da devastanti esperienze professionali e affettive approda nella Russia dei primi anni ’90 e si fa coinvolgere in un attentato al presidente Eltzin. Si può leggere come analisi spietata di un contesto sociale e politico, oppure come romanzo psicologico che affronta il dramma di un uomo che non è in grado di affrontare (o meglio, di accettare) una realtà diversa da quella che lui sognava da giovane, ed è quindi alla ricerca di un contesto che gli consenta di essere finalmente se stesso.

Il libro quindi ha diversi livelli di lettura, diverse angolature dalle quali osservare un evento epocale della nostra storia recente, la caduta dell’URSS e di quello che, simbolicamente, questa ha rappresentato nelle coscienze di una certa generazione.

E’ stato detto che il libro, oltre a una buona scrittura, offre spunti di riflessione molto interessanti e coinvolgenti: motivo di più per acquistarlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

1. Argomento da trattare

2. Idea della storia da costruirci attorno

3. Personaggi/immaginare il loro vissuto/caratteristiche psicologiche

4. Linguaggio, simboli, semantica

5. Struttura del romanzo (scaletta)

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

La mia non è scrittura per mestiere. Come ho detto, deve esserci un’idea forte che mi stimola il ricorso alla penna. In questo senso si può intendere “metabolizzare esperienze biografiche”. Ad esempio, nel libro che sto scrivendo attualmente l’idea forte è il rapporto tra evoluzione personale e ambiente in cui si vive, soprattutto in tenera età. Lo scenario è un’Italia di provincia degli anni ’50, con le sue ambiguità e le sue speranze.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Un libro è finito, che vada per la sua strada. Ce n’è un altro da scrivere, è questo che bisogna coccolare, adesso.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: