Archive for ‘Intervista agli autori’

15 aprile 2009

Alessandra Di Gregorio

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Caterina Armentano intervista Alessandra Di Gregorio, alias Scrittura Informa.

1.      Quando è nata “Scrittura Informa” e perché l’hai voluta nominare così?

Scrittura Informa nasce a dicembre 2008, all’indomani di una seria considerazione riguardo a quello che volevo fare del “mezzo” scrittura dalla mia prospettiva (minuscola) di addetta ai lavori. Mi infastidisce chi avalla finti scrittori, finta scrittura e finte recensioni. Allora è scattata l’idea di rendere “giustizia” a coloro che si impegnano in un settore sovraccarico di libri inutili. Fermo restando che il mio parere non ha validità universale e non ne vuole avere, la seconda molla è legata a quella serie di blog dedicati agli esordienti, in cui si è troppo presi a parlare di editoria (anche se l’editoria tout court non la conoscono in molti, e questo è un vero peccato) ma quanto a dedicarsi per davvero ai “prodotti” di quella stessa editoria (e particolarmente alla letteratura d’esordio), con l’atto semplice della lettura, manco a pensarci… Si chiama Scrittura Informa perché è questo l’obiettivo: informare circa la scrittura. Mettere da parte la mia stessa penna (o comunque non farne il mio unico cieco universo) per le penne altrui.

2.      Cosa ti ha spinta a dedicare il tuo tempo a un’impresa che richiede dedizione e pazienza?

L’avere obiettivi chiari in testa.

3.      Il tuo desiderio di diventare scrittrice ti ha in qualche modo spinta, convinta a intraprendere questo cammino?

Non desidero diventare scrittrice. Io sono scrittrice. Inedita, ma pur sempre scrittrice (le mie maestre elementari sono state le prime depositarie dei miei scritti). Riconosco troppo credito e valore alla scrittura per ritenerla mera questione editoriale. Scrittura Informa è invece dedicata ad altri come me (anche se spesso ci sono quelli che potrebbero benissimo evitare di umiliarsi pubblicando o pubblicandosi).

4.      Tra i libri che ti vengono recapitati quanti fatichi a leggere? Quanti di questi sono scritti da esordienti destinati a diventare veri scrittori?

I libri difficili non sono tantissimi. Di solito solo quelli scritti male o quelli pessimi e basta. Tuttavia, pur senza pretesa di onniscienza e giustezza, posso affermare che una percentuale piuttosto alta di autori tra le “mie” fila, ha talento da vendere.

5.      Puoi dire di aver trovato, fino a oggi, uno scrittore esordiente che ti ha smosso qualcosa dentro?

Sì, più di uno (per me sono scrittori. La specificazione “esordiente” non ha valore. Ha valore la penna).

6.      Quante ore dedichi a “Scrittura Informa”?

Leggo a tutte le ore del giorno e della notte. Lavorando nell’editoria e non avendo orari d’ufficio, l’equazione si fa da sé…

7.      Cos’è per te “Scrittura Informa”: una missione, una vocazione o un servizio a disposizione di un pubblico che necessita di una vetrina per mostrarsi?

Scrittura Informa è una missione in cui la mia vocazione personale è al servizio di quanti – aventi capacità o meno – abbisognano di una opinione, una pacca sulla spalla (o un poderoso scappellotto).

8.      Quali sono le prerogative di “Scrittura Informa”?

Leggere libri e parlarne per invitare altri a fare altrettanto. Scriviamo in troppi e dei nostri amici d’esordio non sappiamo niente.

9.      Cosa ti aspetti da questo blog? Cosa speri per il futuro di “Scrittura Informa”?

Spero di farne una rivista vera e propria.

10.     Con quale criterio scegli i libri da recensire?

Posso dirlo? Vado a naso. Sugli autori scelti personalmente – e anche sugli editori – finora non ho sbagliato mai. La prima impressione è stata ampiamente confermata. Molti degli autori candidatisi volontariamente, invece sono stati una pura delusione.

11.          Hai remore nei confronti di  coloro i quali hanno pubblicato a pagamento?

Ho una scala ideale di “remore”. Al primo posto stanno gli SCRITTORI FASULLI. A seguire tutto il resto, compreso il compromesso del pagamento. Quando leggo però, leggo e basta. L’eventuale biasimo o plauso per la scelta editoriale, resta una mia idea e non penso – salvo alcuni casi davvero eclatanti – specie per via dell’esperienza in qualità di lettrice e recensore, che possa diventare un “mio problema” curarmi del portafogli altrui. Se non lavorassi nell’editoria non saprei niente dei retroscena di un libro e lo comprerei ugualmente per leggerlo. Votandoci ad una cultura popolare abbiamo accettato la possibilità che la stessa venisse veicolata in modi intellettualmente discutibili (sapendo però che molto di quello che è pubblicato, pagamento o meno, con la cultura non ha a che fare, il problema dell’eventuale biasimo per taluni, per me non sussiste neanche). I grandi editori del passato hanno lasciato una eredità che nessuno ha colto, neppure chi quelle case editrici le manda avanti ancora adesso. L’intellettuale era una figura di rilievo in una società della cultura per pochi eletti. Oggi tutti vogliamo essere scrittori, ma anche molti di quelli che non pagano e pubblicano con le quotatissime major, non sono né scrittori né tanto meno intellettuali… quindi è davvero l’editoria a pagamento il vero problema? Anche qui l’equazione si fa da sé.

12.              Riesci sempre ad essere obiettiva e sincera anche quando un libro è davvero improponibile?

Sì, ma con eleganza. Sono propositiva e professionale (leggere per credermi sulla parola). Non potrei fare l’editor se non lo fossi.

13.           Il tuo blog è un po’ come un tam tam aborigeno che invia messaggi verso mete lontane quanto lontano riesce ad arriva in un mondo virtuale elastico e infinito?

Arriva lontano in base a quello che si intende per “lontano”. Ho al momento oltre sessanta autori e ventisei case editrici tra gli “amici” di Scrittura Informa. Questo comporta un passaparola dipendente da loro, in proporzione al gradimento, suppongo, ma comporta anche proposte di lavoro – stesso motivo. Per me questo è già molto “lontano” – e tutto con la sola forza di una connessione internet.

14.        Hai collaboratori che ti affiancano?

Per scelta personale al momento no. L’unica recensione non mia è stata fatta da una amica e collega, la Dottoressa Angela Zerbini, perché il testo in questione mi vedeva troppo coinvolta emotivamente dato che è basato su una storia reale di cui ero parziale testimone.

15.         Il tempo che dedichi al blog non toglie tempo e spazio alla tua vita personale? Non ti porta a delle rinunce?

Sono multitasking per necessità. Lavoro comunque nell’editoria e Scrittura Informa non è solo un blog. È anche un centro di pubbliche relazioni non indifferente per una persona sola. La dedizione è massima anche quando ho a che fare con dei seccatori/pessimi scribacchini.

16.        Se un giorno dovessi recensire “Scrittura Informa” cosa scriveresti?

Scriverei che è un blog contrario ai facili snobismi di chi tende a voltare le spalle a meritevoli e creativi di ogni specie, e agli isterismi di coloro che per il solo fatto di conoscere l’abc della lingua italiana credono di essere scrittori (e per giunta vorrebbero anche essere rassicurati in questo senso).

17.       Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto questo blog?

Il blog mi ha dato la possibilità di conoscere persone e scritture e al tempo stesso ha spersonalizzato la mia figura. Vengo vista come Scrittura Informa ovvero serbatoio di potenzialità per esordienti di ogni natura, ed entità da importunare con le più assurde richieste. Sono una persona, molto motivata, ma una persona.

18.          Quando hai deciso di aprire questo blog percepivi che sarebbe “cresciuto” in così breve tempo?

Mi sono data molto da fare, quindi sì, razionalmente mi aspettavo che Scrittura Informa crescesse in fretta. Emotivamente no.

19.        Giovane, dinamica, laureata e un lavoro per una casa editrice, numeri che dovrebbero condurre al successo… cos’è per  Alessandra Di Gregorio il successo? E’ lo stesso per “Scrittura Informa” o esistono due pesi e due misure tra la vita personale e il lavoro?

Il successo, in questo momento, è fare quello che più amo. Scrittura Informa ne fa parte ma è solo un aspetto. Volevo essere dove sono adesso già secoli fa. Quindi sono anche piuttosto in ritardo sulla tabella di marcia. L’esperienza lavorativo/hobbistica va a braccetto con quella privata – e credo che trattandosi del mondo delle lettere, per chi lo intende come lo intendo io, non possa essere diversamente.

20.  Affinché il blog funzioni necessita di una rete di collegamenti: erano basi che avevi già cementato oppure è stato il tempo a creare le opportunità adatte?

Il giorno 31 marzo 2008 ho fatto il mio ingresso nel mondo dell’editoria (il 13 marzo 2008 mi sono laureata), ma il mio desiderio di farne parte risale davvero alla cosiddetta “notte dei tempi”. Di fronte ad un universo multiforme e complesso come quello che ho coscientemente cominciato a frequentare – e alle difficoltà che ogni giovane trova post laurea al bivio tra la precarietà e la disoccupazione vera e propria – mi sono semplicemente data da fare. Darsi da fare in questo campo vuol dire fare molta ricerca attiva – non cercavo un editore per me in quanto autrice, cercavo persone con le quali lavorare e dalle quali apprendere; ciò è sintomatico di quanto io non abbia smanie di apparire a tutti i costi né “conflitti d’interesse”. Per me hanno parlato la naturale predisposizione alla comunicazione, la passione per qualcosa che non è solo un lavoro, e la scrittura stessa, testimonianza del lavoro svolto.

14 aprile 2009

Lorenzo Mazzoni

Oggi parliamo con Lorenzo Mazzoni, autore tra gli altri, di «Un tango per Victor»


—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

L: Un modo di combattere contro la mediocrità. Il mio modo di difendermi e attaccare. A volte un assedio, a volte assediato. O più semplicemente perché se non scrivo muoio, interiormente.

A: Scrivere. Cosa?

L: Come direbbe l’amico Roberto Coaloa “scrivere belle storie, alla Graham Greene”. Scrivere storie che facciano sorridere, piangere, pensare.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

L: Come uno che scrive storie, “belle” non lo so. Mi pongo cercando di essere sempre me stesso, non mi piace apparire. A volte la solitudine è un’arma magnifica contro la mediocrità culturale.

A: La penna per te corrisponde a…?

L: Una droga tattile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

L: Prima avevo molto entusiasmo e vagheggiate fantasie su come potesse essere bello il mondo editoriale. Adesso ho molto entusiasmo e la consapevolezza che il mondo editoriale rappresenta, spesso, la parte culturalmente malata di questo Paese. Ho sempre pubblicato per piccoli editori (se si eccettua Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda, Robin Edizioni, 2008) che, se pur bravi e presenti, non hanno la capacità di una promozione totale delle mie opere. Di conseguenza quello che facevo prima di pubblicare (promuovermi), lo faccio anche ora. Cosa cambia? Che ora non conosco tutti i miei lettori (che sono comunque pochi), un tempo sì.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

L: Veloce, perché il ritmo dei miei libri spesso lo è.

Sincero, perché un lettore riconosce la sincerità e io ce la metto tutta, che poi piaccia o no questo è un altro paio di maniche.

Saccente, perché a volte lo sono, soprattutto nelle descrizioni storico-geografiche di luoghi dimenticati da Dio.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

L: Il mio libro quale? Un tango per Victor? Presumo di sì.

Un tango per Victor narra la storia di un giovane italo-cileno che si innamora dell’Amore. È un libro di dialoghi, musica, tanta, di balli sudamericani e di echi da dittatura cilena. È un libro che vuole raccontare Amsterdam con i suoi paradossi liberal-reazionari. Leggerlo perché presumo sia una lettura veloce, piacevole e spesso spensierata. Questo non toglie che abbia cercato di affrontare anche temi impegnativi, quali l’espatrio e la perdita di una propria identità. Riporlo nella biblioteca perché la copertina non è male?

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

L: La musica, a volte quella del silenzio (anche se generalmente preferisco i Beatles o, non so, i Black Angels, gli Embryo, Giorgio Canali e blablabla), la musica è la tecnica. Un flusso. Più “tecnicamente” scrivo su blocchetti per appunti camminando, osservando, in treno, di notte. Raccolgo tutto. Scrivo su computer. Stampo. Rileggo e sistemo con una certa logicità. Riscrivo su computer. Stampo. Rileggo e correggo. Avanti così. Ci tengo molto alla dignità dello scrivere. Nel senso che prima di dare un mio testo a un editore lo edito almeno cinque volte. Detesto l’approssimazione. È fastidiosa, infantile e poco costruttiva. Cerco sempre di non esserlo. Tecnicamente è un andare e tornare, tempi morti a guardare fuori dalla finestra, sfogliare un libro, passeggiare, tornare al computer. E c’è sempre una colonna sonora. Sempre.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L: Un po’ tutte e due. Come ti ho detto prima è un’esigenza di vita, libri editi o no, la ragione principale è dovuta/voluta alla Vita. Un tempo cercavo l’editore e forse la sfera d’occasione aveva la parte predominante, ma poi diventa un mestiere, un bellissimo mestiere, il mestiere più bello del mondo. Certo, non è quello che mi fa sopravvivere, per quello c’è un lavoro da inserviente in un cinema, ma è certamente quello che mi fa Vivere. Nel mio scrivere ci sono entrambe le esperienze, quella biografica e quella fantasiosa. Cerco di plasmarle, anche se in realtà della mia esperienza biografica prediligo gli stati d’animo. Devi avere avuto una vita Unica per avere l’ambizione di scriverla e io credo di essere una persona abbastanza comune.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

L: Finita di scrivere un’opera ho due-tre giorni di stordimento. Mi sento vuoto. Ma poi riparto. Ho troppe storie dentro, troppe cose che voglio scrivere per stare a preoccuparmi del libro appena finito. Dal 2006 ho pubblicato nove libri, da solo o in collaborazione con altri scrittori, fotografi, illustratori. Ho fermi tre inediti pronti e finiti. Almeno cinque progetti. Diversi blocchetti d’appunti che potrebbero diventare storie, romanzi. Ci sono diverse tipologie dello scrivere: io sono veloce, scrivo sempre e tanto. Non posso e non ho tempo di stare dietro alle osservazioni, se le reputo intelligenti me le porto con me e ne discutiamo mentre andiamo avanti, se l’osservazione è stupida la dimentico in sette secondi. Quello che ho detto non significa che non ami i miei personaggi, al contrario, li amo tutti, sono miei amici e compagni di vita, sono fortunato perché sono parecchie le figure che ho creato e con cui è piacevole perdersi. Ho una vasta scelta…

30 marzo 2009

Strumm

Oggi parliamo con Strumm, autore di «Diario Pulp».

——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

S: Perché la scrittura è un ambito creativo che mi risparmia mediazioni. Per scrivere devo confrontarmi solo con me stesso, stabilire e rispettare i miei limiti. Questo è al tempo stesso liberatorio, narcisistico e trasparente: nel rileggermi so sempre dove ho mentito, dove sono sceso a patti, ma al tempo stesso so anche che ogni volta è stata una mia precisa scelta.

A: Scrivere. Cosa?

S: Storie, senza alcun dubbio. Meglio se grottesche, paradossali, surreali o estreme, perché a volte trovo sia più efficace rappresentare la realtà attraverso l’assurdo o il drammatico. Adoro scrivere del brutto, perché offre più gradazioni. Il bello mi annoia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

S: Cerco solo di essere spontaneo, ma non mi pongo in alcun modo. Lascio la questione a chi mi legge.

A: La penna per te corrisponde a…?

S: Alla lentezza, all’infanzia. Non scrivo mai con la penna, solo col computer – sono molto più rapido e mi illudo di mantenere il controllo (detesto i fogli pieni di correzioni).

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

S: Non credo sia cambiato molto il mio approccio. Scrivo perché mi diverte, mi esalta, mi rilassa, mi appaga e infine mi intriga ricevere riscontri dai miei lettori. L’unica differenza sostanziale dopo la pubblicazione è un pizzico di sicurezza in più per essere riuscito a portare a termine qualcosa (per un indolente come me era tutt’altro che scontato), e la calma che deriva dalle maggiori possibilità che un tuo nuovo scritto venga letto e valutato.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

S: Non so davvero rispondere. Non riesco a distaccarmi abbastanza dai miei scritti per sintetizzare il tutto in tre aggettivi. Suppongo di avere uno stile moderno, una scrittura fluida, ma non so andare oltre. Bisognerebbe chiedere a chi ha letto qualcosa di mio, per esempio: tu!

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

S: Dico, stai scherzando? E chi se lo ricorda? Io l’ho scritto, mica letto. E per nessun motivo al mondo nessuno sano di mente dovrebbe acquistarlo, leggerlo e soprattutto riporlo nella propria biblioteca personale. Svilirebbe immediatamente l’immagine di un colto e raffinato padrone di casa.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

S: Solo la storia. Le suggestioni che mi offre. Credo di avere una buona sensibilità che mi aiuta a dosare gli sviluppi di una trama, ma è qualcosa di innato. Sono troppo pigro per una pianificazione accurata. Scelgo lo scheletro che intuisco sia più congeniale alla storia. Stabilisco un tipo di linguaggio, un grado di velocità media (immaginando il punto di vista del lettore), poi lascio che eventi e personaggi determinino il resto. Tutto deve sembrare naturale all’interno dell’artificio narrativo. Non sono né pro né contro le tecniche. Le tecniche occorrono, ma non fanno di te un autore. Così come si può insegnare a scrivere, ma nutro perplessità verso chi ha la presunzione di insegnare a essere creativi.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

S: Mi piacerebbe avere l’attitudine a scrivere in modo metodico, sistematico, ma non è la mia natura. Tutto nasce da spunti, anche banali, ma che in qualche modo accendono la mia curiosità o la mia fantasia. Non credo che riuscirei mai a scrivere un romanzo classico. Per fare un esempio, non sarei mai in grado di progettare una storia alla Grisham. Per me è necessario che da qualche parte nella storia ci sia una scintilla, potrebbe risiedere anche nel titolo, ma deve esserci. Per questo, pur sforzandomi di trovare una grande regolarità, credo sia più corretto definire la mia scrittura come occasionale.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

S: Non credo di restarne schiacciato. So allontanarmi da ciò che ho scritto una volta terminato. Nonostante questo resto curioso in modo quasi patologico rispetto alla percezione che ciascun lettore ha. Spesso mi sbalordisco dell’attenzione con cui gli scritti vengono letti, spesso superiore all’attenzione che io stesso ho posto nello scriverli. A volte è straniante rendersi conto che il lettore ne sa più di te, che ha fatto collegamenti di una profondità inattesa. Tengo molto a questa fase, perché mi fa crescere e mi rivela, anche a distanza di parecchio tempo, pregi e difetti dell’opera che fino ad allora non avevo saputo individuare.

28 marzo 2009

Laura Boerci

Oggi intervistiamo Laura Boerci, autrice di «L’aura di tutti i giorni»

—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

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A: Scrivere. Perché?

Perché la scrittura, come la pittura, mi dà la possibilità di andare oltre i limiti dell’esistenza.

A: Scrive. Cosa?

Storie, sceneggiature per il teatro, lettere d’amore, pensieri… Non esiste qualcosa che non possa essere descritto o raccontato, quindi perché immaginare d’avere un confine invalicabile?

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona con molta fantasia e con essa mi piace giocare. Mi diverte trovare modi per trasmettere emozioni, cercando di essere originale, tutto qui. Non penso di fare qualcosa di straordinario, ho semplicemente una grande fortuna: le parole si inseguono e si incontrano nella mia mente, dando voce e vita ai pensieri.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ad un paio d’ali

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Scrivere è sempre stata una passione per me. Ho iniziato con stupidissimi testi di canzoni, per poi passare alle sceneggiature ed ai racconti. Per molto tempo ho cercato di capire quale fosse la mia strada; se esistesse o meno la possibilità di comunicare attraverso una forma d’arte e, dopo diversi tentativi ed alcuni risultatati soddisfacenti, ho capito che la scrittura è la mia vita. Per se stessi o per gli altri non importa! Ciò che conta davvero è la possibilità di esprimersi e quindi di essere liberi. Pubblicando un libro, naturalmente, ci si confronta con i lettori e ci si mette in gioco, ma questo non mi spaventa, anzi! Mi dà nuovi stimoli e nuova energia creativa.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Semplice, diretto, coinvolgente. Ho scelto questi tre aggettivi perché descrivono anche il mio modo d’essere. Non amo i fronzoli, le lungaggini e le situazioni asettiche.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ un’autobiografia che, a mio giudizio, può essere letta anche senza sapere chi sono. Solitamente attraggono le biografie dei personaggi famosi, ma io ho scelto di raccontarmi per raccontare un grande amore per la vita. Dalla nascita sono affetta da una malattia grave, la SMA, il mio intento però, scrivendo “L’aura di tutti i giorni” non era quello di parlare della disabilità. Ciò che volevo fare era trasmettere un messaggio positivo, un messaggio che non fosse buonista o scontato, di quelli che svanisco al primo soffio di vento. Io ho scelto di raccontare le mie sfide e le mie scommesse per dimostrare che, nonostante le difficoltà, si può vincere. Spero di esserci riuscita.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Il desiderio è quello di scrivere qualcosa di coinvolgente. Se, quando rileggo ciò che la mia fantasia ha partorito, mi diverto il gioco è fatto. Non ho una tecnica standard. Creo una scaletta, una sorta di scheletro, poi aggiungo, taglio, cambio, sposto… E’ un po’ come avere tra le mani un blocco di marmo, sapendo che al suo interno custodisce una forma da liberare.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Scrittura d’occasione. Mi stimolano i grandi dolori e le grandi gioie. Spesso scrivo perché la forza delle emozioni è incontenibile.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Scrivere la parola “fine” è bellissimo. E’ capire d’essere riusciti a dar vita ad un’idea, spesso ad un sogno. Da quel momento l’opera è libera di seguire i percorsi che la fortuna ha scelto per lei. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: lo si aiuta a crescere, lo si segue, ma lo si lascia libero. Se arrivano critiche costruttive non mi fanno male.

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