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23 luglio 2009

Parliamo di donne

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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PARLIAMO DI DONNE

Fiumi di inchiostro hanno immortalato figure femminili eroiche, patetiche, misteriose, languide, dannate. Oggi ci si rivolge alla figura femminile col tatto di chi vede nella donna l’anima pensante – non solo pulsante – di una metà di cielo che non è solo rosa ma contiene tutti i colori dello spettro visibile. Scegliamo dunque di parlare di quattro romanzi che propongono differenti gradazioni di ciò che offre all’immaginario comune, la narrativa declinata col verbo femminile.

il buio alla finestra

IL BUIO ALLA FINESTRA di Antonio Mazziotta, racconta la vicenda di due amiche seguendole dall’università all’età adulta, fino al tragico epilogo che vedrà una delle due lasciare l’affetto dei propri cari precocemente, a causa di una malattia. L’impianto narrativo di questo romanzo dal volume contenuto, è lineare, seppure – peccando di eccessiva pedanteria – l’Autore non appare veramente in grado di gestirne la trama in maniera interessante, restando sempre su toni ripetitivi e piatti (nonostante dal punto di vista linguistico la capacità autorale di elaborazione appaia più che sufficiente). Il libro appare troppo costruito, e la sua conduzione finisce per renderlo banale e privo di attrattiva. Il motivo dell’amicizia femminile non viene sviluppato in maniera originale, denotando così una sorta di generica incapacità dell’Autore all’elaborazione di un soggetto romanzesco capace di trasfondere sulla pagina la delicatezza e l’importanza dei rapporti umani – e particolarmente gli aspetti del rapporto delle donne tra di loro e delle donne coi propri partner e le difficoltà esistenziali. Solo sul finale il libro prende vita, proprio laddove si raccontano le ultime volontà di Gioia e il dolore provato dal marito Andrea.

sotto l'albero di mimosaSOTTO L’ALBERO DI MIMOSA di Caterina Armentano, si presenta in forma di raccolta. Il motivo predominante è appunto quello femminile, ma le donne raccontate sono donne ai margini della vita sociale, rappresentanti gli aspetti inquietanti e laidi di esistenze maltrattate e mal tollerate. L’Autrice sceglie come consistente fil rouge, quello delle affettività mancate, gestendo sapientemente e sensibilmente un dettato narrativo semplice – seppure spesso ripetitivo – ma di forte impatto emotivo. La sua, una narrativa che rimanda in qualche modo ai veristi, senza patetismi di sorta né lo sguardo paternalista di chi interviene nella storia per far pesare il suo parere. La donna della Armentano è una donna che parla da sola; non ha paura di mostrarsi nella sua elementarità, tanto nell’aspetto sgradevole che negli atteggiamenti più squallidi. Il registro generale permette dunque una fruizione immediata del messaggio autorale. La sensibilità dimostrata verso l’argomento, si manifesta attraverso un dettato scevro di orpelli, perché la pagina esce fuori dal libro, dicendo già da sé tutto quello che c’è da dire.

profumo dell'anima

PROFUMO DELL’ANIMA di Gigliola Biagini, è un romanzo all’insegna del motivo del dolore. La scelta tematica riguarda una tappa obbligatoria dell’esistenza umana, e particolarmente della condizione femminile, che riguarda il panico, la depressione, il cosiddetto spleen – tanto caro ai decadentisti francesi. Bianca è una donna infelice, una donna preda di un profondo dolore che da emotivo diventa anche condizione materiale, trovando sfogo in una vera sintomatologia del caos e del più totale disamore. La penna della Biagini, seppure con le sue piccole incertezze qui e lì, che scuotono un dettato pressoché pulito, nitido e immediato nella sua bellezza e pregnanza, traccia per noi la via dell’interpretazione della complessa psiche femminile, toccando tasti sensibilissimi con altrettanta sensibilità e maturità. La disamina che essa compie, ponendosi di fronte alla donna protagonista del romanzo, invita a porsi altrettanto criticamente, verso un problema che ha attinenza con l’anima, non con una oggettiva volontà di stare male. Il suo, un mondo fatto di solidarietà femminile tra donne che rappresentano anche grandi esempi di umanità, e di piccoli e grandi fallimenti sentimentali, che se da una parte generano in lei ulteriore paura e tormento, dall’altra la mettono nella decisiva condizione di doversi curare da sé, quando più forte e tenace sentirà la spinta del mal di vivere che bussa.

la vita sessuale della donna brutta

LA VITA SESSUALE DELLA DONNA BRUTTA, di Claudia Tajes, conclude questo poker di romanzi in maniera più solare e leggera – non perché la metodica dell’Autrice sia frivola per partito e gratuita per necessità, quanto perché rispecchiante una delle straordinarie doti femminili per eccellenza: l’ironia. Il metro dell’ironia è usato, ragionevolmente, per esprimere consapevolezza bypassando situazioni spiacevoli, imbarazzanti, dolorose. Ammettere uno stato di cose – anche uno stato di cose evidenti, come ciò che ad esempio concerne la propria fisicità, e ciò che soprattutto gli altri pensano a riguardo – è qualcosa che emotivamente può apparire complesso, per una donna, perché ha a che fare con la sfera profonda del proprio Io, eppure, se di fronte allo specchio ci si andasse armate di benigna consapevolezza di sé, tutto, anche le disavventure sentimental-sessuali, apparirebbe meno frustrante – o per lo meno ci si  consolerebbe pensando che sì, si può essere “brutte”, ma si può anche essere meno stupide di altre. La Tajes disegna per noi la figura di una protagonista tra le tante, alle prese con la Società, il consumismo, lo specchio, la bilancia, il sesso, gli uomini – e tutto il bagaglio di vizi, virtù e viltà, di coloro che incontrerà sulla sua strada disseminata di guai, tormenti e carie ai denti… Il rapporto con l’Altro da sé è allora la raffigurazione del rapporto col proprio Io, perché ciò che non sa gestire fuori è ciò che non mette in pratica dentro. La questione dello sviluppo dell’affettività e  quella della sessualità femminile, vengono raccontate senza remora, senza falsi moralismi, per metterci di fronte al fatto evidente che per quanto variegato, al mondo femminile pertiene anche ciò che ha a che fare con la volgarità (intesa come normalità) della condizione fisica e biologica – nonché la relativa gestione – e che tutto ciò, si abbina (nel bene e nel male) alla complessità psichica ed emotiva dell’individuo, che non è mai tutto lustrini e bon ton, ma ha anche un bagaglio di “tic” che possono renderlo molto poco affascinante, o semplicemente molto “normale”. In una Società in cui tutto grida alla perfezione, un libro,che ristabilisce i confini del bello, individuandolo principalmente nel cervello delle persone.

Concludendo questo excursus, possiamo dire che la figura della donna viene sezionata nei suoi quotidiani abbrutimenti e nelle sue problematiche intime, senza dover indorare eccessivamente una questione che ha attinenza tanto col corpo che con lo spirito – e che si evidenzia proprio nel tema portante del sesso e del rapporto “sbagliato” con gli uomini. Ottimo coadiuvante del tutto, l’idea che le peggiori nemiche di noi stesse siamo nello specifico solo noi, che di fronte a specchi che riflettono illusioni e caotiche gestioni della propria indole e morale, usiamo pensarci mostruose, squallide e brutte, senza comprendere realmente che siamo solo portatrici sane di anima.

12 marzo 2009

MariaGiovanna Luini

Oggi parliamo con MariaGiovanna Luini, autrice di «Le parole del buio».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Per bisogno. Perché fa parte di me. Esprimo me profondamente, e anche con molta sorpresa per il mistero sui motivi e sulle origini di questo bisogno, solo scrivendo. Da sempre. Da quando avevo tre anni.

A: Scrivere. Cosa?

Storie, pensieri, istanti, fotografie in forma di parola. Fiabe, e mi sorprendo per questo: non avrei pensato di scrivere fiabe, invece ho pubblicato due libri che piacciono a bambini e adulti. Romanzi e racconti: la mia dimensione è la narrativa, con trame che escono senza premeditazione, senza che debba rifletterci prima per costruire o pianificare. L’unica trama che abbia mai costruito nei dettagli è ancora ferma su un taccuino, non è mai nata davvero in forma di storia. Lettere, anche, o lunghi sms che nascono all’improvviso e vanno a persone che mi hanno ispirato qualcosa.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

La scrittura mi mette di fronte a ciò che sono. Mi conosco sempre meglio grazie a ciò che la scrittura tira fuori da me e di me. Sono MariaGiovanna Luini, all’anagrafe Giovanna Maria Gatti, scrittrice di narrativa e di pensieri ma anche di articoli di divulgazione scientifica e medicina. Sono una donna che si è scoperta da non molto tempo, ma è sempre stata certa di avere la necessità fisiologica di essere strumento e origine di scrittura. Ho pubblicato finora due libri di fiabe, un racconto lungo e due romanzi. I titoli: “Esser grandi è una fiaba” e “I racconti delle bacche rosse” sono i libri di fiabe, “Il mio racconto” è, e lo si capisce, il racconto lungo, “Una storia ai delfini” e “Le parole del buio” (entrambi di Edizioni Creativa) i romanzi. Amo tutto che ho pubblicato, ogni libro ha un amore a sé e significati che scopro rileggendo parti a caso, o riascoltandoli durante le presentazioni. Indubbiamente il romanzo è la forma narrativa che mi è più congeniale.

A: La penna per te corrisponde a…?

L’oggetto fisico che uso per scrivere. Una compagna fissa, in qualunque luogo e qualsiasi momento. Impensabile vivere senza una penna che gira tra le dita o nella borsa, per annotare pensieri e frasi o piccoli frammenti di storie, oppure per spendere le ore su romanzi o fiabe. Sono anche un medico, quindi la penna è davvero compagna di ogni istante del quotidiano; nella tasca del camice, sulla scrivania, appoggiata alla base del computer. E’ talmente necessaria da non riuscire a pensare di mancare di una penna a portata di mano.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Farsi leggere è la decisione che cambia tutto. Scrivere è bisogno, è momento che non cambia nel suo nascere d’istinto dal silenzio, farsi leggere invece deriva da una decisione. Ti esponi, sei nuda, sai di essere giudicata. Sai, o lo impari, che non importa dire che hai inventato tutto o quasi tutto: ci sarà sempre chi decide che dentro una storia ci sei tu, e giudicherà la scrittura (questo è logico e molto prezioso per lo scrittore), la trama (altrettanto prezioso) e te come persona. Il giudizio ti arriva addosso in ogni caso, diventi la scrittura e il contenuto e devi essere preparato a questo. La mia visione dello scrittore è molto diversa: scrive chi è misterioso strumento, fonte di storie, e ciò che importa veramente è la scrittura e non lo scrittore. Comunque. Pubblicare è l’emozione più grande per chi scrive e ha deciso di farsi leggere: significa partorire una storia, più storie, e assistere ai primi passi nel mondo, accettare l’espropriazione del libro con l’ansia e la soddisfazione e l’orgoglio un po’ timoroso del genitore che guarda il figlio cavarsela da solo. Vedi il libro che nasce e per molto tempo non sai cosa accada: puoi intuire dai segni, dai messaggi che ricevi, dagli inviti per presentazioni, da quell’istinto che ti porta a capire se la storia che hai scritto stia vivendo oppure dormendo da qualche parte, però non hai certezze.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Asciutto, sobrio, istantaneo.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

Alludi a “Le parole del buio”, l’ultimo romanzo. E’ la storia di Silvia, una donna apparentemente realizzata e (non apparentemente, realmente) egocentrica. Una scrittrice da sempre convinta di stare bene da sola, con molti amanti ma nessuna stabilità familiare. A suo modo affascinante, credo. Crolla brutalmente in una depressione che lei stessa inizia a odiare a causa di un abbandono, a causa della perdita dell’amore. Non si riconosce più: si immobilizza in un dolore che a volte è quasi compiaciuto, trattenuto a forza per aumentare il tormento, e intanto sfinisce di domande l’amica più cara e cerca sollievo nel sesso con un uomo incontrato in aereo.

Non posso spiegare perché si debba scegliere di leggere il mio libro: legge chi vuole, chi si incuriosisce oppure chi lo incontra casualmente, chi riceve un suggerimento da qualcuno, chi segue un po’ internet e mi conosce, chi mi vede alle presentazioni. Il libro è entità a sé, fa da solo, raccomandarne l’acquisto da parte dello scrittore sarebbe offensivo per il pubblico, per il libro, per lo scrittore stesso. Chi non vuole non mi legga. Vado alle presentazioni perché amo follemente il rapporto con la gente, amo ascoltare la lettura che viene fatta delle storie che nascono da me, amo le interpretazioni che mi spiegano cose che proprio non avevo notato in ciò che ho scritto. Amo constatare direttamente che il libro non è mai stato mio, io l’ho solo fatto nascere.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

La prima stesura è di puro istinto, tanto da richiedermi di leggere per scoprire cosa è venuto fuori dal silenzio, dalla testa completamente staccata dal mondo, dalle mani che partono da sole e scrivono scrivono scrivono… Dalla seconda stesura in poi la scrittura è riposo, concentrazione, distacco, amputazione, limatura, ricordo dei propri errori, ricerca di ripetizioni, cadute di stile, parti ridondanti o inutili, eccessiva sintesi. Mi impongo un ritmo di rilettura e smetto quando la testa non riesce più a mantenere il distacco nel seguire la storia. Procedo a capitoli e salvo ogni versione del file (la prima stesura è a mano, sui taccuini, dalla seconda in poi uso il computer). Ciò che mi caratterizza, a parte lo stile ovviamente, pare sia la punteggiatura: quella è istinto e solo raramente diventa tecnica. C’è stato chi ha commentato da qualche parte che i miei “punto” messi in una frase senza verbo fossero scorretti: puoi immaginare il mio sorriso quando la stessa persona ha iniziato a pubblicare sui suoi siti pezzi con il medesimo uso della punteggiatura! Ho provato soddisfazione ma anche simpatia: implicitamente quella persona mi stava sorridendo. Quanto alle tecniche di scrittura, “ognuno faccia cosa gli pare”. La tecnica aiuta a migliorare, a correggere le imperfezioni. Ma senza istinto non si va lontano.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Lo sforzo è l’insulto alla scrittura. Se mi devo sforzare per tirare fuori le parole, allora non è proprio il momento per scrivere. La scrittura è flusso che esce dal mistero e dal silenzio. A volte scrivo perché ho bisogno di entrare nello stato di trance che solo la scrittura sa darmi, voglio andarmene per un po’ e non importa se ciò che scrivo diventerà libro oppure no, altre volte scrivo perché ho in mente di pubblicare ciò che nascerà, ma aspetto in ogni caso che sia l’istinto a scrivere e non la tecnica da sola. Perché si capisce subito se la scrittura non è nata dall’istinto, è meno bella e meno fluida. E’ vuota, in un certo senso. La mia vita, l’anima entrano nella scrittura se capita, ma sono impasti compressissimi che non si riconoscono quasi più oppure sono talmente palesi da mancare della verità autobiografica fondamentale. Non è importante se ci siano pezzi del mio bisogno, della mia vita, del mio pensiero: importa davvero la storia che è nata, che è separata da me e vive indipendentemente.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Le critiche arrivano a segno quando mi danno una visione, magari parziale, di verità. Le ascolto e rifletto, di solito, e non ho problemi ad ammettere che alcune fanno male. Ma non tanto da schiacciare. Ripenso spesso alle critiche e me le ricordo tutte: alcune non trovano spazio, le rispetto ma non le condivido quindi non entrano a fare parte del mio lavoro di miglioramento, di discussione sul mio stile e sul cambiamento possibile, altre invece aggiungono davvero qualcosa e, magari al prezzo di sofferenza e di ferita d’orgoglio, lasciano una traccia positiva. Lo capisco quando scrivo e rileggo: vado a cercare le imperfezioni che alcune critiche mi hanno fatto rilevare, provo a evitare le cadute proprio grazie ai commenti negativi che ho trovato utili. Se le critiche arrivano per motivi diversi da una lettura onesta e franca delle mie storie mi fanno ridere, sono patetiche: alludo alle critiche che non sono dirette alla mia scrittura ma a me scrittore, a me persona, e scaturiscono da invidia o antipatia. Sono l’indice della triste limitazione dell’intelligenza che l’invidia sa provocare.

18 gennaio 2009

Le Parole del Buio

Un libro per donne coraggiose.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

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Titolo: Le parole del buio
Autore: Luini M. Giovanna
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Piccole storie
ISBN: 888984129X
ISBN-13: 9788889841297
Pagine: 95

Leggere MariaGiovanna è stato un colpo al cuore. Lo dico quasi vergognandomi di quello che m’è passato per la mente, quasi preoccupandomi d’esser stata beccata con le mani nella marmellata o spiata dall’occhio del Grande Fratello in un atto privato che non è bene mandare in fascia protetta per non ferire il buongusto degli italiani. Poi mi sono resa conto che la sua Silvia è ognuna di noi, non sono solo io o forse non sono io del tutto. Silvia è in ogni donna troppo piccola in un corpo troppo grande, in un corpo che vive immerso nella narcosi più totale – e la cosa peggiore è che la narcosi è spesso una scelta, una manovra difensiva all’apparenza non necessaria ma poi contingente e schiacciante – e va rivitalizzato a suon di morsi e di sberle; sberle emotive, sberle carnali, sberle di quelle che ti fanno girare violentemente la testa.

Silvia vive la sua vita con una penna in mano, poi un giorno schiaccia un tasto di troppo e le scoppia in faccia una realtà suadente, oleosa e invitante. La realtà di chi si sente senza provarsi, una realtà di cui si può diventare facili schiavi di se stessi e di un’idea che poi non esiste. La realtà, a ben guardare, ha un altro odore; un odore pungente di una novità che fa presto ad invecchiare e a farsi amara, triste, sconfortante, dolorosa e – tanto per non risparmiarsi mai nulla – umiliante. Sì perché alla fine dei conti l’umiliazione è quella che ci dà la forza – ma quale tipo di forza poi? – di rimetterci in piedi, o forse solo quella che ci annuncia che la fine è imminente e vicina e che forse sarà meglio continuare a stare lontani da una tastiera calda nel cuore di una notte che scotta.

Il libro Le Parole del Buio ci mette di fronte ad una verità sacrosanta: il dolore è tanto evitabile che inevitabile, ma forse solo quello potenzialmente evitabile riesce a fornirci la chiave per una trasformazione, il pass per uno stato di grazia improvvisa e poi di abbandono e cedimento fraudolenti, perché l’amore è un potenziale dramma e una potenziale sconfitta, ma amore non fa mai veramente rima con una relazione né s’apparenta alla nozione comune di felicità; l’amore spesso se ne va per i fatti suoi e la difficoltà maggiore è capire che quando ci facciamo del male gratuito, in verità stiamo solo cercando nei modi sbagliati la giustificazione a delle ragioni più che giuste. Amare ed essere riamati, toccare ed essere toccati. Toccati dentro, toccati a fondo. Silvia non aveva veramente bisogno dell’amore di un chirurgo, ma solo di un meccanico che le aggiustasse il cuore. Stare tanto male per molto tempo non vuol dire dover per forza soccombere sotto al peso del proprio fallimento; alle volte vuol solo dire avere il coraggio di affrontarsi e di prendersi per quello che si è – principalmente vittime di se stessi, prima che degli altri, vittime di bisogni così radicati e inevitabili che ci si deve prima sporcare abbondantemente di fango per tornare brillanti.

La Luini è straordinaria, dolorosa, intima, carezzevole, delicata, carnale, intensa. Un libro che va preso letteralmente a morsi e masticato lentamente. Splendido connubio con Edizioni Creativa.

Adg.

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