Posts tagged ‘Prospettiva Editrice’

18 novembre 2011

Sangue di rosa scarlatta

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio, per Progetto Babele.

.

Autore: Vittorio Graziosi

Editore: Prospettiva Editrice

Collana: Lettere

Data di Pubblicazione: Febbraio 2008

ISBN: 8874184840

ISBN-13: 9788874184842

.

Sangue di rosa scarlatta, testo tradotto, all’interno dello stesso volume, in inglese e ucraino, è una storia straordinariamente toccante e coerente, modulata sulle righe di un diario asciutto, denso.

Mi preme sottolineare la coerenza, quale caratteristica preponderante del volume, perché siamo di fronte ad un tema delicatissimo, trattato con lucida sensibilità dall’Autore, svolto con una scrittura lineare, dai toni intimi, non urlati. Toni che permettono di apprezzare la sensibilità di un Autore che penetra nel dolore lacerante della perdita, avverando, attraverso una scrittura morbida e un periodare netto e musicale, la realizzazione di un racconto profondamente umano. Per riuscire a realizzare tutto questo, infondendo un’aura di semplicità rara da riscontrare in un libro senza chiedersi “ma è una storia vera?”, lo scrittore mette da parte se stesso e l’idea di romanzo per favorire, comprensibilmente, l’uomo preso nella sua essenza devastata. Solo attraverso un procedimento mentale molto calzante, si può rendere plausibile e vera una realtà nata sulla carta.

Quella che abbiamo di fronte è anche una storia con un fatto vero di cronaca nel mezzo, raccontato non come l’hanno raccontato i giornali, ma come lo racconta un padre al suo viso riflesso in uno specchio; una storia che si svolge su due piani speculari (più che altro perché l’uno ha causato l’altro), che finiscono per intersecarsi e creare uno scenario drammatico. La sensazione di uno squarcio aperto all’improvviso. Il dover tollerare di continuare a esserci, sopravvivendo all’innaturale perdita. La presa di coscienza di essere chiamati, in questa vita, a passare oltre, a decifrare e digerire un disegno più grande di quanto a fondo possa andare il nostro discernimento degli eventi.

Da lettrice e recensore, ma soprattutto da persona con un vissuto personale doloroso molto attinente alla storia presente nel libro, non ho potuto che sentire la vicinanza toccante e dolce di una scrittura tanto autentica; di un sentimento così complesso da rendere concreto agli occhi degli altri. Un sentimento che si tace perché il resto del mondo non lo comprende, si fa un problema se tu non vivi e non ti butti la morte alle spalle mandando giù un’aspirina…

Lungi da complessi psicologismi, solo un sopravvissuto che ogni giorno si carica di nuova vita dopo una perdita violenta, sa con esattezza quanto è robusto il suo midollo DOPO, e sa qual è l’alto costo che una vita del genere ha richiesto.

Il Narratore si mette a nudo, non si nega niente. Il terrore, la voglia di morire, il panico, il rifiuto della luce. La ricerca di Paolo, il desiderio di dargli vita ancora, l’inedia, la perdita dell’interesse per la propria vita e l’esistere comune. L’odio, la rabbia, l’idea della vendetta, la nemesi. L’accettazione di un dono e di una grande responsabilità. La vita nel suo fluire magico ed inquietante…

Il romanzo si articola fondamentalmente in quattro fasi. La prima: la rottura improvvisa dell’idillio, l’annuncio della morte del figlio Paolo nell’attentato terroristico che ha sconvolto Londra; mentre il papà attendeva il ritorno di quel figlio diventato grande tra le sue braccia, cresciuto in un batter d’occhio, tutta la vita fatta assieme si sbriciola. Salta in aria per l’odio alimentato da fanatismo religioso di matrice islamica. La seconda: la vita senza Paolo, la sua ragazza e Lucia, la madre che non è mai stata madre e moglie. Terza fase: la ricerca della vendetta, andare a Londra, vendicare tutte le vittime dell’attentato, vendicare Paolo. Quarta fase: la ripresa della vita. Lo scambio: Kaled.

Attraverso la ricerca della vendetta questo padre distrutto sfoltisce e nutre un giardino devastato, il giardino da cui hanno reciso la troppo giovane vita del più bel fiore. Del suo Paolo. In questo giardino che incuria e rabbia, perdita di attaccamento e sostanza, hanno reso lugubre e senza segni di vita, in realtà scorre altra vita sotterranea. Nell’incontro col padre dell’attentatore suicida è presente un forte messaggio di umanità.

Per i motivi sopra elencati e soprattutto per il modo che ho di intendere la vita, penso che il messaggio non riguardi tanto lo scontro/incontro di popoli e realtà diverse, il no al terrorismo etc. Al contrario, il messaggio è molto più essenziale, perché riguarda gli esseri umani nudi e Dio.

Come si tampona, altrimenti, la morte di un figlio, se non attraversando l’inferno andata e ritorno? Quanto costano certi fiori… In alcuni giardini, per un disegno che non possiamo conoscere in anticipo a prescindere, i fiori sono d’oro e costano la vita.

Alessandra Di Gregorio

26 dicembre 2009

L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

__

L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso, di Fabrizio Gabrielli, è una raccolta antologica di racconti random dallo stile accattivante. Come dice lui stesso nel suo blog, di pesci rossi si parla brevemente, proprio nel racconto d’apertura, in cui pesci rossi sbucano ovunque in forme ossessive e ossessionanti. Nel resto del libro non ci sono più pesci ma porzioni di umanità qualunque, prese qui e lì, raccontate con uno stile letterario piacevole, incalzante, che rinvia al motivo della precarietà dell’udire e del vedere, alle mancate memorie di fatti e tempi, sentimenti e valori; persino alla mancanza di concreta concentrazione relativamente alle azioni che compiamo, alle emozioni che proviamo. Il divenire quotidiano e incostante è narrato in maniera apparentemente “scanzonata”, al limite del favolistico, come la cosa avvenisse per un puro fortuito caso, come la cosa non riguardasse direttamente chi sta raccontando o le cose che vengono raccontate. Il dato si realizza attraverso la costruzione di testi brevi e ultra-brevi, che dalla stramberia alla sobrietà toccano tutte le vette dell’interessante, in una costruzione talmente asimmetrica da apparire regolare, continua, omogenea. In questa raccolta come mai altrove ho avuto modo di vedere, l’abilità dello scrittore si appunta sulla parola e non sulla trama, come giustamente dovrebbe essere, perché non c’è penna più lungimirante di quella che non si rende schiava di un soggetto, ma è il soggetto stesso di quanto riversa sul foglio.

Alessandra Di Gregorio

9 luglio 2009

Letture infernali – 2 libri in uno

recensioni a cura di Alessandra Di Gregorio.

__

Poppers

* Titolo: Poppers. Tubi catodici, psicofarmaci sesso e autodistruzione. Una (de)generazione

* Autore: Mainini Luca

* Editore: Prospettiva Editrice

* Data di Pubblicazione: 2006

* Collana: On the road

* ISBN: 8874183305

* Pagine: 126

inferno-paradiso

# Titolo: Inferno-paradiso andata e ritorno

# Autore: Renaldi Andrea

# Editore: Zerounoundici

# Data di Pubblicazione: 2008

# Collana: Guest book

# ISBN: 8863071438

# Pagine: 156

__

L’inferno esiste, ed è riccamente popolato di una fauna oltremodo interessante, bieca, malinconica e triste. Il popolo perduto si muove, anzi si dimena, immerso nel peso leggero delle narcosi più destabilizzanti, accecato dal luccichio della fatuità più gratuita, pronto a firmare col sangue patti tossici che – si sa già in partenza – nessuno rispetterà mai nei secoli a venire.

Oggi scelgo di accomunare due autori molto diversi tra loro ma in qualche modo uniti dallo stesso fil rouge, che ci prende e ci conduce per mano nei vicoli bui e negli altri più disperati della degenerazione umana, dove gli ultimi nella Società degl’ultimi, sono tossici e puttane, generazioni e de-generazione degli estremi, in cui lustrini e musica la fanno da padrone – partorendo nuovi linguaggi figurati della denuncia e della comunicazione sottopelle – giacché la pelle è impegnata ad ospitare le piaghe della Civiltà che rinnega.

POPPERS, di Luca Mainini, è una pura allucinazione. Si fatica a leggerlo (particolarmente agli inizi, se il lettore non è aduso a certa costruzione sintattica), fa male, non è per i puri di cuore. Provoca seri conati di disperazione e vomito, e fa sanguinare perché sostanzialmente ci sbatte un faccia una società mutilata nello spirito prima che dalla violazione della carne. È un libro per così dire “pop-porno”. Porta alla luce personaggi bassi e laidi, donne estreme, bambole gonfiabili tutte griffe, vizi e coca; imputtanite dalla vita – o puttane nell’indole – ma belle da levare il fiato, profondamente sole, disposte a tutto pur di avere il tanto – quel poco – che basta, per sentirsi umane un giorno in più su un calendario che non ha alcuna importanza ai fini dell’umano esistere. Tutte silicone, dentro e fuori, rappresentazione di un mondo in ipossia d’amore, in cui si sviluppano unicamente anaffettività a vario livello e titolo, e l’estremizzazione è l’unica fonte ancora plausibile – e possibile – di contatto umano. Il mal di vivere che annienta è reso sopportabile dalla gestione delle proprie farmacie domestiche. Si vive un’ora in più ammazzandosi un po’ più rapidamente, per farsi scopare e dunque toccare (il valore del contatto in un pugno, in luogo delle mancate carezze), senza sentire lo schifo generale che domina i rapporti ma unicamente godendosi l’atto della vicinanza (per quanto malata). Prese nel complesso, queste creature passabili di biasimo – dipinte con maestria, turrite in un dettato narrativo secco, ai limiti dell’asetticità, avvolte da una proprietà linguistica che fa dell’Autore una rivelazione e del libro un gioiello, oltre che un pugno nello stomaco – rappresentano la versione infernale di quella fauna umana in fase terminale, risposta a una china morale pericolosa e infida, da cui non ci si difende se non con vani tentativi, un po’ per inerzia in direzione opposta, un po’ lasciandosi annegare seguendo la scia.

_

Dall’altra parte INFERNO-PARADISO, ANDATA-RITORNO, di Andrea Renaldi, un libro che di pop non ha niente. Al contrario, usa toni e suggestioni punk-rock-anarchici, mettendo in bocca ai diversi protagonisti vizi e vilipendi montati ad un parossismo che per quanto infernale, ha al suo interno la suggestione di una purezza ai limiti della liricità più estrema. Un gruppo di amici, i Volo Turbato, una band musicale marchigiana che vuole sfondare; uso e abuso di alcol, sesso e droga, e poi l’amore, l’amore tra i protagonisti; volti diversi, giovani e tormentati, la musica come collante e risoluzione dei conflitti esistenziali, un diario che prende forma attraverso le note. Un dettato lucido e cinico, disilluso al punto da apparire maniacale, ribelle oltre ogni possibile sentire. Ed è questo che ci colpisce sostanzialmente: il bisogno di dover sentire, ma sentire a fondo, attraverso le ferite di adolescenze scivolate sulla pelle con dolore, ed età semi-adulte mai svincolate dalle turbe indotte di una Società perbenista per principio e perbene quando conviene.

___

Alessandra Di Gregorio.

24 aprile 2009

L’odore della polvere

Si ringraziano Edizioni Babele e Prospettiva Editrice.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

lodore-della-polvere

Titolo: L’ odore della polvere. Tra piste e dune del Marocco
Autore: Robo Gabr’Aoun
Editore: Prospettiva Editrice
Data di Pubblicazione: 2006
Collana: I libri di prospettiva
ISBN: 8874183976
ISBN-13: 9788874183975
Pagine: 392

____

Quanta letteratura di viaggio – od odeporica – è stata prodotta nei secoli passati, in forma di lettera, diario, romanzo, satira o cronistoria? E quanta, coloniale, vergata dalla mano dei conquistatori di ogni tempo, dandoci il polso emotivo, sociale e culturale delle imprese che hanno caratterizzato non solo l’assoggettamento territoriale, ma anche l’incontro con l’altro da sé – e una serie di inenarrabili soprusi civili e morali?

Il viaggio, in letteratura, rappresenta, tanto da una prospettiva personale che generale, un momento di incontro, nascita, scambio, e al tempo stesso l’estrinsecazione del pregiudizio culturale (nonché la sua stessa formazione), del preconcetto relativo a popoli ed etnie ritenute a torto minoranze – fino a produrre, in risposta e contropartita, tant’altra letteratura da parte delle suddette minoranze colonizzate. Il viaggio è visto come invito a varcare confini geografici e umani, in uno spostamento da un luogo ad un altro luogo sia in senso fisico che spirituale.

Stanchi però di vedere gli Occidentali profanare coi propri racconti la memoria e le culture altrui – ritenute, per pregiudizio, minori, barbare o selvagge (pensiamo solo a quanto fossero xenofobi e razzisti i Greci, al punto da coniare una terminologia ben precisa per identificare “lo straniero” e “l’ospite” e quanto invece lo fossero meno i Romani), oggi ci troviamo tra le mani un romanzo che è in verità un diario corposo, ricco, vivido e denso, di un viaggiatore moderno alle prese con un particolare moto che è principalmente un viaggio interiore, un cambiamento di prospettiva, un andarsi incontro reciproco, un ospitare l’altro da sé nel più totale rispetto dell’ottica altrui.

Nel libro di RoboGabr’Aoun – al secolo Roberto Salvai, piemontese – edito da Prospettiva Editrice, si realizza – in senso pratico come in senso allegorico – la vera metafora del viaggio come esperienza qualificante per l’uomo. Il suo è un diario dettagliatissimo e puntuale degli spostamenti tra le piste e le dune del Marocco, dove polvere, sabbia, silenzio, elementi naturali, imprevisti, condizioni climatiche avverse, guasti meccanici e soprattutto bisogno di confrontarsi con se stessi, guidano la corsa verso il nuovo, verso un altrove che è sempre un chilometro avanti e che strada facendo getta negli occhi immagini che andranno serbate per la memoria propria e di quei posti. «Io viaggio tra le sabbie, senza sfidare il Grande Deserto, ma assecondandolo duna dopo duna». È questo il messaggio di Salvai e il motivo cardine che gli fa da guida. «Ho scritto queste pagine perché, narrando, il viaggio si perpetua nel tempo, diviene infinito e supera le barriere dello spazio e del tempo». Salvai racconta un Marocco che a volerlo rispiegare a parole proprie non ci si riuscirebbe – come per noi che siamo nella posizione di raccontarlo a nostra volta, in una operazione metanarrativa in piena regola, che ci espone al rischio di apparire innaturali, laddove invece l’esperienza concreta è talmente intensa e pregnante che ha un vocabolario tutto suo e trova voce in un assetto narrativo degno di quegli scrittori d’oggi che con modalità simili ma ragioni diverse, ci espongono meraviglie romanzate in grado di avvicinarci al sogno del viaggio. Salvai il viaggio lo compie davvero ma a differenza di quando si producevano romanzi d’avventura sette/ottocenteschi, per esempio, lui l’Africa la vive da colonizzato – perché per lui l’Africa colonizza per primo il cuore. L’Africa è un luogo da attraversare senza portare via nulla, neanche un granello di sabbia, lasciando esattamente tutto al suo posto, e facendosi unicamente prendere e incantare, lasciando pezzi di sé nei luoghi deputati all’asilo e alla memoria. Il deserto, allora, non è mai un vero deserto, e ciò che l’esplorazione comporta è uno scoprirsi sotto altra luce e altra stella, avvolti da un profumo secco come quello della sabbia che si infila dappertutto e che, con un sol colpo di vento, cambia faccia ad un paesaggio che per alcuni, come Salvai stesso, non si può mai smettere di cercare.

Alessandra Di Gregorio.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: