Posts tagged ‘Gionata Soldatini’

24 luglio 2009

Il verme

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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si ringraziano Arpanet Edizioni e Progetto Babele.

il verme, una favola moderna

# Titolo: Il verme

# Autore: Soldatini Gionata

# Curato da: Simone P.

# Illustratore: Fasoli F.

# Editore: ARPANet

# Data di Pubblicazione: 2007

# Collana: Mini concepts

# ISBN: 8874260482

# Pagine: 64

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Il Verme di Gionata Soldatini, non ha la stessa incisività di DUS – DOPO UNA SBRONZA, ma – seppur diversamente – è in grado, attraverso il contenitore minimo di una parola rarefatta e profumata, di aprirci lo spazio di un amore senza amore, in quanto privo di corresponsione e felice realizzazione.

L’Autore identifica gli stati d’animo raccontati, con le essenze profumate che in qualche modo dovranno aiutare Gaston a stare bene, a dimenticare o ricordare, evocando in lui e in noi che lo leggiamo, sensazioni intime uniche e contrastanti.

Gaston rappresenta l’innamorato illuso, deriso, mesto e contrito, di una storia in cui i veri vermi non sono solo i lombrichi che alleva. I vermi sono alcuni personaggi e sono anche i sentimenti negativi dominanti in una Società che inquadra e rifiuta, e in un dinamismo sentimentale che non si realizza mai così come noi lo vorremmo. Alla fine, il quadro ricamato contempla una visione in cui squallide sono persino le persone che vengono amate ma non riamano o non sanno amare e basta. La figura della donna del cuore appare, infatti, come antitetica all’eroe del racconto, in quanto non solo non lo riama, ma lo usa e lo disprezza.

Da qui l’idea di un universo femminile sempre più contraddittorio – per la serie: chi è causa del suo mal pianga se stesso – che si ritorce vilmente in sé, senza riconoscere i veri fiori, o le forme arbustive più vicine ad essi, e che si accontenta di cogliere belle rose senza profumo alcuno.

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Alessandra Di Gregorio

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25 marzo 2009

Gionata Soldatini

Oggi parliamo con Gionata Soldatini, autore di «DUS – dopo una sbronza».

——— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

G: E’ stata un’esigenza, credo che all’inizio sia così per tutti. Non ci si può svegliare una mattina e dire “adesso mi metto a scrivere!”, deve scattare qualcosa. Nel mio caso sentivo il bisogno di mettere ordine nella mia vita, di capirmi scrivendo. DUS è il racconto che più mi somiglia, e che più mi ha aiutato.

A: Scrivere. Cosa?

G: C’è una traccia autobiografica rintracciabile in ogni mio racconto, ma più vado avanti e più sento il bisogno di “inventare” mondi più grandi. Mi piace partire da ricordi reali e trasportare il lettore in luoghi astratti, in modo che resti in bilico fra realtà e sogno, fra dettagli e luoghi imprecisati. E’ però fondamentale trovare un equilibrio, fra le pieghe della storia deve restare impresso il senso, la ragione della storia.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

G: All’inizio ero più imbarazzato, chi scrive lascia su un foglio una parte di sé. Io sono molto riservato e, dato che ammetto di partire da sensazioni vissute, mi sento spesso con i nervi scoperti. Oggi l’imbarazzo non è ancora passato, diciamo che ho capito che con questo stato d’animo dovrò conviverci.

A: La penna per te corrisponde a…?

G: Trascrivo le mie prime idee con la penna, mi piace ancora sentirla strisciare su un foglio. Vivo con “lei” un rapporto ossessionante. Forse perché non ho mai avuto un buon rapporto con le tecnologie, ho scritto il mio primo racconto con una Underwood 450!

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Oggi leggo qualsiasi libro con ammirazione. Prima avevo un atteggiamento un po’ snob nei confronti di certa letteratura, per la solita storia del “chi vende troppo non è bravo”. Adesso mi rendo conto di quanto sia grande lo sforzo creativo di chiunque sappia inventare un intreccio narrativo di trecento pagine!

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Preciso, ironico, surreale. Non credo si possa scegliere il proprio stile, nasce da sé. Devo però ammettere che la mia passione per scrittori come DeLillo o Palahniuk mi ha influenzato, credo che la letteratura “postmoderna” sia l’unica che riesca a descrivere la società di oggi, è lo specchio della sua confusione e il tentativo di superarla. Il mio tentativo è simile, un po’ meno nobile, ciò che voglio superare scrivendo è soprattutto la mia, di confusione.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

G: DUS è un triangolo amoroso, un po’ surreale. Parte da un’idea semplice, un ragazzo che si ritrova conteso da due donne bellissime e si farà trascinare nel loro mondo, affascinante ma senza sostanza. Le sorprese non mancano, la narrazione spezzata, i salti spazio-temporali, la realtà che si confonde con il sogno, preparano “l’esplosione” finale, in cui tutto apparirà più chiaro e il protagonista sarà costretto a scegliere. Per chi vuole essere trascinato in un altro luogo e nello stesso tempo ritrovare esperienze forse già vissute, e scegliere con coraggio una volta per tutte, senza più guardarsi indietro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Credo che la forma sia fondamentale, che sia la vera anima dello scrittore. Come ho gia detto cerco di rimanere fra l’astratto e il concreto, fra luoghi imprecisati e dettagli precisi, passato e presente, sogno e realtà. Prima ho parlato di Palahniuk, lui passa da descrizioni dettagliatissime a brevissime intuizioni che sono un pugno allo stomaco, ma ha anche trovato un equilibrio fra i due poli. La scrittura è per me una questione di equilibrio ma la forma non deve restare immobile, si rischia altrimenti un piattume totale. Il mio stile è lo specchio della mia confusione e il tentativo di superarla.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Soprattutto per metabolizzare esperienze biografiche, e questo ovviamente non vuol dire che scriva storie autobiografiche. Parto da sensazioni che ho vissuto e poi faccio “splendidi” salti mortali per darle un senso. Dico splendidi perché adoro liberare la fantasia e farla posare sui miei ricordi.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Devo dire che le critiche negative mi pungono non poco. Per fortuna, forse perché sono agli inizi, non ne ho ancora ricevute molte. Una in particolare però, mi ha fatto fastidio. Era un giudizio non così negativo, era una “sufficienza”. Ecco, non mi piacciono le sufficienze, preferisco un votaccio ad un mediocre sei!

Grazie infinite a te, Alessandra.

7 febbraio 2009

Dopo una sbronza

Ringrazio Arpanet e la sua Redazione per l’accoglienza.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

dopo-una-sbronza

Titolo: Mini concepts moda. DUS (Dopo una sbronza)
Autore: Soldatini Gionata
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260350
ISBN-13: 9788874260355
Pagine: 64

DUS acronimo di Dopo Una Sbronza, è l’ennesimo piccolo gioiello Arpanet, appartenente alla collana Mini Concepts. Mini concetti ben espressi, piccole architetture ben congegnate, sprazzi di lucidità tra una sbronza e l’altra, vite sospese tra il cinismo di una bellezza che tutto acceca e risucchia, e il bisogno di venirne fuori, giungerne a capo, smettere la spasmodica rincorsa. Gionata Soldatini accoglie in DUS la scrittura come una pennellata per rifinire un particolare intarsio su di un vaso. Ha la precisione dalla sua, la stringatezza, la capacità di addensare significati, minimizzare i conflitti con scelte linguistiche ai limiti della neutralità, rendendo tutto come sospeso e catatonico ma mai banalizzando il proprio dettato – ed anzi esaltando la difficoltà immane, tanto morale che filosofica di chi vive l’amore più sotto forma di sberle che di incendi. L’uomo che dall’interno di DUS ci parla a bassa voce e quasi ci viene a sbattere contro, è un uomo appeso a metà tra apparenze scientemente ricercate e gusto del vivere. La difficoltà del conflitto si vive tutta a fior di pelle, senza mai nascondersi o nasconderci stati d’animo che manifestano la sua incapacità di opporsi veramente, ma evidenziando altresì come questo divario possa ricercarsi nelle due donne che animano la storia: da un lato Nicole, dall’altro Kim. Personaggi fondamentalmente appena accennati, complessi, dispotici, nulli e annullabili, eppure mai privi di un artificiale gusto estetico quando non di vera sciatteria interiore – la cosa che si fa più fatica a perdonare, perché manie ne hanno tutti, ma poi curare un tempio vuoto, manifesto della decadenza di uno spirito incapace di brillare di luce propria, ha l’importanza che può avere una preghiera recitata in una congrega di atei: probabilmente nessuna. Il sogno allora prende e si confonde alla vita ad occhi aperti, e l’indigestione di malessere passa nelle fragranze dei fiori, nelle trasparenze del cuore, nella pelle setosa di una donna curata, nelle emotività schiaccianti, nei percorsi mentali deliranti, nelle bottiglie di whisky che occhieggiano alle spalle dell’ignaro barista, il quale non sa – e mai potrebbe – che in quel solo sorso di Clan Campbell che avrà ormai servito a uno spropositato numero di clienti/tristi figuri di passaggio, è contenuta una certa dose di verità; una verità che sostiene l’incoerenza personale rispetto all’artificio della bellezza e del costume più vuoti ed esasperati, – che infine tendono ad eliminarsi da soli perché la facciata non è mai retta da nient’altro – che sostiene il gusto del dolore e la sfacciataggine del gesto di bersi pure l’anima – potendo – di contro alla morigeratezza di un pasto, piuttosto che l’uso di un belletto decorativo – l’esasperazione volontaria del proprio Io tutto da soffocare, tutto da costringere in ignobili pose, in ignobili atteggiamenti, in vuote espressioni e false andature, come una di quelle architetture post-moderne, dove il pregio delle forme classiche non conta niente rispetto all’arrampicarsi in aria di un palazzo di vetro che non vedrà mai l’orma bruna di un mattone impastato con la terra. Come in una sfilata in cui l’abito è sempre diverso e sempre più accattivante, ma chi lo indossa nel frattempo invecchia e si logora e di vecchio porta addosso solo uno straccetto d’anima che già non vive più.

Alessandra Di Gregorio

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