Posts tagged ‘narrativa erotica’

10 luglio 2009

Vanessa Storia di una metamorfosi

vanessa libera 1

Titolo: VANESSA, STORIA DI UNA METAMORFOSI

Autore: Alessandra Di Gregorio

Editore: Edizioni Il Ciliegio

Genere: romanzo, narrativa intimista

Isbn: 978-88-88996-19-6

Pagine: 192

Prezzo: 15 €

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DALLA PREFAZIONE:

Vanessa, presa e persa per un uomo, esiste come entità binaria, metà reale e metà cibernetica. È la protagonista del romanzo e la narratrice di una storia intima e soffocante. L’Autrice ci guida alla scoperta del sesso liberandolo da mistificazione ed ipocrisia. Il suo un linguaggio nuovo, una gestualità verbale che risveglia i sensi, che rivela, attraverso un diario osceno e torrenziale, sogni, visioni e avvenimenti confinati nelle spire di una femminilità delicata e sommersa. Il lettore andrà incontro alla sublimazione percettiva attraverso la verbalità sensuale della protagonista.

All’apparenza solitaria e sconfitta, Vanessa userà se stessa per evitare il contagio del mondo, senza però riuscire a privarsi della luce fino in fondo. I racconti che si susseguono nel romanzo sfiorano la contemporaneità digitale, creando simmetrie e dissonanze consapevoli, stimolando la sfera sensuale e intellettiva, immergendoci in quella erotica e sentimentale di una protagonista proiettata in avanti da una ricerca di vitalità incessante.


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Cominciamo col dire quello che questo romanzo non è. Non è un romanzo per anime pudibonde. Non è un romanzo pornografico. Ma come? Con tutte quelle descrizioni di sesso così crude… Vero: crude, però necessarie, come opposto di gratuite. Si gioca tutta qui, a pensarci bene, la demarcazione tra pornografia e narrazione erotica, per quanto spinto ed esplicito possa essere il linguaggio.

Quindi un romanzo erotico? Sì e no: se il lettore cerca le atmosfere sognanti e surreali di Histoire d’O, o di Emmanuelle, più immaginate che reali, non le troverà. “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è, sul côté sessuale, un libro molto concreto, assolutamente realistico. Il sesso c’è, eccome, con tutte le sue follie, i suoi tormenti, i suoi odori, le sue ossessioni. Ma non è tutto. In primo luogo perché il romanzo è una sorta di narrazione episodica da ritaglio di giornale; non c’è dentro tutta una vita, bensì scorci precisi. Un diario femminile claustrofobico, che segnala solo alcuni momenti campione della vita intellettuale ed emotiva della protagonista, in cui il tempo scorre con la scansione minima oraria ma senza altri riferimenti concretamente esportabili al di fuori delle sue stanze. Poi perché quello che fa di Vanessa una donna incasinata, profonda, torrida e al tempo stesso delicata ed essenziale, è proprio la sua ricerca di una femminilità estrema, spoglia di classificazioni, il più possibile onesta – ma spesso teneramente vile proprio verso di sé, per via dell’attrazione/repulsione esercitata dal mondo maschile che se da un lato lei ama, dall’altro critica e ripudia.

Vanessa incarna una donna in rivolta. In primo luogo contro se stessa, negli anni della pubertà, poi contro la madre (le madri), poi contro la Società, poi contro gli uo-mini… Vanessa da ragazzina soffre dei cambiamenti che il naturale sviluppo biologico induce nel suo essere fisico. Pensa che certe sorprese che il suo corpo le riserva non le siano state adeguatamente spiegate. Il suo nuovo corpo non le piace, la imbarazza, fa fatica ad abituarcisi, come in fondo accade a tutte le adolescenti. E ne soffre, come soffre quando scopre, poco più avanti negli anni, il ruolo di fattrici che la Società sembra avere assegnato alle donne, senza offrire alternative “dignitose”. Poi arriva l’età degli amori. Esperienze più o meno incerte, pasticciate prima, e esperienze mature, complete, torrenziali e debordanti, dopo. Cosa c’è tra il prima e il dopo? Neanche a dirlo c’è Luca, il classico uomo giusto: tutto andava così bene con lui! Ma, come spesso accade, Luca si trasforma nel mitico amore perduto, per ritrovare il quale la nostra protagonista sembra disposta ad affrontare le prove più estreme, scoprendo, di ragionamento in ragionamento, che la questione identitaria non riguarda unicamente chi si sceglie di amare, quanto aspetti di sé solo all’apparenza sommersi. O forse, semplicemente, le affronta per punirsi di aver-lo perduto. Vanessa punisce tutti gli uomini che la desiderano, che la eccitano e ai quali può anche concedersi, ma non darsi. La seguiamo dunque di letto in letto, di riflessione in riflessione, di esperienza in esperienza: non si nega nulla. La seguiamo nei suoi ricordi e nelle dolorose introspezioni, che continuamente si punta alla tempia come un revolver dal quale potrebbe partire casualmente il col-po fatale. Alla fine, che romanzo avremo letto? Suggerisco sommessamente una risposta: un romanzo d’amore.

Carlo Giuseppe Alfieri.

28 gennaio 2009

Via Crucis

Ringrazio Arpanet e la sua redazione, nonché la rivista Progetto Babele per la collaborazione e l’invio del libro di Francesca Mazzuccato.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

via-crucis

Titolo: Mini concepts gusto. Via crucis per corpo e anima svestita nel gusto dell’avvilente voluttà di chi cerca di rimanere vivo. Frammento
Autore: Mazzucato Francesca
Curato da: Simone P.
Editore: ARPANet
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Mini concepts
ISBN: 8874260385
ISBN-13: 9788874260386
Pagine: 32

Via Crucis è un percorso frastagliato, accidentato, al limite del paranoico e dell’abisso. Una serie di sberle e tagli ad un’anima svergognata, continuamente maltrattata da uno schiaffo che però vorrebbe essere una carezza o un soffio. Un percorso doloroso, carnale e sfibrante, con continui rimandi ad un periodo rosa cipria della sua vita – quello con la nonna, per cui ripulisce il linguaggio e fa finta di non sapere cosa sia parlare sporco, figuriamoci comportarsi da puttana. Via Crucis è una salita in cui una donna ha indosso solo un abito lacero e si sbarba le gambe all’aperto, in attesa di qualcuno che la monti e si dimentichi di lei pure se le sta ancora dentro. Questo ritratto impietoso di una bambina che ha smesso in fretta di fare la bambina, che canta di sé come in una nenia senza tempo e si culla nella sua immagine sporca, si legge come un diario a rovescio, dove di segreto non c’è niente e il dolore è un rigurgito dritto in pieno volto, e l’anima fanciulla viene smascherata presto per i troppi stupri diretti e indotti di cui resta vittima – ostaggio volontario, a volte, olocausto innocente, altre volte ancora. La mano della Mazzuccato trema, perché è forte quello che vuole imprimere nello slancio della scrittura, e quello che ne viene fuori è una esplosione di carne martoriata e viva, talmente viva da fare male e pulsare in nome del ricordo, di uno stato d’animo felice che forse non tornerà mai, che forse è morto come morta fu la nonna, come morta fu l’innocenza, come morta fu la speranza.

Alessandra Di Gregorio

20 gennaio 2009

Cristiana Longhi

Oggi pariamo con Cristiana Longhi, co-autrice di Lisa & Cécile

——————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

C: Non sempre la scrittura necessita di un perché. Forse si scrive per trovare un percorso personale nella propria lingua madre. È un’emotività che prende forma…

A: Scrivere. Cosa?

C: Quello che si vuole, che si sente o che semplicemente si crede di sentire. Tutto per immergersi in un “mondo” dove l’immaginazione è realtà e viceversa.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

C: Non mi pongo… semplicemente scrivo libri erotici. Forse potrei definirmi come un’immagine proiettata nello spazio condiviso della lettura o anche della promozione editoriale. Questo non vuol dire che io non possa coincidere in qualche modo con quell’immagine.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: Ad una bic nera. Strumento che dà corpo ai concetti che prendono vita nei miei personaggi.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: L’attitudine è quasi identica. Di sicuro le pubblicazioni sono uno stimolo per continuare.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Ogni volta che mi metto a scrivere, non dimentico di essere anche il lettore di me stessa, ma non lo faccio intenzionalmente: ciò avviene in modo automatico. I tre aggettivi che indicherei sono: rapsodica, surreale ed ellittica. Se ne dovessi scegliere uno solo, sarebbe: sensuale.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Di sicuro le tecniche di scrittura servono come base, ma in fondo anche l’assenza di schema può essere una regola. Un ordinato caos è quello che fa un buono scritto. E cioè quel che ne esce fuori, quelle sensazioni che si legano ad archetipi recepibili e sentiti da tutti, ciascuno a suo modo. La scrittura sceglie solo diverse forme per esprimerli. Dando luogo alla singolarità di uno stile che solo l’estro e la soggettività sanno creare.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: L’esperienza biografica o le sensazioni sono sicuramente una parte integrante cui lo scrittore attinge, ma non credo che l’uso di queste esperienze determini il valore di uno scritto. Essenziale è lo stimolo che conduce a scrivere, che questo avvenga per mestiere o per occasione. Non ci sono fogli che sia un peccato lasciare vuoti, non sempre tutto deve essere riempito ad ogni costo o solo perché ci sembra vuoto. Quando si scrive. la nostra forza si scontra con un’altra uguale e contraria. Quando queste energie invisibili trovano accordo o il non-accordo la scrittura si forma, sprigionando una o un’altra trama. Molte volte mi son ritrovata a buttar giù idee che poi nello svolgimento si sono trasformate e non perché il pensiero originario non fosse buono, ma solo perché è insito nella creazione uno stravolgimento. È la forza stessa del pathos a trovare il terreno che gli è proprio.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Schiacciata no… ma difficilmente qualcosa che ti attraversa e ti accompagna per tanto tempo come la stesura di un’opera, riesce ad andare via da te stessa. Ne rimane il ricordo, la sensazione e il cambiamento che ha creato. Nessuna critica nel bene o nel male mi lascia indifferente, perché dietro ogni scritto c’è sempre un serio lavoro, un impegno costante che già è stato sottoposto alla mia attenta valutazione. Ma in fondo le critiche appartengono alla cerimonia di ciò che gravita intorno ad una pubblicazione. La mia sensibilità mal sopporta le ingerenze, soprattutto quando queste risultano sterili o affette da pregiudizio, mentre le critiche argomentate possono essere ben accette.

nota dell’Autrice:

«Ringrazio Alessandra Di Gregorio per l’intervista, la disponibilità dimostratami e per l’attenzione e l’impegno che ripone nell’evidenziare le novità emergenti nel campo della scrittura.

Sinceri ringraziamenti,   Cristiana Longhi.»

10 gennaio 2009

Maria Rosa Campanale

Intervista a Maria Rosa Campanale, co-autrice di «Lisa & Cécile».

—————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

MR: Scrivere  fa sentire liberi,  dà la possibilità di comunicare e condividere ciò che si prova e pensa con gli altri.La scrittura ti protegge,ti concede molte possibiltà,puoi interpretarla come vuoi, riuscendo  a trasmettere emozioni, sensazioni vere, forti: puoi trasgredire, ridere, piangere, fare sesso estremo, restare un’inguaribile romantica e persino uccidere i tuoi nemici! Puoi dare molto senza ferire mai davvero. Sono una donna e devo riconoscere che scrivo anche per quel pizzico di vanità che contraddistingue solitamente il sesso femminile. Un velo di egocentrismo c’è… Fissare su un foglio di carta emozioni e sensazioni rende eterni i pensieri.

A: Scrivere. Cosa?

MR:  Scrivo romanzi e racconti erotici. Parlo di sesso con naturalezza, senza inutili tabù, tentando però di mettere parte della mia anima nei corpi e nelle scene  che descrivo. La scrittura è il mezzo con cui riesco a trasmettere la passionalità vibrante che mi attraversa, sensualità e desideri che mi appartengono.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

MR: Scrivo per hobby, per il puro piacere appunto di comunicare con gli altri. Nasco come scrittrice circa tre anni fa con il mio primo romanzo erotico di cui sono co-autrice, “Lisa e Cecile” (Borelli editore) e che ha vinto nel 2007 il premio Fiuggi “erotismo e scrittura”. Ho collaborato recentemente con alcuni miei racconti al libro ” Eroticamente-confessioni intime” pubblicato ad ottobre da V. Casini editore. Spesso nei miei racconti faccio dei riferimenti ad arte e poesia che amo moltissimo.

A: La penna per te corrisponde a…?

MR: Ad una arteria, al mio sangue, al battito del cuore, alla mia parte più razionale, ed in contrapposizione alla mia follia… ai sensi…

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

MR: Per me non è cambiato niente, io sono ciò che scrivo, si può inventare una storia  senza mentire su ciò che si prova. Mi identifico nella mia scrittura, sono io che mi reinvento.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

MR: Dovrei usarne più di tre ma direi: visiva, intensa, diretta, perché riesco a descrivere emozioni fino a renderle tangibili senza perdere l’intensità e la sincerità, a volte anche cinica o crudele di donna.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

MR: E’ la storia dell’amicizia profonda tra due donne, l’intreccio erotico e non delle loro vite. Fantasie, desideri e realtà si fondono e lasciano al lettore la possibilità virtuale di intervenire con la propria immaginazione, ma, se si riesce a leggere tra le righe, si scopre che oltre all’erotismo c’è il vissuto, l’anima di due donne sensibili con le loro gioie, le sofferenze, la fragilità, la forza e la passione. Mi sembra un ottimo motivo per custodirlo con cura in biblioteca: c’è sesso e c’è cuore.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

MR: Non seguo modelli o forme specifiche, mi affido all’istinto, forse il mio stile è la semplicità, la chiarezza nel linguaggio.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

MR: Flaubert diceva: “Madame Bovary sono io!”, questo perché c’è sempre qualcosa di personale, di autobiografico in ciò che si scrive… Direi Scrittura Per Piacere! In ogni racconto che ho scritto c’è parte di me, anima o immaginazione non è importante, ci sono io dentro con sensi e sentimenti.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

MR: Accetto le critiche, servono a migliorarmi, a capire chi mi legge e  più che “lasciar andare via” un’opera preferisco dire che la dono ai miei lettori, è qualcosa che mi unisce a loro, un cordone ombelicale attraverso il quale fluisce la magia della scrittura che mi permette di entrare con la mia passionalità nei loro cuori.

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