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28 marzo 2009

Laura Boerci

Oggi intervistiamo Laura Boerci, autrice di «L’aura di tutti i giorni»

—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

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A: Scrivere. Perché?

Perché la scrittura, come la pittura, mi dà la possibilità di andare oltre i limiti dell’esistenza.

A: Scrive. Cosa?

Storie, sceneggiature per il teatro, lettere d’amore, pensieri… Non esiste qualcosa che non possa essere descritto o raccontato, quindi perché immaginare d’avere un confine invalicabile?

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono una persona con molta fantasia e con essa mi piace giocare. Mi diverte trovare modi per trasmettere emozioni, cercando di essere originale, tutto qui. Non penso di fare qualcosa di straordinario, ho semplicemente una grande fortuna: le parole si inseguono e si incontrano nella mia mente, dando voce e vita ai pensieri.

A: La penna per te corrisponde a…?

Ad un paio d’ali

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Scrivere è sempre stata una passione per me. Ho iniziato con stupidissimi testi di canzoni, per poi passare alle sceneggiature ed ai racconti. Per molto tempo ho cercato di capire quale fosse la mia strada; se esistesse o meno la possibilità di comunicare attraverso una forma d’arte e, dopo diversi tentativi ed alcuni risultatati soddisfacenti, ho capito che la scrittura è la mia vita. Per se stessi o per gli altri non importa! Ciò che conta davvero è la possibilità di esprimersi e quindi di essere liberi. Pubblicando un libro, naturalmente, ci si confronta con i lettori e ci si mette in gioco, ma questo non mi spaventa, anzi! Mi dà nuovi stimoli e nuova energia creativa.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Semplice, diretto, coinvolgente. Ho scelto questi tre aggettivi perché descrivono anche il mio modo d’essere. Non amo i fronzoli, le lungaggini e le situazioni asettiche.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

E’ un’autobiografia che, a mio giudizio, può essere letta anche senza sapere chi sono. Solitamente attraggono le biografie dei personaggi famosi, ma io ho scelto di raccontarmi per raccontare un grande amore per la vita. Dalla nascita sono affetta da una malattia grave, la SMA, il mio intento però, scrivendo “L’aura di tutti i giorni” non era quello di parlare della disabilità. Ciò che volevo fare era trasmettere un messaggio positivo, un messaggio che non fosse buonista o scontato, di quelli che svanisco al primo soffio di vento. Io ho scelto di raccontare le mie sfide e le mie scommesse per dimostrare che, nonostante le difficoltà, si può vincere. Spero di esserci riuscita.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Il desiderio è quello di scrivere qualcosa di coinvolgente. Se, quando rileggo ciò che la mia fantasia ha partorito, mi diverto il gioco è fatto. Non ho una tecnica standard. Creo una scaletta, una sorta di scheletro, poi aggiungo, taglio, cambio, sposto… E’ un po’ come avere tra le mani un blocco di marmo, sapendo che al suo interno custodisce una forma da liberare.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Scrittura d’occasione. Mi stimolano i grandi dolori e le grandi gioie. Spesso scrivo perché la forza delle emozioni è incontenibile.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Scrivere la parola “fine” è bellissimo. E’ capire d’essere riusciti a dar vita ad un’idea, spesso ad un sogno. Da quel momento l’opera è libera di seguire i percorsi che la fortuna ha scelto per lei. E’ un po’ come mettere al mondo un figlio: lo si aiuta a crescere, lo si segue, ma lo si lascia libero. Se arrivano critiche costruttive non mi fanno male.

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28 marzo 2009

L’aura di tutti i giorni

Ringrazio Laura.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226

L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.

Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.

Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.

La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.

Alessandra Di Gregorio.

20 febbraio 2009

Colori del tempo

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recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.
Titolo: Colori del tempo
Autore: Martini Paola
Curato da: Balsamello M. B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Delphinium
ISBN: 8854604674
ISBN-13: 9788854604674
Pagine: 120

A quanti non succede, sfogliando un album di vecchie foto, di avere subito chiaro e distinto nella mente un ricordo preciso, un aneddoto, un volto famigliare, un posto, un lembo consumato di stoffa, il fruscio degli abiti durante un abbraccio, un arrivo, una partenza, un addio e un arrivederci consumati ad un binario?

Colori del tempo è in fondo questo: un affresco essenziale e luminoso, alle volte sospeso alle volte no, in cui un linguaggio sapido e delicato si rivolge agli anni verdi a Villa Gina e l’infanzia e l’adolescenza scorrono leste tra libri, cicatrici, Tata, il piccolo Francesco, la farmacia del babbo, i preservativi usati a mo’ di palloncini per improvvisate ghirlande festose, il liceo classico e i primi amori e dissapori di vite che sono ancora primavere in boccio – e ad una fase successiva, in cui la maturità si presta al matrimonio e a porci innanzi ad una donna già fatta, che parla della Maremma e dell’amore, e che sembra lontana anni luce dalla bambina che va a dormire imbacuccata perché in casa non c’era il riscaldamento. Il romanzo della Martini ha atmosfere sospese, seppure la storia sia ben contestualizzata e luoghi e nomi riferiti ad altrettanti nomi e luoghi non propriamente di fantasia; ciò che rende l’idea di sospensione è proprio il ritorno ai timidi albori imbastiti con capacità e giusto grado di ponderazione – tanto tematica che linguistica. Il concetto di legame affettivo e legame temporale a cose e persone, è ciò che lega le due storie e che fa brillare la figura di una protagonista dolce e decisa – che ci riporta alle atmosfere di Ritratto in seppia di Isabel Allende, a quelle di Mal di pietre di Milena Agus e della Mennulara, di Simonetta Agnello Hornby, che esaltano, in atmosfere ricche di tensione emotiva, intensità letteraria, sentimento e attaccamento alla terra originaria, femminilità dai contorni netti, mai avulse da elementi territoriali basici la cui memoria si rinnova di sentimento in sentimento. L’Autrice dunque opera nelle profondità della rievocazione d’elementi cari, per rinverdire non solo l’ampiezza di un ricordo ma anche e soprattutto l’emozione della storia nel suo stesso compiersi e snocciolarsi quotidiano e all’apparenza innocuo. Il ricordo, nel momento in cui si forma ed è declinato ancora al presente verbale, appare anonimo e sbiadito e non certo sempre degno d’attenzione; allora è il tempo l’elemento chiave che permette – alla Martini come a noi tutti – di soppesare e dare il giusto valore a ciò che s’impreziosisce mentre l’orologio scorre, e anche se ci spostiamo in avanti – come quel paio di lancette che tutto sottomette – la memoria è sempre un passo dietro a noi, proiettata in una rincorsa alla quale taluni sfuggono mentre altri se ne lasciano irrimediabilmente catturare. La penna della Martini si sofferma docile, amabile, femminile, spesso timida ma sempre appassionata e solerte, a sottolineare un intero mondo di tasselli emotivi di gran pregio, descritti con la minuzia dello scrivano che, cosciente di dover mantenere in vita una memoria autobiografica più o meno romanzata, – i cui limiti non ci è dato sapere né forse c’interessano veramente o possono esserci di qualche aiuto – intarsia le parole come su un diario nato espressamente per la divulgazione, in cui i segreti vengono affrontati non meno liberamente delle verità storiche ed ambientali, affinché niente si celi a chi legge, neppure la profonda emozione dell’atto stesso della scrittura.

Alessandra Di Gregorio.

17 febbraio 2009

Paolo Viglianisi


Oggi parliamo con Paolo Viglianisi, autore di «A un terzo dei Mille».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Non si sceglie. Semplicemente si asseconda il bisogno di scrivere.  È il più estremo esercizio di libertà ed arbitrio:  è accessibile a tutti e non c’è altra attività umana a mio avviso che possa eguagliare il senso di libertà e appagamento che si ottiene, per esempio, nell’inventare una storia, muoverne i personaggi, decidere del loro destino.

A: Scrive. Cosa?

In questo periodo soltanto il romanzo soddisfa il mio bisogno di sfida, di esser messo alla prova. Mi sono dedicato al giornalismo molti anni fa (come free-lance) e sono passato attraverso la scrittura di racconti. Ho scritto poi il mio primo romanzo e di certo, non so quando, sarà di nuovo un romanzo il mio prossimo lavoro.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono un non addetto ai lavori – categoria piuttosto nutrita a quanto pare quando si parla di scrittura. Scrivere è per me un esercizio estremamente individualistico e narcisistico – perché facendolo soddisfo un mio bisogno profondo – ma  è anche un tentativo di donare ai lettori godimento e piacere, e si muove in questo caso all’altro estremo della scala diventando un gesto totalmente altruistico ed estroflesso. Alla scrittura mi accingo perciò sempre con gioia. E nella scrittura mi sento un artigiano animato da sincera umiltà.

A: La penna per te corrisponde a…?

Uno strumento irrinunciabile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima del mio romanzo ho pubblicato due racconti brevi e, quando lavoravo come giornalista free-lance, svariati articoli, normalmente di costume. Sebbene questo periodo di attività sia lungo più di quindici anni,  non posso dire che c’è stato un vero cambiamento nel mio modo di pormi rispetto alla scrittura. Le mie motivazioni e i miei bisogni erano e rimangono quelli spiegati sopra

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Vario, leggero, originale.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

La storia  è agile ed accattivante, parte da un fatto di cronaca nera che pero’ presto diventa pretesto per l’incursione nel quotidiano dei personaggi principali, che sono diversi tra loro tanto quanto lo  è l’ambientazione geografica, i luoghi principali delle vicende più importanti del romanzo. La galleria di personaggi non è ampia ma offre a ciascun lettore almeno una possibilità di identificazione: una volta trovato il proprio omologo emotivo, la lettura di questo romanzo breve si snoda veloce, le pagine scorrono rapide e un sorriso di compiacimento salirà lieve, magari più volte, sulle labbra del lettore/lettrice. Un inno alla leggerezza.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Mi guida il bisogno della scrittura in sé come esercizio di libertà assoluto. Tecnicamente, procedo a chiazze, a isole. Prendo appunti e note nel quotidiano attingendo a tutto quello che scorre sotto i miei occhi che mi pare originale, insolito, meritevole di attenzione. Il tutto senza alcun criterio di omogeneità.  Poi rielaboro in un secondo tempo costruendo dei personaggi che abbiamo tic, abitudini e bisogni che possano essere introdotti usando uno dei piccoli fatti di cui ho preso nota nelle mie osservazioni. Le note sono isole, a volte neanche quello ma semplicemente scogli. Il lavoro creativo sta nel trasformare isole e scogli in arcipelago con caratteristiche  di paesaggio compiute e coerenti.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Qualunque fatto del quotidiano può stimolare il ricorso alla penna e diventare poi idea o pretesto per il racconto. Sulla componente auto-biografica, per quello che mi riguarda chiunque impugni la penna attinge inevitabilmente al proprio bagaglio di esperienze, sentimenti ed emozioni, non importa quale sia l’argomento di cui si scrive. In questo senso a mio modo di vedere tutta la scrittura  è biografica, o meglio auto-biografica.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

La mia esperienza di opere letterarie  è troppo limitata per parlare di una modalità consolidata di metabolizzazione post-stesura. In generale, sono avido di critiche e riscontri, ed anche incline a ragionarci seriamente sopra. Pretendo però che esse scaturiscano da una lettura completa ed attenta dei miei scritti. Ho osservato poi che molti lettori si sentano obbligati a improvvisarsi critici letterari se hanno un legame di qualche tipo, non importa quanto lontano e rarefatto, con chi scrive. Confesso che a volte trovo questa reazione, questo voler dar prova di sagacia e acume, fastidiosa.

Insomma, il giudizio e riscontro degli altri sui propri scritti è necessario e irrinunciabile, ma il privilegio della parer e dell’opinione spetta solo a chi ha investito qualche ora di lettura seria a quello che tanto faticosamente  è stato prodotto. D’altra parte trovo estramemente gratificante quando i miei lettori mi fanno notare nessi o interpretazioni di personaggi e fatti narrati di cui io stesso non sono cosapevole – e che mi guardo bene dal correggere o puntualizzare: il libro  è dell’autore finché lo scrive, di esclusiva proprieta’ dei lettori dal momento che viene pubblicato.

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