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17 febbraio 2009

Paolo Viglianisi


Oggi parliamo con Paolo Viglianisi, autore di «A un terzo dei Mille».

———— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio.

A: Scrivere. Perché?

Non si sceglie. Semplicemente si asseconda il bisogno di scrivere.  È il più estremo esercizio di libertà ed arbitrio:  è accessibile a tutti e non c’è altra attività umana a mio avviso che possa eguagliare il senso di libertà e appagamento che si ottiene, per esempio, nell’inventare una storia, muoverne i personaggi, decidere del loro destino.

A: Scrive. Cosa?

In questo periodo soltanto il romanzo soddisfa il mio bisogno di sfida, di esser messo alla prova. Mi sono dedicato al giornalismo molti anni fa (come free-lance) e sono passato attraverso la scrittura di racconti. Ho scritto poi il mio primo romanzo e di certo, non so quando, sarà di nuovo un romanzo il mio prossimo lavoro.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

Sono un non addetto ai lavori – categoria piuttosto nutrita a quanto pare quando si parla di scrittura. Scrivere è per me un esercizio estremamente individualistico e narcisistico – perché facendolo soddisfo un mio bisogno profondo – ma  è anche un tentativo di donare ai lettori godimento e piacere, e si muove in questo caso all’altro estremo della scala diventando un gesto totalmente altruistico ed estroflesso. Alla scrittura mi accingo perciò sempre con gioia. E nella scrittura mi sento un artigiano animato da sincera umiltà.

A: La penna per te corrisponde a…?

Uno strumento irrinunciabile.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

Prima del mio romanzo ho pubblicato due racconti brevi e, quando lavoravo come giornalista free-lance, svariati articoli, normalmente di costume. Sebbene questo periodo di attività sia lungo più di quindici anni,  non posso dire che c’è stato un vero cambiamento nel mio modo di pormi rispetto alla scrittura. Le mie motivazioni e i miei bisogni erano e rimangono quelli spiegati sopra

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

Vario, leggero, originale.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

La storia  è agile ed accattivante, parte da un fatto di cronaca nera che pero’ presto diventa pretesto per l’incursione nel quotidiano dei personaggi principali, che sono diversi tra loro tanto quanto lo  è l’ambientazione geografica, i luoghi principali delle vicende più importanti del romanzo. La galleria di personaggi non è ampia ma offre a ciascun lettore almeno una possibilità di identificazione: una volta trovato il proprio omologo emotivo, la lettura di questo romanzo breve si snoda veloce, le pagine scorrono rapide e un sorriso di compiacimento salirà lieve, magari più volte, sulle labbra del lettore/lettrice. Un inno alla leggerezza.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

Mi guida il bisogno della scrittura in sé come esercizio di libertà assoluto. Tecnicamente, procedo a chiazze, a isole. Prendo appunti e note nel quotidiano attingendo a tutto quello che scorre sotto i miei occhi che mi pare originale, insolito, meritevole di attenzione. Il tutto senza alcun criterio di omogeneità.  Poi rielaboro in un secondo tempo costruendo dei personaggi che abbiamo tic, abitudini e bisogni che possano essere introdotti usando uno dei piccoli fatti di cui ho preso nota nelle mie osservazioni. Le note sono isole, a volte neanche quello ma semplicemente scogli. Il lavoro creativo sta nel trasformare isole e scogli in arcipelago con caratteristiche  di paesaggio compiute e coerenti.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

Qualunque fatto del quotidiano può stimolare il ricorso alla penna e diventare poi idea o pretesto per il racconto. Sulla componente auto-biografica, per quello che mi riguarda chiunque impugni la penna attinge inevitabilmente al proprio bagaglio di esperienze, sentimenti ed emozioni, non importa quale sia l’argomento di cui si scrive. In questo senso a mio modo di vedere tutta la scrittura  è biografica, o meglio auto-biografica.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

La mia esperienza di opere letterarie  è troppo limitata per parlare di una modalità consolidata di metabolizzazione post-stesura. In generale, sono avido di critiche e riscontri, ed anche incline a ragionarci seriamente sopra. Pretendo però che esse scaturiscano da una lettura completa ed attenta dei miei scritti. Ho osservato poi che molti lettori si sentano obbligati a improvvisarsi critici letterari se hanno un legame di qualche tipo, non importa quanto lontano e rarefatto, con chi scrive. Confesso che a volte trovo questa reazione, questo voler dar prova di sagacia e acume, fastidiosa.

Insomma, il giudizio e riscontro degli altri sui propri scritti è necessario e irrinunciabile, ma il privilegio della parer e dell’opinione spetta solo a chi ha investito qualche ora di lettura seria a quello che tanto faticosamente  è stato prodotto. D’altra parte trovo estramemente gratificante quando i miei lettori mi fanno notare nessi o interpretazioni di personaggi e fatti narrati di cui io stesso non sono cosapevole – e che mi guardo bene dal correggere o puntualizzare: il libro  è dell’autore finché lo scrive, di esclusiva proprieta’ dei lettori dal momento che viene pubblicato.

17 febbraio 2009

A un terzo dei mille


recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: A un terzo dei mille
Autore: Viglianisi Paolo
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604038
ISBN-13: 9788854604032
Pagine: 154

A un terzo dei Mille è il romanzo di un giovane autore che mi ha conquistato dalla decima pagina in avanti. Poi il libro l’ho letto a pezzi notte dopo notte ed ammetto che rielaborarne la complessità così dosata, intelligente e compiuta, non è molto facile. L’Autore ha una malizia di fondo che mi piace, che pervade la sua arte e viene amministrata con ingegno e bravura; se la vive con eleganza e se la gusta un personaggio alla volta, tracciando rotte divertenti e intriganti sotto ai nostri occhi sbigottiti per l’accadimento principale che contraddistingue la storia. Di fronte a noi mette tre caratteri diversi, tre uomini, tre vite separate che improvvisamente s’intrecciano l’una all’altra: Rosario, Luigi, Maurizio. Dare un’indicazione circa il genere letterario praticato da Viglianisi potrebbe forse essere tanto riduttivo quanto fuorviante; l’idea che me ne sono fatta, però, inquadra il suo romanzo nella giallistica italiana meno consumata da schemi triti e ritriti che ne svendono potenziale e carattere, perché qui infatti siamo di fronte ad un giallo con risvolti rossi neri e rosa, dove agli omicidi si coniuga l’amore, al sangue la passione, al giallo dell’uccisione il bianco di un foglio che non c’è dato di riempire di tutte le velleità d’artista che non si consumeranno mai più. Sì perché Luigi lavora alle Poste e si fa Giulia, ma da grande vorrebbe fare lo scrittore e si mette una scatola in testa per creare il buio attorno e focalizzare l’attenzione su pochi piccoli particolari più o meno rilevanti; Rosario lascia la sua calda Palermo in direzione di Roma ma un imprevisto lo costringe a prendere il primo treno per un posto che non conosce – e in cui alla lunga resta – di cui non sa nulla e con la possibilità più che probabile di farsi scoprire; Maurizio suo malgrado arriva quando le cose sono già avvenute: di tempo per riparare ai danni non ce n’è più abbastanza. Rosario ha fatto quello che andava fatto, Luigi ha fatto la diretta conoscenza di un sog e Giulia ha rischiato l’infarto o di farsi sgamare dal marito cornuto e contento. Il puzzle di Viglianisi s’intessera una pagina alla volta, trascinandoci dentro alla storia sulle rotte italiane del delitto e della constatazione, in un crescendo di ricordi, aspettative e agitazioni – della carne e del cuore – fino all’epilogo cui avremo fretta noi stessi di giungere – ma che l’Autore non ci concederà che a tempo debito. La penna di Viglianisi è arguta e brillante. L’intrico della trama ben ponderato, sensato, ben riuscito. Il dettato è interessante, ricco, elegante, duttile. Il romanzo apprezzabile, piacevole, avvincente. Il connubio tra azione e riflessione è forse uno degli aspetti meglio interpretati, perché se è vero che quando c’è un morto di mezzo solitamente ci sono anche una caccia e una fuga, in questo romanzo abbiamo anche e soprattutto annotazioni da diario delle intenzioni e del cuore. In questo Viglianisi si distingue, in questo Viglianisi eccelle. Ha scritto un romanzo che della timidezza non sa giustamente che farsene, e che ci fa sperare francamente in un seguito.

Alessandra Di Gregorio

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