Posts tagged ‘Lorenzo Mazzoni’

15 novembre 2011

Le bestie. Kinshasa serenade

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Le bestie. Kinshasa serenade
Autore: Lorenzo Mazzoni
Editore: Momentum Edizioni
Data di Pubblicazione: 2011
ISBN: 8890534028
ISBN-13: 9788890534027

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Decido di leggere l’ennesimo libro di Mazzoni (mi piace avere la possibilità di seguire un autore nel tempo) la sera, prima di dormire, e commetto un errore (nel senso che certamente non ha conciliato il sonno), ma tant’è, è così snello, nella sua forma, che in due notti lo finisco e anzi, posso anche scegliere di centellinarlo.

Il romanzo è in verità un reportage che si spaccia per romanzo, e ha poco o nulla di finzionale; è una precisa denuncia. Non si tratta di un libro che apri e chiudi a caso e lasci a prendere la polvere; una volta iniziato, sai che devi terminarlo. Non tanto per sapere “come va a finire” – dato che di favola moderna non si tratta (tutt’altro…) – ma per vedere fino a che punto l’Autore è stato in grado di arrivare. Chi scrive, certamente non è esente dai sentimenti, pure se decide di non esternarli…

Dovendo presentare ai lettori il testo, anche a coloro che di situazione politica e sociale in Africa sanno ben poco (e comprensibilmente non vogliono saperne), bisogna almeno rendere chiaro chi sono le ‘bestie’. Il resto viene da sé.

Sebbene qualche pecca sia rintracciabile in piccoli refusi random e in una formattazione del testo e relativa impaginazione non esattamente all’altezza di un libro stampato con gli odierni mezzi, non è sulla forma che ci soffermeremo; è solo attraverso la parola molto circostanziata dell’Autore, che entriamo in un universo che sconvolge anche la più blanda sicurezza relativa alla civiltà moderna.

Il senso di ribrezzo, terrore, incredulità e sgomento, che accompagna l’annichilente realtà di un’Africa dominata da porci interessi e dalla mano bestiale che versa sangue su strade in cui pure la polvere ha un dna, è la sensazione avvolgente che domina e dominerebbe non solo ogni lettore, ma anche ogni europeo o altro civilizzato sulla faccia della Terra.

Mazzoni, con estrema sintesi, senza fatue ricercatezze, una ottima scelta della distribuzione dei capitoli – assai brevi e concisi, e nel complesso numerosi rispetto alla piccola mole del volume, come a voler accendere vari focus su una lunga serie di cose, senza impelagarsi in vicende da scuola di scrittura, tipo “trama, intreccio e così via” – spiega chi sono gli attori dell’infinito palcoscenico di sangue a Kinshasa, calibrando attentamente lo spazio destinato a ognuno di essi.

In sostanza il Narratore prende un ristretto campione di umanità e lo inquadra all’interno del contesto, a volte zoomando in avanti a volte indietro, restituendo con efficacia il senso complessivo – per quanto possibile – della situazione che ha scelto per tema. I personaggi nascono e muoiono nel libro in modi differenti; chi concettualmente, chi solo fisicamente, mentre alcuni in effetti non sono mai nati davvero. Harold, sprezzante medico europeo finito all’inferno, credo rappresenti una più che onesta chiave di lettura del quadro: con Harold abbiamo la ‘visione’. Emblematico il suo ultimo dialogo con Cristobal, il reporter che incarna alla perfezione lo straniamento tipico di chi non ha la più pallida idea di ciò che sta facendo nel posto più improbabile per fare veramente qualcosa. Dal desiderare uno scoop e una denuncia sociale di ordine mondiale, all’avere incubi e vomito per aver visto i corpi straziati di esseri umani sbudellati dai propri simili, in Africa può essere questione di attimi. A differenza di Cristobal, Harold, ci si cala fino in fondo nello schifo, per espiare, sapendo di poter morire, vivendo con l’odore della violenza ogni giorno, non piegandosi mai. Fino alle conseguenze estreme, perché tutti siamo fatti di carne e la legge delle bestie è che non c’è legge e muori senza ragione, fanno del tuo corpo scempio, in un modo o nell’altro.

Un pugno di medici cerca di salvare il salvabile, in una latrina a cielo aperto; il quartiere dei bianchi come avamposto dei ricchi, dei giornalisti europei e di una presenza militare dispiegata a proteggere il niente; un bordello nel bordello; interessi capitalisti, marziali; scenari che neanche nel più spinto dei film horror… e soprattutto sangue e cadaveri, ma non come ce li immaginiamo, a forza di malattie e denutrizione spinte… Cioè non solo. La violenza è cruda. Efferata, gratuita, animale. Famelica, assuefatta. Totalmente fuori controllo, eppure in qualche modo asservita a qualcosa. Alla fame indotta da altri per produrre più morti e meno gente a cui rendere conto. Per arrivare a far auto-implodere, finalmente, un Paese in cui vivono bestie facilmente suscettibili al sangue.

L’Africa, benché agli occhi dei potenti – stranieri e non – appaia ancora come un infinito serbatoio di ricchezze (diamanti, minerali, petrolio, organi), in realtà, e senza neanche troppi complimenti – come dice Mazzoni che non c’è stato, e come racconta soprattutto la tragedia silenziosa che non lasciamo penetrare fino alle nostre terrorizzate orecchie – è solo un pozzo di merda in cui compiere atrocità, stupri, cannibalismo, insomma efferatezze su cui non serve a molto fare i nostri soliti intellettualismi.

Alessandra Di Gregorio

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14 maggio 2010

Lo sbirro anarchico Pietro Malatesta

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Nero ferrarese

Autore: Mazzoni Lorenzo

Illustratore: Amaducci A.

Editore: La Carmelina

ISBN-13: 9788890330001

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18 aprile 2010

Porno Bloc

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Autori: Lorenzo Mazzoni, Marco Belli

Editore: La Carmelina Linea b/n

Di Porno Bloc apprezzo l’autenticità. Per autenticità intendo quella serie di posture mentali non garantiste verso niente e nessuno, né giudicatrici né moralizzatrici, né dedite all’esaltazione di una verità od una considerazione.

Porno Bloc, rotocalco morboso della Romania post post-comunista, è un diario allucinato drammatico e inebriante, che ci porta in giro sulla rotta del consumo, in una capitale sfrenata,

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14 aprile 2009

Lorenzo Mazzoni

Oggi parliamo con Lorenzo Mazzoni, autore tra gli altri, di «Un tango per Victor»


—– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

L: Un modo di combattere contro la mediocrità. Il mio modo di difendermi e attaccare. A volte un assedio, a volte assediato. O più semplicemente perché se non scrivo muoio, interiormente.

A: Scrivere. Cosa?

L: Come direbbe l’amico Roberto Coaloa “scrivere belle storie, alla Graham Greene”. Scrivere storie che facciano sorridere, piangere, pensare.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

L: Come uno che scrive storie, “belle” non lo so. Mi pongo cercando di essere sempre me stesso, non mi piace apparire. A volte la solitudine è un’arma magnifica contro la mediocrità culturale.

A: La penna per te corrisponde a…?

L: Una droga tattile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

L: Prima avevo molto entusiasmo e vagheggiate fantasie su come potesse essere bello il mondo editoriale. Adesso ho molto entusiasmo e la consapevolezza che il mondo editoriale rappresenta, spesso, la parte culturalmente malata di questo Paese. Ho sempre pubblicato per piccoli editori (se si eccettua Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda, Robin Edizioni, 2008) che, se pur bravi e presenti, non hanno la capacità di una promozione totale delle mie opere. Di conseguenza quello che facevo prima di pubblicare (promuovermi), lo faccio anche ora. Cosa cambia? Che ora non conosco tutti i miei lettori (che sono comunque pochi), un tempo sì.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

L: Veloce, perché il ritmo dei miei libri spesso lo è.

Sincero, perché un lettore riconosce la sincerità e io ce la metto tutta, che poi piaccia o no questo è un altro paio di maniche.

Saccente, perché a volte lo sono, soprattutto nelle descrizioni storico-geografiche di luoghi dimenticati da Dio.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

L: Il mio libro quale? Un tango per Victor? Presumo di sì.

Un tango per Victor narra la storia di un giovane italo-cileno che si innamora dell’Amore. È un libro di dialoghi, musica, tanta, di balli sudamericani e di echi da dittatura cilena. È un libro che vuole raccontare Amsterdam con i suoi paradossi liberal-reazionari. Leggerlo perché presumo sia una lettura veloce, piacevole e spesso spensierata. Questo non toglie che abbia cercato di affrontare anche temi impegnativi, quali l’espatrio e la perdita di una propria identità. Riporlo nella biblioteca perché la copertina non è male?

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

L: La musica, a volte quella del silenzio (anche se generalmente preferisco i Beatles o, non so, i Black Angels, gli Embryo, Giorgio Canali e blablabla), la musica è la tecnica. Un flusso. Più “tecnicamente” scrivo su blocchetti per appunti camminando, osservando, in treno, di notte. Raccolgo tutto. Scrivo su computer. Stampo. Rileggo e sistemo con una certa logicità. Riscrivo su computer. Stampo. Rileggo e correggo. Avanti così. Ci tengo molto alla dignità dello scrivere. Nel senso che prima di dare un mio testo a un editore lo edito almeno cinque volte. Detesto l’approssimazione. È fastidiosa, infantile e poco costruttiva. Cerco sempre di non esserlo. Tecnicamente è un andare e tornare, tempi morti a guardare fuori dalla finestra, sfogliare un libro, passeggiare, tornare al computer. E c’è sempre una colonna sonora. Sempre.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L: Un po’ tutte e due. Come ti ho detto prima è un’esigenza di vita, libri editi o no, la ragione principale è dovuta/voluta alla Vita. Un tempo cercavo l’editore e forse la sfera d’occasione aveva la parte predominante, ma poi diventa un mestiere, un bellissimo mestiere, il mestiere più bello del mondo. Certo, non è quello che mi fa sopravvivere, per quello c’è un lavoro da inserviente in un cinema, ma è certamente quello che mi fa Vivere. Nel mio scrivere ci sono entrambe le esperienze, quella biografica e quella fantasiosa. Cerco di plasmarle, anche se in realtà della mia esperienza biografica prediligo gli stati d’animo. Devi avere avuto una vita Unica per avere l’ambizione di scriverla e io credo di essere una persona abbastanza comune.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

L: Finita di scrivere un’opera ho due-tre giorni di stordimento. Mi sento vuoto. Ma poi riparto. Ho troppe storie dentro, troppe cose che voglio scrivere per stare a preoccuparmi del libro appena finito. Dal 2006 ho pubblicato nove libri, da solo o in collaborazione con altri scrittori, fotografi, illustratori. Ho fermi tre inediti pronti e finiti. Almeno cinque progetti. Diversi blocchetti d’appunti che potrebbero diventare storie, romanzi. Ci sono diverse tipologie dello scrivere: io sono veloce, scrivo sempre e tanto. Non posso e non ho tempo di stare dietro alle osservazioni, se le reputo intelligenti me le porto con me e ne discutiamo mentre andiamo avanti, se l’osservazione è stupida la dimentico in sette secondi. Quello che ho detto non significa che non ami i miei personaggi, al contrario, li amo tutti, sono miei amici e compagni di vita, sono fortunato perché sono parecchie le figure che ho creato e con cui è piacevole perdersi. Ho una vasta scelta…

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