Archive for ‘Racconto/Racconti’

5 aprile 2015

La disfatta

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

 

La disfatta, di Salvatore Scalisi, è un racconto noir da interni, nel senso che la storia, di per sé molto breve e assolutamente scarna (qualità che si ammira più alla fine che durante), si svolge a “cornice” in spazi ben delimitati. Non mi riferisco solo allo spazio fisico quanto piuttosto allo spazio che delimita i dialoghi tra personaggi appartenenti a una piccola cerchia di amici e famigliari, i quali fluttuano in una sorta di aura borghese rispettabile.

Il taglio scelto dall’Autore è, per quanto concerne soprattutto il dialogato (che rappresenta una parte importante del testo), piuttosto impostato; ciò a voler rappresentare – con una forbice molto ristretta – un universo compassato e immobile, fatto di piccoli manierismi negli atteggiamenti (risolti anche a livello lessicale, proprio per “esasperare” questo atteggiamento così estremamente “perbene”).

Il Narratore sorprende con la sua lente uno spaccato di vita cittadina all’apparenza anonimo: persone qualunque che gravitano in modo abbastanza formale l’una intorno all’altra, ma che riga dopo riga vengono messe sempre più a fuoco. Talmente a fuoco che nel giro di poche pagine al Lettore appare più chiara la china verso cui la storia andrà a virare.

Il testo presenta una trama lineare; siamo infatti di fronte a un noir dai toni e dalla tematica piuttosto “classici” (e la brevità del libro è propedeutica alla riuscita del racconto, cosa che a molti autori che praticano il medesimo genere spesso sfugge). Seppure la formalità del linguaggio, unita agli scarni interventi del Narratore, siano in qualche modo fuorvianti (il testo a tratti appare perfino pesante, poiché i dialoghi ricchi di insoliti manierismi rallentano di proposito la corsa del Lettore), Scalisi registra con nettezza e coerenza gli aspetti più grevi che si nascondono alle spalle dell’ambiente (apparentemente) borghese preso a riferimento. Tradimenti e ossessioni, ma anche – come in ogni romanzo di genere che si rispetti – la nemesi finale.

3 aprile 2012

L’umore del caffè

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Umore del caffé
Autore: Marco Miele
Editore: Cult Editore
Data di Pubblicazione: Ottobre 2011
ISBN: 8863921342
ISBN-13: 9788863921342

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L’Umore del caffè, di Marco Miele, Cult Editore. Giallo di provincia, d’ambientazione toscana.

Pur da profana del noir in genere, di quello italiano e di specifiche ramificazioni regionali, mi sono approssimata alla lettura del libro di Miele, intenzionata – in primo luogo – a capire l’eventuale mistero dietro al titolo, essendo questo (qui come altrove) la prima cosa su cui si appunta la curiosità preliminare di ogni lettore. Curiosità sarà poi il termine chiave che mi condurrà a leggere il libro un po’ alla volta (a finirlo tutto e subito che gusto c’è?).

Da un giallo ci si aspetta in generale soprattutto l’aderenza a regole, ‘direttive’ fondamentali, o almeno ‘orientative’, le quali, più che altro, servono a inquadrare correttamente il testo in questione nell’ambito del genere di riferimento.

Pur essendo al tempo stesso abbastanza svincolato da prescrizioni troppo severe, comunemente, un autore, qualunque genere pratichi, deve essere in grado di porsi in modo originale e contestuale al suo tempo, alla sua realtà, e – cosa altrettanto importante – alla propria vena creativa –, cominciando a valorizzare ‘dal basso’ (cioè la cosa più vicina a sé: di solito la propria origine geografica).

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20 novembre 2011

Sul filo di lama

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Sul filo di lama
Autore: Marcellino Lombardi
Editore: Nuovi Autori
Collana: Narrativa
Data di Pubblicazione: 2007
ISBN: 8875682240
ISBN-13: 9788875682248

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Di rado la satira mi è apparsa così gradevole, intelligente, razionale e originale, come mi è capitato di pensare scorrendo le pagine della breve raccolta “Sul filo di lama”, di Marcellino Lombardi.

La raccolta si articola in una serie di racconti dal carattere fresco e ironico, nei quali l’Autore pone l’accento – ora in maniera più sottile, ora in maniera più vistosa – su argomenti di attualità, temi scottanti e di pubblico interesse.

La realtà da lui vagliata è riconducibile sicuramente a quella italiana, a quella “nostrana”, dati i notevoli ed espliciti riferimenti concreti ed attuali alla malasanità, al lavoro, all’occupazione/disoccupazione, all’università, alla criminalità, alle prospettive sociali etc. A tali riferimenti però possiamo aggiungere quelli di carattere più – per così dire – “paradossale”, ovvero quella serie di elucubrazioni di carattere più squisitamente intellettuale, relative all’analisi degli aspetti più assurdi e degenerativi della nostra realtà passata e odierna.

Mi viene da pensare che l’approccio del Lombardi, lungi dal voler essere didascalico o, in qualche modo, anche solo vagamente programmatico, in verità sia incentrato sulla necessità e sul dovere di palesare, attraverso il ricorso alla satira, l’uso del raziocinio, applicato in maniera coerente a quanto attiene la sfera sociale e collettiva, a cui tutti noi facciamo riferimento.

Infatti, ciò che risulta più evidente, è senz’altro il DINAMISMO non solo nell’approccio narrativo concreto, visibile anche al lettore meno esperto, ma anche nel pensiero, nell’analisi schietta e particolareggiata delle incongruenze sociali di cui siamo vittime e testimoni; l’Autore, lungi dal voler prospettare false soluzioni ad annosi problemi, e lungi dal voler utilizzare il solito patetismo/paternalismo patriottico-popolare, propone in modo arguto e franco chiavi di lettura che sondano più la natura umana imperfetta e corruttibile, che le nude cause e occorrenze di un problema.

Sebbene principiando la lettura si possa sospettare una mancanza di efficacia – tanto narrativa che filosofico-speculativa – nei racconti, vista la scrittura in apparenza troppo fiacca, leggera e unicamente descrittiva, modulata sul classico schema della “barzelletta” – o al massimo della vignetta satirica – in realtà, scorrendo le pagine, ci si congratula con la positiva svolta intrapresa dal libro. A subire una svolta è non solo l’impianto linguistico ma anche quello concettuale; questo ribaltamento di prospettive permette dunque di apprezzare uno stile asciutto e lineare, un amore per la parola poco sofisticata ma molto intelligente, vivace e brillante. Il periodare, infatti, è sempre molto andante. Il taglio dei racconti, perlopiù di natura argomentativa, è reso tonico dalla scelta di un lessico colloquiale ma non banale, e da uno stile prospettico, chiaro e marcatamente funzionale allo scopo che l’Autore si è proposto.

Egli, infatti, non sceglie di assoggettare il fine argomentativo e/o educativo, né il proprio proposito di portatore sano di lente di ingrandimento, agli scopi di “trama”, come farebbero lo scrittore e il pensatore poco esperti. Al contrario, le trame, brevi e volatili, sono – com’è giusto quando si vuole fare della satira degna di questo nome – solo l’ornamento, il vestito più o meno appariscente, di un corpo fatto di masse muscolari ben distinte. Attraverso il vestito siamo chiamati a imparare qualcosa di più su di noi e sul corpo collettivo.

L’Autore, che oltre a scrivere pensa, sa che non ha bisogno, per raggiungere il fine di divulgare e diffondere, di sostanziare eccessivamente il suo dettato, iper-accessoriandolo e impoverendolo dal punto di vista della qualità e dell’efficacia; per questo sceglie un’ironia che s’irraggia gradualmente da un racconto all’altro, soprattutto a seconda del tema trattato e del punto su cui vuole che si raccolga l’attenzione del lettore.

L’intensità della riflessione e della denuncia è un climax.

Da LE ELEZIONI, passando per VIVO PER ERRORE, a REALIZZA UN SOGNO, IN MEZZO A UNA STRADA, IL CASTELLO IN ARIA e L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA, passiamo attraverso tematiche e ricorrenze pregnanti. Il primo racconto è una riflessione sui costumi politici; il secondo su un caso di buona-sanità, il terzo tratta del sogno di un bambino di diventare malavitoso per un giorno, il quarto di come arrivano i soldi per chi studia (uno dei miei racconti prediletti), il quinto è uno di quei racconti che s’incentrano sul paradosso (qui l’Autore manifesta una coerenza e una creatività a dir poco geniali), il sesto racconta di paradossi storici e sociali reali, paradossi che a guardarli così, denudati, fanno persino ridere, ma d’amarezza, più che altro. Insomma “Sul filo di lama” ha tutto ciò che occorre per richiamare l’attenzione di quanti, stanchi della solita approssimazione con cui i media e la cosiddetta intellettualità trattano tutto ciò che ruota attorno ai grandi temi sociali, la coerenza non la predicano soltanto ma la rivendicano prima di tutto per se stessi.

La rivendicazione maggiore, a mio avviso, è quella relativa all’uso del proprio senso critico.

Alessandra Di Gregorio

9 settembre 2011

Racconti dell’albero rosso

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Racconti dell’albero rosso
Autore: Russo Massimiliano
Editore: Zona
Collana: Zona contemporanea
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8864381805
ISBN-13: 9788864381800

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Racconti dell’Albero Rosso, di Massimiliano Russo, è una breve raccolta di racconti in apparenza sciolti, ma perlopiù concatenati da un filo discorsivo dalle valenze fiabesche, moraleggianti, poetiche e/o farsesche (con evoluzioni e involuzioni sia all’interno del dettato che del costrutto), in cui a una lingua facile quasi elementare – pur sempre espressiva – si affianca un fraseggio ricco e pulito.

Il tono fiabesco è dato dall’uso di immagini “minute” e figure infantili da fiaba moderna, in cui il tocco moderno è dato essenzialmente dall’ambientazione e dai referenti del discorso, oltre che dagli aspetti esteriori dei personaggi e da un uso della lingua sintetico e concreto anche quando la lingua è chiamata a materializzare l’immateriale; vale a dire che il lessico si presenta molto estetico ma anche di contenuto. Nell’insieme si ha l’impressione di un disegno in movimento.

La vena moraleggiante si riferisce alla morale in senso classico, anche se gestita in maniera appunto moderna e poco consueta. Ogni racconto custodisce – tanto con l’accompagnamento di una nota ironica o satirica, che con una nota di paternale affetto – una sua cornice di razionalità ad effetto, e l’effetto è dato dal ricorso a un linguaggio estetizzante, labirintico, ricco di assonanze; a volte ai limiti del “filastrocchesco”, in un gioco di bizzarrie più per l’orecchio che per la semantica.

L’approccio è infatti alto rispetto a ciò che ci si aspetterebbe da un autore tanto giovane e per di più alle prese con racconti spiccioli e brevi, talvolta appena abbozzati, talmente sottili da intravvedersi appena; a volte il lessico è scarno, a volte meno, al punto che la scrittura appare ellittica e non dice anche quando sta dicendo. La leggerezza è un altro tratto fondamentale dell’Autore, unitamente a consapevolezza e dolcezza.

Le figure del discorso sono personaggi sui generis e al tempo stesso figure prese dal vero. L’Autore genera una commistione senza tempo tra la magia della parola – con un dettato molto equilibrato e inquadrato – e l’uso di tocchi molto moderni quando introduce figure attuali di cui mostra i vizi, arrivando a smitizzare il suo linguaggio più aereo e/o labirintico, per renderlo semplicemente concreto e motteggiante. Solo a un certo punto però, i personaggi cominciano a sommarsi nello stesso racconto, e le loro storie diventano una storia più nutrita. Il Narratore rafforza la sensazione di stare a giocare col Lettore, usando le storie come farebbe un bizzarro giocoliere.

Segnalo nell’ordine:

Nudo e gli altri uomini nel tempo, un brano in cui la figura dell’uomo è raccontata attraverso la perdita dei costumi – in questo caso il “vestito” funge da analogia col concetto di Società – e Nudo riporta, nel suo vagare, il resto degli uomini alla elementarità, scoprendo, com’è probabile che accada, più l’assenza di valori elementari che altro. Spogliati dei costumi e dei principi, c’è solo pelle e l’Autore parla della pelle “che prude se non ti lavi” (un concetto altamente qualificante per la sua penna, non c’è dubbio), e di un “gyser” in grado di ripulire. Nudo cerca la fonte, cioè l’origine dell’essenza primitiva, e trovatala, è lì che va a lavarsi, ma suscita curiosità in chi lo guarda e ne scopre le idee anticonvenzionali; Gon è vestito, infatti, cioè ha una posizione sociale gradevole agli occhi di chi gli sta intorno – è accettato – e Nudo si chiede se sarà in grado di rinunciare a ciò che lo conforma, ma verrà sorpreso proprio dalla volontà di Gon (una leggerezza?) di volersi lavare alla fonte segreta. Al momento del sopraggiungere del poderoso getto, Nudo, già ridotto ai minimi termini, è tutto ciò che resta, perché Gon – vestito di Civiltà – svanisce con l’acqua, in quanto inconsistente, praticamente non esisteva. Dunque noi cosa siamo? Proiezioni del disegno di qualcuno? Interrogarsi a riguardo è sempre giusto. In questo racconto – per altro il racconto proemiale della raccolta – il senso vivido della necessità di auto-inquadrarsi è ciò che sostanzia l’intero soggetto. Da qui deriva anche il fascino di una visione completa, unitaria, riassuntiva. In generale, infatti, l’intero libro si concentra sulla questione delle identità, dei punti di vista, della formazione e deformazione dell’individuo posto di fronte a se stesso e dell’individuo a contatto con altri e con la Società, delle sue modificazioni, sviluppi, etc.

La mosca parlante, il guaio di Lucignolo, è uno dei brani più gradevoli. Quando l’Autore rende più manifesto il senso di quanto andrà a comunicare, il Lettore si sofferma facendo meno sforzi per seguire il “groviglio ipotattico” del testo. In questo racconto non solo viene fuori l’interessante punto di raccordo tra una storia nota – quella di Pinocchio – e quella immaginata di Lucignolo, ma nell’esatto punto d’intersezione tra l’una e l’altra, è possibile trovare una lucida morale (a Lucignolo è toccata in sorte una mosca che si dichiara Amica, e che dichiara di volerlo guidare fuori dai guai, ma dal rapporto con essa sono dipese le azioni che lo hanno condotto poi a godere di una pessima fama – meritata) ma anche una diagnosi lineare dell’identità del personaggio posta di fronte allo specchio di un antagonista scelto (Pinocchio inteso come il buono della situazione). Impeccabile tutta la periodizzazione. Il testo è asciutto e compatto; il lessico aderente al soggetto, sintatticamente coeso e coerente. In sostanza l’Autore rende conto del fatto che la definizione di identità corrente è anche questione di “Fortuna” – fortuna intesa come l’Agente Caos che addizionando A a B e non B a C, è in grado non solo di influenzare, bensì di generare, un risultato visibile. Contestabile, però, anche nel suo essere fortuito, giacché secondo la logica del giudizio, se A e B sono stati sommati, è perché hanno acconsentito entrambi, quando – volendo – potevano anche opporsi alla fatalità…

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