Posts tagged ‘narrativa sentimentale’

16 marzo 2009

Cinque Canti di Separazione

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

cinque-racconti-di-separazione

Titolo: Cinque canti di separazione
Autore: Valenti Marco
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862230907
ISBN-13: 9788862230902
Pagine: 51

Cinque Canti di Separazione, di Marco Valenti, libricino sobrio, racconta uscite di scena, amori oltre il bivio, amenità sentimentali e conseguenti reazioni e afflizioni emotive. Cinque racconti dedicati all’interpretazione – certe volte al limite del teatrale e del sovraccarico di suggestioni – di “com’è quando qualcosa finisce”.

Storie che non resistono al tempo, rimpianti, recriminazioni. Un testo conciso, che scorre affaticato dalla poca pulizia del dettato ma oltre il quale è possibile scorgere il senso – alle volte più chiaro, alle volte estremamente confuso e frammentario – del “delirio” che coglie coloro che infine vengono gettati via, espulsi dalle orbite di una vita che sino a un istante prima si declinava all’amore di coppia.

Valenti ci dà notevoli spunti di riflessione, e viene spontaneo chiedersi: perché poi le cose finiscono? Esiste un vinto o sono tutti vincitori? È solo questione di prendersi e lasciarsi, meccanicamente e come non ci fosse altro all’infuori della relazione e dello smarrimento conseguente, o è questione di cuore – e di gettare alle ortiche pezzi di storia, di intimità e condivisione, che altrimenti non torneranno più?

In un mondo in cui è tutto un invito all’amore da fiction, ma di happy ending se ne vedono pochi, la sincerità alle volte stonata, alle volte stramba, spassionata, ridicola e accorata, è forse una forma più onesta di interpretazione del bagaglio sentimentale che ognuno di noi porterà sempre con sé, e quella dell’Autore ne è una degna rappresentazione.

Adg.

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8 febbraio 2009

Azzurra Mangani


Oggi parliamo con l’autrice di Per Elisa, Azzurra Mangani.

———————————- intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Credo che la scrittura nasca dalla sensibilità personale e dalla maniera in cui si sceglie di affrontare una certa situazione, presente o passata. Si scrive – o almeno, io scrivo – per disegnare una via di fuga, per cercare una forma di appagamento; si scrive, in primo luogo, per se stessi. Ma se il percorso si fermasse qui, tutti i libri resterebbero nei cassetti degli autori. In qualche maniera scrivere significa essere altruisti: lo si fa per trasmettere emozioni; è una grande forma di condivisione.

A: Scrivere. Cosa?

Non ho mai previsto limiti agli argomenti da trattare. Qualunque cosa va bene, purché l’autore l’abbia fatta propria, la senta come sua.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Cerco di essere versatile, capace di spaziare fra più linguaggi, con un occhio attento alla sperimentazione. Come scrittrice so di essere una di molti, e non mi dispiace. So di essere appena all’inizio di un lungo percorso, e mi pongo su questa strada con impegno e con molto interesse per gli altri compagni di viaggio.

A: La penna per te corrisponde a…?

Un fedele e silenzioso alleato.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

La pubblicazione è stata per me un vero spartiacque. Prima vivevo i libri in modo molto egoista, scrivevo e nascondevo subito quello che avevo creato; il mondo della scrittura mi pareva sacro, difficilmente raggiungibile, e avevo paura di mettermi in gioco e rischiare. Adesso sono un pochino più tranquilla: sto cominciando a conoscere questo mondo per quello che è, con pregi e difetti, e ne resto affascinata. Più di quanto non lo fossi prima, mentre lo ammiravo dall’esterno.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Scorrevole, acerbo, visivo. Li ho scelti perché mi rispecchiano: tento di coltivare un stile semplice, regolare, fatto di frasi non eccessivamente pesanti, che stanchino il meno possibile. Allo stesso tempo mi rendo conto di non aver finora raggiunto uno stile fisso e standard: lo considero acerbo, ancora imbrigliato nelle influenze di ciò che leggo al momento. Visivo è il primo aggettivo che mi è venuto in mente: mi piace ricreare immagini, addirittura condensare concetti in descrizioni visuali.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“Per Elisa” racconta di un’amicizia difficile ma incredibilmente forte, vista e raccontata attraverso gli occhi di una donna matura e malata, che ne ripercorre i momenti più significativi. È un’opera particolare, densa di emozioni più che di fatti, che non dice niente e che pure esprime tutto quanto è necessario sapere. Si ispira in buona parte alla canzone di Battiato (o meglio, a un’interpretazione che le è stata data), a cui se ne aggiungono altre che ne scandiscono i capitoli. Consiglierei di leggerlo per l’unione fra musica e parole, per l’attenzione con cui vengono analizzati i rapporti fra le persone e soprattutto per il singolare “colpo di scena” finale.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Il mio flusso della scrittura è guidato esclusivamente da immagini che “scorrono” in testa e da una sorta di rumore di fondo, un sonoro di qualche genere. Al momento di concretizzarli in parole, mi accorgo che la prima stesura non è mai definitiva: ho bisogno di continue correzioni e di una visione completa dell’opera su cui agire. La tecnica che uso è piuttosto classica e tradizionale, alla fine: si tratta di un lavoro di limatura lungo e preciso. Lascio spazio alla scrittura creativa (e quindi a tecniche più immediate o mediate, lessico inusuale, trame dell’assurdo) solo nei racconti brevi; è un esercizio che ho cominciato da poco.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Preferisco la scrittura d’occasione, anche se non necessariamente autobiografica; mi piace discostarmi dalla realtà, ma partendo da fatti reali, da cose accadute. Spesso, da frasi pronunciate o storie che mi sono state raccontate. Lo sforzo di immaginazione è necessario, ma non è mai stato l’unico riferimento all’interno di un mio lavoro.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

Non riesco a lasciarla andar via. Man mano che il tempo passa posso sentirmi più distaccata, diversa o più capace, ma rimango comunque colpita dalle critiche. Spesso sono proprio io a criticare i miei lavori, dopo che sono passati alcuni mesi; quindi si può dire che resto sempre legata a ogni opera terminata.

8 febbraio 2009

Per Elisa

Ringrazio Azzurra Mangani per il libro  e il suo straordinario talento, e la redazione della Ibiskos Risolo per la grande disponibilità.

Recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Per Elisa
Autore: Mangani Azzurra
Curato da: Golestani B.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604844
ISBN-13: 9788854604841
Pagine: 76

Per Elisa è il romanzo di una giovanissima e talentuosa autrice italiana. Un romanzo svolto in forma diaristico-epistolare, tratteggiato con serena manifestazione di stati d’animo forti e contrastanti, linguisticamente elegante e tondo, sobrio e misurato, pregnante e delicato. Alessandra è la destinataria di un lungo messaggio d’amore amicale, un modo come un altro di rinverdire una memoria passata ed un ricordo schiacciato dagli anni e forse dalla dimenticanza stessa che si vuole avere delle cose tanto belle quanto dolorose di un tempo che non è più. Un excursus sentito e misurato di quella che fu la loro amicizia, di dove affondavano le lontane radici di quel rapporto di sorellanza intima e complessa, difficile da gestire, alle volte persino scomodo e dispettoso. Due donne a confronto. Due esistenze trascorse tutto sommato in fretta e l’imbarazzo della parola fine scritta a chiare lettere persino nel vocabolario più inconfessato di due anime vicine. Perché i rapporti umani sono tutti un po’ così. L’adolescenza ci rende ebbri di una gioia di vivere che piano piano muta e diventa un neon appariscente che acceca senza però scaldare. Abbiamo tutti la sfacciataggine di crederci migliori perché di principi più liberali, saldi valori e proprietari di tante verità in tasca, però poi di fronte alla vita vera siamo troppo impreparati a reagire, e l’unica cosa che ci è possibile è quella di provare sin da subito l’oblio, come i più consumati tra i traditori della specie, che con la stessa rapidità con la quale si scagliarono contro la sorte avversa – più per ideale che per concreta esperienza – in tempi non sospetti, altrettanto in fretta si muoveranno in ritirata e quel che resterà alle loro spalle è unicamente l’elenco delle cose finite, patite, logorate e consumate, che non è possibile più ricominciare, guarire, rinnovare, ricucire. La penna della Mangani esplora aree privatissime con sapiente calma, e l’inchiostro si dosa bene anche laddove la prepotenza della lacrima incrina la voce e la mano tremolante della protagonista – resa incerta dagli anni, dagli acciacchi e dagli schiaffi del cuore – ha la forza e il coraggio d’indagarsi sino in fondo, nella rivisitazione di un’intera vita, senza vergognarsi mai di ciò che è stato, e con la triste consolazione d’aver avuto torto per la maggior parte del tempo e annuire adesso di fronte alla chiarezza del dato di fatto all’epoca mancante. Ogni angolo viene rivisitato e tutto appare meno opaco nonostante il tempo abbia causato più d’una grinza e sollevato più di un dubbio. Alessandra non c’è più e con lei anche la Giannini è lì lì per capitolare. La vita scorre troppo in fretta per poi cercare il bandolo di una matassa infeltrita e polverosa. Bisognerebbe vivere assecondando i moti del cuore, ma si fa presto a dondolarsi dietro un vetro di volta in volta più spesso e una faccia amica fa tanto presto a comparire che a sfiorire ed uscire dalla nostra orbita silenziosa. Un romanzo toccante, dove il tessuto è costellato – anche linguisticamente – di un dettato importante e ponderato, e la forza della memoria e del rimpianto ci disegna due donne straordinarie intrappolate in un destino ahi noi eccezionalmente ordinario.

Alessandra Di Gregorio

23 gennaio 2009

Clemente Musumeci

Oggi parliamo con Clemente Musumeci, autore di «Perdere se stessi, romanzo autobiografico»


—————————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio


A: Scrivere. Perché?

C: Sono tanti i motivi che mi inducono a farlo ma sono anche difficili da identificare e scindere tra loro. Per quanto mi riguarda scrivere si traduce spesso e volentieri in un modo per approfondire la conoscenza più importante: quella di me stesso.

A: Scrivere. Cosa?

C: Tutto ciò che ne valga la pena.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

C: È difficile rispondere a questa domanda. Mi definirei come una rosa blu in un mazzo di rose bianche. Cerco di portare alla luce uno stile di scrittura non convenzionale e sfruttato, sviluppando una metodologia di espressione che trasformi il ” vecchio” in “nuovo” e sia in grado di rinnovarsi continuamente.

A: La penna per te corrisponde a…?

C: È un po’ come l’aria che respiro: morirei senza.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

C: Non è cambiato molto rispetto a prima. Non ho mai avuto bisogno di una pubblicazione per credere in quello che scrivo. Stare sul palcoscenico della scrittura è un’esperienza importante e  mi auguro di poterci rimanere il più a lungo possibile, perché vorrà dire che il mio lavoro è stato apprezzato dai lettori. Se un mio libro potrà cambiare in meglio la giornata, di anche solo una persona, avrò raggiunto il palcoscenico da me più ambito.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

C: Fotografico… Questo libro è come una foto-ricordo. Nello scorrere della lettura sono presenti parecchi spunti, a volte interi capitoli, che fanno immaginare la realtà, i sogni, i desideri, che l’autore ha voluto raccontare. Personale: è un libro che lascia molto spazio all’immaginazione del lettore. Durante la narrazione si ha l’impressione di poter  vivere il racconto parallelamente al protagonista. Così facendo una storia che apparentemente non ci appartiene diventa parte del lettore. Poetico: perché spesso la poesia ne libro supera la narrazione pura e semplice.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

C: Il libro narra la storia d’amore impossibile di un ragazzo e una ragazza, uniti da un destino beffardo che per anni gioca con loro vite, ma che poi stufo le butta via come fossero un giocattolo usato. Nonostante la distanza che li divide, Flavio si nutre di un sentimento sempre più potente che gli annebbia la mente e il cuore, portandolo a vivere il sogno impossibile di un amore che lui solo, ha realmente provato. Un viaggio in Russia e l’amara scoperta della realtà concludono il suo tormento, dando risposta al grande punto interrogativo che era diventata la sua vita. Acquistare “Perdere se Stessi” vuol dire vivere un esperienza sincera e profonda, diventare partecipi di un AMORE puro e indelebile. Credo che questo libro possa aiutare tante persone a sentirsi meno sole, nel difficile cammino della vita, e dar loro un po’ di sollievo dal dolore, che a volte, coincide con l’amore.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

C: Ho il mio stile. Nessun altro libro è simile al mio. La tecnica è un processo che vado maturando di continuo, ed i grandi scrittori sono i miei insegnanti. In sostanza aggiorno, giorno dopo giorno, il mio bagaglio di tecnica, stile, spunti, sviluppandolo secondo la mia sensibilità ed utilizzandolo poi nelle mie opere.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

C: Credo che gli spunti biografici siano indispensabili a qualsiasi scrittore. Possono farne a meno quelli che scrivono un articolo di giornale, una cronaca, ma non chi racconta una esperienza o una storia. Personalmente mi è capitato di bruciare pagine e pagine che sarebbero dovute rimanere bianche. Quindi non è mai un peccato lasciare un foglio in bianco se quel che si ha da scrivere non vale il foglio stesso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

C: Quando termino un’opera è come se la stessi ibernando e riponendo in un cassetto. Da quel momento non è più mia, ma diventa patrimonio di tutti. Mi interessa il parere della gente , ma sono cosciente  che non tutte le critiche hanno ugual valore. Nel caso fossero negative  cercherei il modo migliore per renderle costruttive al fine di migliorarmi.

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