Posts tagged ‘Cavallo di ferro Editore’

4 dicembre 2011

Lussuria

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Lussuria. La casa dei Budda beati
Autore: João U. Ribeiro
Traduttore: Buffa C.
Editore: BEAT
Collana: BEAT
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 886559053X
ISBN-13: 9788865590539

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Lussuria, edito da Beat passando per Cavallo di Ferro Editore e Objectiva,  è un volume che in parte si presenta da sé sin dal titolo. Emblematico, addirittura asettico nel suo essere totalmente sintetico e riassuntivo, evocativo e impertinente. Al suo interno, invece, di asettico c’è poco… Quella che troveremo è una ricognizione vera e propria nel cassetto dei più subdoli segreti di una donna – con la particolarità che la nostra narratrice non tratta i ricordi della sua vita e le sue considerazioni in merito come qualcosa di subdolo, né tanto meno di segreto… Il che, a voler essere sinceri, è forse la cosa più sconvolgente tra quelle reperibili nell’intero libro. Da donna e da scrittrice, nonché lettrice, la prima cosa a cui ho pensato aprendo il libro – e l’ultima chiudendolo – è stata che NON E’ DAVVERO UNA DONNA A PARLARE… E’ qualcuno che imita il pensiero di una donna, toccando tutto fuorché l’eros, quello vero, quello che interesserebbe una donna e che l’aiuterebbe a fare un quadro sociale, etico e morale universale, oltre che relativo. Dunque è necessario lasciar sedimentare un po’ la lettura e le considerazioni in merito.

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24 novembre 2011

Il sussurro della donna balena

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il sussurro della donna balena
Autore: Alonso Cueto
Traduttore: Quadrio L.
Editore: Cavallo di Ferro
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8879070436
ISBN-13: 9788879070430

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Questo libro giaceva sulla mia libreria da un po’ e ammetto che la sua copertina è per me sempre stata fonte di attrazione. Ieri sera finalmente lo prendo, mi metto a letto, e inizio a leggerlo, convinta di potermene staccare al massimo dopo la prima cinquantina di pagine, così da continuare la lettura nei giorni successivi.

All’una meno venti l’avevo già finito, e mentre leggevo, oltre ad apprezzare la scrittura di Cueto, un autore che non conoscevo ma che sono felice di aver letto, un misto di sentimenti contrastanti si faceva largo nella mia mente. Talmente a fondo da farmi divorare il libro nel giro di un paio d’ore.

Come tutti i sudamericani, anche Cueto è in grado di sviscerare i sentimenti del corpo e dell’anima in maniera piena, quasi elementare, inserendoli in un contesto “normale”, rendendoli appunto la norma della vita senza la febbrile esaltazione che all’opposto gli daremmo noi – siano essi deliranti e tristi, mortificanti e folli, siano essi vivaci e portatori di felicità.

In questo romanzo di felicità non v’è traccia. Veronica e Rebeca mi sembrano le facce di una stessa medaglia, una medaglia – quella umana – che pesa anche quando pare che non pesi niente. C’è poi anche il peso di Rebeca, la “donna balena”, che si nutre fino al parossismo introiettando altra infelicità che un po’ la rassicuri, ma venticinque anni di infelicità legati a un episodio cardine dell’adolescenza, restano lì a marcire nello stomaco, a far ribollire i pensieri e la pancia di effluvi malefici.

Ciò che divora l’anima è un elemento sempre bi-fronte: l’assenza di amore esterno che genera l’assenza dell’amore per se stessi.

Al contrario, Veronica ha la fissazione della cura del suo aspetto e ha messo l’anima in cantina, e pur continuando a pensare a quell’amica adorata e bizzarra, che non ha mai avuto il coraggio di difendere in pubblico, e pur adducendo scuse verso se stessa, per la mancanza di evidente coraggio prima e dopo, il terreno le viene meno sotto ai piedi, nonostante la leggerezza del suo corpo di quarantaduenne di successo.

Di questo libro dunque trovo apprezzabili e importanti non solo la trama in sé e la caratura di una scrittura semplice e coinvolgente, ma soprattutto lo sguardo con cui ci si dedica al tempo quale maestro di qualcosa che si capisce solo dopo.

Sì perché la nemesi è in fondo anche una forma di evoluzione e conservazione di sé, ma è soprattutto un avvicinamento alla forma che si vuole raggiungere; un modo come un altro di cercare, attraverso bisogni e soluzioni ai bisogni, la propria appartenenza a se stessi, che sia in questo mondo o nell’altro.

Viene da pensare che l’umanità, privandosi di un senso di pietà e del senso della moralità autentici, in realtà abbia perso la propria essenza, e per questo creato mostri – ora più appariscenti ora meno, perfino gradevolissimi alla vista. Tutto questo mette in pericolo noi stessi e il candore con cui sia ad occhi chiusi che aperti, siamo in grado di opporci alla meschinità, e alla lunga fa sì che noi per primi, a differenza di chi è a-morale da sempre, ci riveliamo la peggiore messa in scena della vita altrui e nostra.

Veronica attendeva da venticinque anni l’assoluzione, ma non ha saputo risolvere il divario terribile che in una età tanto complessa – per alcuni devastante – aveva fatto di lei una persona vile – una traditrice. Non scappava da Rebeca e dall’autodistruzione cui aveva contribuito a condannarla, né scappava dalla sua malattia, dai problemi di lei, dalle chiacchiere dei compagni… Scappava, seppur su tacchi alti vestiti alla moda e toniche gambe, da quella ragazzina che voleva bene a Rebeca e aveva scelto ugualmente di farle del male senza motivo.

Si dice che la civiltà rigetti gli esseri deformi e gli esseri strani, siano deformi e strani nel corpo e nella mente, e peggio ancora se sono deformi e strani in entrambi. Così nasce l’emarginazione, che è una cosa a volte sottile, a volte molto più visibile; razza, colore della pelle, sesso, religione, gusti sessuali, e così via… L’emarginazione è un lager fatto di filo spinato invisibile, perlopiù, ma quando si resta imprigionati in un corpo e soprattutto nella mente che ha creato quel muro, non si sta scappando dai propri nemici. Si sta gridando disperatamente aiuto in una sala di sordi.

Lungi dallo scadere in moralismi e patetismi dell’ultima ora, Cueto è un maestro di evidente bravura. Perché lascia che i personaggi vivano tutte le tensioni che arrivano a scuotere mondi in apparenza perfetti. Perché lascia che tutto affiori, in un climax calibrato alla perfezione. Perché non ha bisogno di nascondersi dietro a un dito, creando due personaggi come Veronica e Rebeca, che non ci piaceranno per gli stessi motivi, anche se tra di loro tendenzialmente saremo più portati a scegliere di stare dalla parte della perfetta Veronica. Cueto divide a metà uno specchio e alla fine, non c’è una più bella del reame. C’è solo bisogno di perdono.

Alessandra Di Gregorio

26 marzo 2011

Il giorno delle donne

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Il giorno delle donne
Autore: Krúdy Gyula
Editore: Cavallo di Ferro
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8879070665
ISBN-13: 9788879070669

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Il giorno delle donne è un romanzo dal fascino ai limiti del gotico e del grottesco, in cui a una serie di parentesi leggiadre, rintracciabili nelle interminabili descrizioni di giovani fanciulle in fiore e di rituali sociali in cui si balla e si fa festa, si contrappongono, a un certo punto, immagini funeste e turbolente, scioccanti e bizzarre.

L’impresario di pompe funebri Janos è protagonista di una storia in verità priva di storia. Il romanzo si articola in una lunga serie di cornici legate solo da un notevole filo narrativo che prevede dettagliatissime descrizioni di corredi, abbigliamenti, usi e costumi (sia pubblici che privati), di una Budapest primo novecentesca.

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8 maggio 2010

La mancanza

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: La mancanza

Autore: Paula Izquierdo

Editore: Cavallo di Ferro Editore

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Sfogliando le pagine de La Mancanza, si sono riaffacciate in me una serie di melanconiche e soffocanti sensazioni, per quanto rese ormai tiepide dallo scorrere del tempo, relative alle perdite (umane e affettive) subite durante il cammino della mia esistenza. Il loro essere però tiepide in parte credo sia anche dovuto al fatto che quella mancanza che svuota i petti e rende le giornate odiose, buie, sospese, nel libro della Izquierdo, non è che accennata. Quasi troppo lieve per essere veramente struggente e credibile come solitamente uno la sente e di conseguenza è portato a immaginarsela o a ricrearsela anche quando non è direttamente coinvolto. 

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