Posts tagged ‘racconti’

29 marzo 2010

Cuori d’altopiano

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Cuori d’altopiano, di Alberto Gherardi, racchiude cinque racconti a tema, che nascono e si sviluppano in luoghi determinati e determinanti, come l’Altopiano bergamasco da cui trae anche parte del titolo.

La scrittura di Gherardi è distesa ed elegante. I racconti hanno un certo margine di respiro – perfetti preamboli per romanzi brevi, per esempio, ognuno con sue caratteristiche distinte – anche se qui e lì si avverte una sorta di filo conduttore monocorde, forse un sentire generico non completamente trasversale come nelle intenzioni (vale a dire che spesso il risultato all’atto pratico appare difforme dall’intenzione degli scriventi).

Il paesaggio che fa da sfondo a quadri umani ora aspri, ora dolci, è quello di una Selvino dilatata in tempi e modalità eterogenei, per quanto simili e complementari, in cui è possibile riconoscere voci moderne, afflati di comunità sociali specifiche, influenzate dalla chiusura/apertura di scorci temporali che riescono a trascendere il dato contingente.

Molto apprezzabile il racconto d’apertura Parole che si perdono, per l’ottima struttura, l’impianto lessicale, la psicologia di personaggi e dettagli, la circolarità dei significati, la profondità dell’emozione – tanto provata che infusa – che tracima da pagine ricche, ricchissime, di un’immedesimazione spontanea, veritiera, credibile.

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Alessandra Di Gregorio

26 dicembre 2009

L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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L’inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso, di Fabrizio Gabrielli, è una raccolta antologica di racconti random dallo stile accattivante. Come dice lui stesso nel suo blog, di pesci rossi si parla brevemente, proprio nel racconto d’apertura, in cui pesci rossi sbucano ovunque in forme ossessive e ossessionanti. Nel resto del libro non ci sono più pesci ma porzioni di umanità qualunque, prese qui e lì, raccontate con uno stile letterario piacevole, incalzante, che rinvia al motivo della precarietà dell’udire e del vedere, alle mancate memorie di fatti e tempi, sentimenti e valori; persino alla mancanza di concreta concentrazione relativamente alle azioni che compiamo, alle emozioni che proviamo. Il divenire quotidiano e incostante è narrato in maniera apparentemente “scanzonata”, al limite del favolistico, come la cosa avvenisse per un puro fortuito caso, come la cosa non riguardasse direttamente chi sta raccontando o le cose che vengono raccontate. Il dato si realizza attraverso la costruzione di testi brevi e ultra-brevi, che dalla stramberia alla sobrietà toccano tutte le vette dell’interessante, in una costruzione talmente asimmetrica da apparire regolare, continua, omogenea. In questa raccolta come mai altrove ho avuto modo di vedere, l’abilità dello scrittore si appunta sulla parola e non sulla trama, come giustamente dovrebbe essere, perché non c’è penna più lungimirante di quella che non si rende schiava di un soggetto, ma è il soggetto stesso di quanto riversa sul foglio.

Alessandra Di Gregorio

17 gennaio 2009

Gli Occhi del ricordo

Ringrazio Edizioni Creativa per due ragioni: una è senza dubbio legata alla disponibilità e cordialità con la quale ha accolto la mia iniziativa, l’altra al fiuto per i libri, perché non è vero che piccoli editori fanno piccoli libri. Piccoli editori fanno spesso libri molto grandi. Quello di cui andrò a parlare lo è sicuramente.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: Gli occhi del ricordo
Autore: Cirino Giuseppe
Editore: Creativa
Data di Pubblicazione: 2009
Collana: Piccole storie
ISBN: 8889841737
ISBN-13: 9788889841730
Pagine: 115

Gli Occhi del Ricordo va letto con differenti stati d’animo, ma di questo ci si può accorgere solo arrivati intorno alle quaranta pagine, quando la prima storia s’impenna in un moto inaspettato e tutta la bravura di Cirino ci tira dentro e da lì in poi non ci farà più uscire – se non con la testa che annuisce silenziosa e qualche giusta lacrima che ci riga il viso. Mi sono avvicinata a questa lettura con prospettiva ottimistica, ma ne sono venuta fuori mestamente, accerchiata dalle immagini ivi dipinte, che poi sono saltate fuori dal volume e mi hanno colpita dritto in faccia.

Ginocchio Di Cristallo è un racconto di formazione: ascesa, discesa, resurrezione e caduta di uno qualunque di noi – che poi non è mai uno qualunque e chissà, forse per alcune cose quel qualcuno/qualunque è la seconda pelle tanto nostra che dell’Autore, e le somiglianze che possiamo rintracciare tra le nostre adolescenze e la sua, non sono solo vaghi sensi di apparentamento. Marco siamo noi, scontrosi, timidi, pronti a vergognarci di noi stessi o a doverlo fare per ragioni che in fondo neppure noi capiamo; Marco siamo noi perché la solitudine ci porta a rintracciare nelle cose minime le passioni che non ci fanno soffrire, perché in quel rettangolo d’asfalto o di cemento, nei suoi perimetri e nelle linee bianche cancellate dal tempo, noi siamo grandi e la solitudine non può nulla. Avere un “ginocchio di cristallo” non è una bella cosa per un giocatore di basket, ma più fragile del cristallo è sicuramente l’anima e quella del protagonista non è da meno, perché fa troppo in fretta a varcare la soglia del non ritorno e Marco finisce per lasciarci proprio quando tutto pareva tornare a sorridergli: carriera, amici, famiglia. Ma nello spazio di un canestro – nel suono della retina che si gonfia, nel rumore del rimbalzo di una palla a spicchi su di un finto parquet sul quale sono scivolati tanti sogni e tanti campioni, e nello slancio di un uomo che spicca un salto sulla banalità e sulle teste di quanti non capiscono che l’elevazione vera è la conquista di uno spazio mentale unico e diverso – la vita scorre un battito alla volta, mai priva di insidie, sempre a un passo dal cedimento, come quello spirito – di cristallo come un ginocchio, di cristallo come il cuore – che privo di misura se ne va spesso a zonzo, incerto sul da farsi, incerto sul nome da dare alle cose e il recinto da costruire attorno alle pulsioni.

Gli Occhi del Ricordo però è anche lo sguardo d’un uomo cieco che si racconta raccontando di ciò che l’ha portato ad una esperienza letteraria autobiografica e forse unica; una metanarrazione in fondo, di un uomo nella cui voce si registra il climax della poetica di Cirino: […] NON PREDILIGEVO SCRIVERE DELL’AMORE, MA QUANDO CERTE COSE LE VIVI, IN AUTOMATICO LE SCRIVI. UNO SCRITTORE E’ UN PO’ COME UNA VELA CHE SI GONFIA COL VENTO, CHE QUANDO E’ COLMA PARTE. […] IL RICORDO HA OCCHI A CUI NON PUOI SFUGGIRE. SOLO QUANDO LI INCROCIO VEDO DAVVERO. PER QUESTO SCRIVO.

Troviamo qui, come anche nel terzo racconto, il disagio dello scrittore con l’anima, nei confronti di un mondo che si dimostra sempre meno nobile di quello che vorremmo, sempre pronto a deluderci, sempre basso e dequalificante. Il modo in cui ama uno scrittore è necessariamente diverso: egli ama prima con la testa e con le idee che col cuore, ma poi bruciarsi è un attimo; la realtà non è mai una storia a lieto fine o un romanzo tutto da scrivere con personaggi passivi al tocco della nostra penna, e allora la problematicità della figura di amato/amante, si dischiude in tutto il suo dolore e nel fastidio che provoca la delusione, con tutte le ovvie conseguenze del caso.

Forse, come troviamo nelle pagine successive: […] E’ SOLO IL VINO CHE STREGA LE PAROLE […], perché una ubriacatura d’amore e linda malinconia, è come una nebbia che ti fa battere più lentamente il cuore. Le parole scorrono sempre più forti, sempre più dense e i significati si rincorrono coagulandosi in un magma caldo. La mano di Cirino non calca mai eccessivamente; parte in sordina e poi giunge all’apoteosi del senso, alla grandezza dell’emozione che prevale sui segni, e il ritratto che ne vien fuori, è come un quadro astratto ma in movimento, dove poter intingere il dito, provocando cerchi e saggiando di volta in volta un tipo di calore diverso, che poi ti risucchia e ti bagna il viso con lacrime di stupore.

Un libro vibrante e sentito. Vorrei averlo scritto io (è il secondo libro di cui lo dico – lo dissi anche per A. Colannino – ma non so che altro aggiungere, se non che mi ha molto commossa).

Adg.

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