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11 novembre 2013

Cavalcando il Bene e il Male

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio. 

Cavalcando il Bene e il Male, di Antonio Rubino.

Romanzo di formazione.

Il mondo, l’amore, la morte, l’arte, la scrittura, le relazioni, visti attraverso la lente deformante/deformata del protagonista – Carlo –. Un sognatore, un visionario, un uomo fin troppo comune, uno scrittore, un filosofo mancato, un uomo poco fedele, un uomo che si crede un ragazzino e però vuole essere un grande scrittore e un grande pensatore; uno un po’ snob che non ama essere snobbato e poi ti fa la morale; uno che non vuole catene e poi però ne sente la mancanza; uno che ha molta immaginazione e spesso poca percezione della realtà, poca accettazione e conoscenza dei propri limiti, fino a sbatterci il muso; uno normale che spesso si crede migliore; uno straordinario, che troppe volte sa di esserlo e non capisce che deve anche meritarselo…

Questa è la storia di un uomo alle prese con la propria bildung, una formazione umana più che intellettuale; la storia di un uomo alla ricerca di una maturità dilazionata, di là dal giungere davvero e in verità così penosamente vicina (e forse per questo rimandata).

Carlo è un giovane che vive le contraddizioni proprie del suo tempo e della sua generazione. Le contraddizioni tipiche di ogni uomo posto a un bivio esistenziale – lo stesso di sempre, lo stesso per tutti –: la molteplicità dei desideri e delle possibilità umane.

Realtà, sogno e finzione gareggiano fino all’ultimo, in un libro denso e scanzonato, visionario, nichilista, delirante, adolescenziale e di nuovo denso e irripetibile. Come le fasi un po’ narcisistiche di ogni adolescente con un po’ d’amore per la lettura e la filosofia, capace d’interrogarsi sui grandi quesiti della vita, con uno slancio straordinario, e di contro così poco propenso a mettersi in gioco davvero, specialmente in amore.

La struttura del libro è lineare in parte, in parte intricata ma capace di generare il pathos necessario a leggerlo fino in fondo. Non è un testo scontato, seppure spesso la scrittura risulti troppo leggera, poco sorvegliata. In generale appare assai scorrevole e – da un punto di vista linguistico, oltre che di pensiero – anche notevole (seppure, come detto, alle volte il lessico venga meno).

Carlo manca di maturità ma per certi versi ne ha fin troppa. Contraddittorio fino all’osso, in realtà racconta il bisogno di emozioni forti e continuative; le aspettative dei giovani a contatto con una realtà che più non li sorprende; il cinismo che in fondo nasce dall’incapacità di misurarsi materialmente sia con i sogni che con la concretezza del vivere.

E poi c’è la vacanza. La vacanza estiva, per la precisione. La vacanza, cioè l’adolescenza allegorizzata, in generale ha un termine che corrisponde al ritorno, alla ripresa della vita banale e contingente; Carlo ha addirittura lasciato il suo lavoro, termine che in genere corrisponde proprio – anche materialmente – all’aderenza alla realtà, alle responsabilità, alla fine dei sogni di gioventù (il più delle volte accantonati per forza di cose). La vacanza è l’ultimo baluardo della giovinezza (prendi l’estate per eccellenza, quella dopo il diploma), cioè sfocia in ultimo nel raggiungimento – di solito poco gradito – dell’età adulta, vista spesso come termine ultimo delle lotte del giovane, come conclusione della ricerca di valori supremi, piaceri supremi, ideali supremi. È un po’ un inno al ‘piterpanismo’ e al tempo stesso la dimostrazione che le bolle di sapone prima o poi si rompono, cioè la negazione del sogno, ottenuta attraverso l’esperienza personale.

Nel romanzo la giovinezza/vacanza si prolunga e diluisce attraverso l’espediente del viaggio e della partenza a sorpresa, dalla spiaggia, con estranei di ogni nazionalità. L’esperienza insolita e non programmata, quale innesco trasversale, permette al protagonista di non riemergere dalla bolla d’aria, ma addirittura di esplorarla. Insomma scatole cinesi, in cui il lettore viene trasportato non dal basso verso l’alto o viceversa, ma da un lato all’altro, affinché siano chiari soprattutto gli estremi.

Il libro è pieno di riflessioni filosofiche sugli aspetti sia concreti che spirituali dell’esistere (sesso e amore tanto per cominciare), eppure Carlo spesso pecca di mancanza di volontà ed è egocentrico da far paura, seppur terribilmente consapevole di nascondersi dietro a un dito; ha paura di essere un adulto a pieno titolo, si svincola dalle responsabilità – lavoro, storie sentimentali serie – per tuffarsi in una realtà parallela, quella che ha sempre agognato, quella in cui essere un po’ viveur un po’ intellettuale. Realtà che però dopo un po’ gli va comunque stretta, dove nessuno è mai all’altezza, dove ci si accontenta di frastornarsi e fare festa. Egli abbandona il mondo delle scelte preconfezionate, a favore dell’universo delle possibilità infinite. E sono tutte molto verosimili, seppur poco sudate, le opportunità che si ritrova per le mani. E così sparisce per un po’, diventa irraggiungibile, frequenta altra gente e altri posti, scrive, soprattutto è pagato per scrivere e viaggiare (sogno o illusione di molti, direi praticamente della maggior parte) e quel suo essere traghettato nel mondo delle possibilità (reale o immaginifico sta poi al lettore scoprirlo, giungendo sino alla fine del libro), rimanda un po’ a Pinocchio, a Lucignolo, al ‘paese dei Balocchi’. Sì, Carlo sta cercando il suo paese dei Balocchi e per un attimo è anche certo di averlo trovato. La festa in quella sorta di eden, ne è la rappresentazione più palese. Ragazze, alcol, amore, poter afferrare le sensazioni e farle proprie. La realtà, però, non perdona. L’edonismo non è felicità, la solitudine non corrisponde alla superiorità. Se manca la condivisione manca tutto, e se manca la capacità di essere ciò che si dice, non si vive, si sogna, si soffre di più. Si scrivono libri che sono solo parole.

Alessandra Di Gregorio

 

11 dicembre 2012

I sassi

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: I sassi

Autore: Sacha Naspini

Editore: Ass. Culturale Il Foglio

Data di Pubblicazione: 2007

ISBN: 8876061592

ISBN-13: 9788876061592

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I Sassi, di Sasha Naspini, uno dei più bei romanzi letti sinora. In realtà forse uno dei pochi libri che posso definire con cognizione un romanzo vero scritto da un vero romanziere. Di Naspini ho già recensito un’altra prova (Cento per Cento), notevoli le differenze, chiaramente si tratta di generi e tematiche distanti, tuttavia non cambia l’idea dello scavo, la struttura è perfetta, come un telaio fatto a misura per un progetto intenso, impegnativo, una costruzione fatta di miniature tutte da incastrare. I Sassi è un libro che t’incolla ma non se ne va via come un sorso d’acqua. La lettura richiede concentrazione, la lingua assolutamente aderente a un disegno coerente, direi perfetto, senza la minima sbavatura. Dunque troveremo dialoghi ma anche e soprattutto confessioni, e nel mentre che la storia si dipana i protagonisti si lasciano andare, dicono tutto di sé, danno tutto, si svelano e non sono chi credevamo che fossero. Da un lato un uomo misterioso, dall’altro una giovane prostituta di nome Eva, entrambi sembrano avere dei segreti, storie alle spalle, se la giocano, non si toccano neanche. Si aprono parentesi, Praga ascolta e assorbe i ricordi provenienti dai lati opposti dello stesso tavolo. Ci sono congiunzioni, ci si avvicina piano piano alla verità, e soprattutto si resta assorbiti, persi, del tutto. Per questo poi ci si stupisce dell’evoluzione che la storia subisce intorno al suo termine. Credo che l’Autore superi se stesso in particolare perché è capace di scrivere un romanzo che è un noir elegante, sensuale, crudo, crudele, soprattutto credibile e accattivante.

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3 aprile 2012

L’umore del caffè

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: Umore del caffé
Autore: Marco Miele
Editore: Cult Editore
Data di Pubblicazione: Ottobre 2011
ISBN: 8863921342
ISBN-13: 9788863921342

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L’Umore del caffè, di Marco Miele, Cult Editore. Giallo di provincia, d’ambientazione toscana.

Pur da profana del noir in genere, di quello italiano e di specifiche ramificazioni regionali, mi sono approssimata alla lettura del libro di Miele, intenzionata – in primo luogo – a capire l’eventuale mistero dietro al titolo, essendo questo (qui come altrove) la prima cosa su cui si appunta la curiosità preliminare di ogni lettore. Curiosità sarà poi il termine chiave che mi condurrà a leggere il libro un po’ alla volta (a finirlo tutto e subito che gusto c’è?).

Da un giallo ci si aspetta in generale soprattutto l’aderenza a regole, ‘direttive’ fondamentali, o almeno ‘orientative’, le quali, più che altro, servono a inquadrare correttamente il testo in questione nell’ambito del genere di riferimento.

Pur essendo al tempo stesso abbastanza svincolato da prescrizioni troppo severe, comunemente, un autore, qualunque genere pratichi, deve essere in grado di porsi in modo originale e contestuale al suo tempo, alla sua realtà, e – cosa altrettanto importante – alla propria vena creativa –, cominciando a valorizzare ‘dal basso’ (cioè la cosa più vicina a sé: di solito la propria origine geografica).

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8 febbraio 2012

Una storia da raccontare

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

Titolo: Una storia da raccontare

Autore: Ezio Maccalli

Editore: Gruppo Albatros Il Filo

Collana: Nuove voci

Data di Pubblicazione: Settembre 2008

ISBN: 8856702886

ISBN-13: 9788856702880

Pagine: 128

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Il libro di Maccalli è un buon esempio di scrittura aneddotica, sintetica e per così dire “sincopata”. Queste le tre caratteristiche che mi vengono in mente a seguito della lettura – non dico facilissima vista la straordinaria quantità di aneddoti, nomi e circostanze narrati – di un libro oltremodo snello, ben costruito e interessante.

L’Autore racconta vite che s’intrecciano e inerpicano nel percorso frastagliato della crescita negli anni del boom economico italiano, ma non solo. Prende a riferimento oggetti, eventi, e soprattutto aneddoti sportivi (tra calcio, ciclismo, automobilismo), mentre non solo si cresce e si attraversano gli anni della scuola, delle cotte, delle assemblee, ma si è anche testimoni di fatti importanti come lo sbarco sulla Luna, il ’68, i cambiamenti sociali. Insomma eventi epocali o di cronaca locale e nazionale, bypassati attraverso gli occhi del ricordo.

Su tutti, l’amore per la Juventus e un’attenzione ironica e critica nel focalizzarsi sugli spunti tratti da memoria e storia contemporanea. Più che un romanzo o racconto, il volume è una cronistoria lineare (nonostante i frequenti ritorni su considerazioni e idee, ritorni da intendere come approfondimenti, non ripensamenti).

La scrittura, come sottolineato al principio, è ai limiti della “sincope”, nel senso che sembra procedere a singhiozzo, nel suo farsi contenitore di iperboli aneddotiche (chiamiamole così) concatenate quasi all’infinito. Vale a dire che la mole di informazioni immesse nei vari passaggi è sempre molto elevata, da qui il procedere a “singhiozzo” della lettura – dando per scontato che il lettore voglia subito arrivare al succo dell’episodio e non fermarsi a leggere l’elencazione della formazione della X squadra e via dicendo. Questo comporta (di necessità) una sintesi mirata, focalizzata, per dare l’idea che il Narratore si rivolga a se stesso facendo un excursus che ricongiunga ieri a oggi, e che nel frattempo, in quel segmento temporale e storico ricco di scoperte, fatti ed emozioni di una intera vita, riesca a cogliere anche spunti di riflessione che riguardano le cose a lui vicine ma in senso più trasversale, ovvero annotazioni sui grandi temi legati allo sviluppo economico e sociale di un Paese – il nostro – ricco di contraddizioni e turbamenti che nel corso dei decenni hanno fornito substrato a una crescita, di fatto, mai veramente sostanziale (o totalmente positiva a lungo termine).

Maccalli intinge dunque la penna in un calamaio oltremodo importante, dimostrando grande dimestichezza non solo nel disegnare una trama così riccamente intessuta e non semplice da gestire (nonostante la scelta di limitarsi a raccontare piuttosto che creare al momento l’azione, cosa comunque complicata dalla scelta dell’ordine di importanza da assegnare ai vari ricordi), ma anche nel presentarla attraverso il ricorso a un registro colloquiale e al tempo stesso impegnato, lessicalmente semplice ma linguisticamente rilevante.

Il tutto, inserito in una cornice molto contenuta (esiguo è il numero delle pagine o per meglio dire “giusto”) e di sicuro appeal per il lettore razionale, a cui però piacciono gli amarcord da un estremo all’altro della memoria.

Vivamente consigliato.

Alessandra Di Gregorio

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