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28 gennaio 2009

Credevo bastasse amare

ringrazio Alessio Masciulli per l’amicizia ideale che ci lega.

NOTA:

Il libro di Alessio Masciulli è autobiografico e doloroso. I fatti narrati, personalmente li conosco in parte, perché si sono verificati nella mia città e hanno per protagonista Silvia, una persona meravigliosa che conoscevo anche io.

Adg.


recensione a cura di Angela Zerbini

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Titolo: Credevo bastasse amare
Autore: Alessio Masciulli
Editore: Falco
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: narrativa
ISBN: 978-88-89848-67-8
Pagine: 199

Il 24 luglio 1995 inizia la storia d’amore di due persone comuni destinate ad un epilogo poco comune: Alessio e Silvia. Il 25 maggio 2006 la vita di Silvia viene inaspettatamente rubata e la tragedia investe una città intera e il cuore di molti. Alessio rivive le vicende di questi undici anni con un trasporto  che lascia a bocca aperta. Il loro primo incontro, il loro primo bacio, la prima volta che hanno fatto l’amore, la gita a Calascio e a Stiffe, la chiamata alle Armi. Lo stile  dell’Autore è essenziale, sobrio, semplice, a volte un po’ troppo ingenuo ma mai fuori dalle righe o spiacevole. Una storia che inevitabilmente commuove, che ti distrugge e ti ricompone pian piano nel corso della lettura. Molti i momenti di sconforto e di solitudine, di disperazione e di illusione.

Il 26 maggio ecco arrivare il primo segnale di Silvia, così come ci dice l’Autore intenzionato a tentare di rifarsi un’esistenza: una e-mail di Manuela, colei che lo aiuterà in questo periodo buio. Le cose in verità non vanno nel verso giusto e mentre Alessio è sempre più preso da Manuela, lei riesce ad offrirgli solo un’amicizia speciale. Fatta di baci rubati, false carezze, litigi, fraintendimenti, ma non amore – quell’amore che Alessio vorrebbe e che cerca di dimostrarle in tutti i modi, anche partendo dall’Abruzzo per arrivare in Friuli in moto, soltanto per un suo bacio. Manuela non apprezza il folle gesto e come una novella Penelope distrugge la tela di illusioni che Alessio aveva debolmente costruito per una necessità che era in fondo solo un tentativo disperato di salvezza dal baratro. La storia prosegue senza grandi svolte, solo molti sms (ben 9934), ai quali Manuela risponderà sempre meno e con frasi di circostanza che evidenzieranno la povertà di un rapporto che forse era solo una trappola emotiva che altro. Manuela ha però un altro uomo – e ironia della sorte un altro Alessio, dirigente di un’industria farmaceutica a Milano – e quando ormai tutto sembrava perso per sempre, ecco arrivare il secondo segnale di Silvia. L’uscita di scena di Manuela. Ora Alessio saprà andare avanti da solo, è cresciuto, ha tanti amici su cui contare, è un uomo razionale, è un uomo nuovo, è l’uomo che Silvia avrebbe voluto che diventasse. Silvia vivrà sempre in lui, vivrà nelle farfalle, vivrà nei girasoli piantati con cura da Nino nel giardino di casa sua, nei fuochi d’artificio, nella magica atmosfera del Natale, nel sorriso di un bimbo, negli occhi stanchi di un mendicante che accetta con stupore un pasto caldo da una mano amica; vivrà nel sole, nel mare, nel cielo e in tutta la terra che disperderà la sua grande voglia di fare del bene a tutti coloro che, impazienti, lo aspettano.

Ancora una volta egli troverà la forza di reagire, di rimettersi in sella alla sua moto e ripartire alla ricerca della felicità, anche se questa volta senza la sua principessa. Emozione, paura, coraggio, rivincita, queste solo le uniche parole per descrivere il progetto letterario di questo neofita che si affaccia, con una semplicità disarmante, al mondo della scrittura. I fatti vengono narrati da una voce fuori campo che altri non è che l’Autore stesso, l’Alessio coprotagonista della storia. La narrazione è fluida, lineare; passato e presente si intrecciano, si fondono, spesso il primo lotta col secondo, lo fa a pezzi e ne espone, vincente, i resti. Il futuro sembra molto lontano ma non può non esserci; forse sarà incerto come un contratto interinale, sarà triste e insensato perché quel vuoto non sarà colmato subito, ma deve esserci. Alessio tornerà a vivere. Alessio, soprattutto, tornerà ad amare perché la vita non è mai inutile e vale sempre la pena.

«La vita non è inutile: basta un po’ di ottimismo!» (cit.)

Angela Zerbini

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14 gennaio 2009

31 Ottobre

Grazie a Glauco della simpatia dimostratami.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: 31 ottobre
Autore: Silvestri Glauco
Editore: Il Filo
Data di Pubblicazione: 2007
Collana: Nuove voci
ISBN: 8861852920
Pagine: 128

31 Ottobre è il romanzo di Glauco Silvestri, un horror surreale ambientato a Bologna, nota per le suggestioni dei migliori giallisti italiani e particolarmente per i guizzi di penna di Loriano Macchiavelli (vedi I Sotterranei di Bologna).

Questa volta invece a cimentarsi è un esordiente, pubblicando con Il Filo un romanzo agile che, come secondo le dichiarazioni dell’Autore, si potrebbe leggere nell’arco delle ventiquattro ore giornaliere. A noi però non interessa guardare con un occhio alla pagina e con un altro al quadrante appeso al muro. Ci interessa sapere cosa accade a chi e perché.  Il romanzo ha un  esordio da brivido e i concittadini di Silvestri ci penseranno due volte a soffermarsi nei luoghi citati  dallo scrittore, perché in quei luoghi – a partire dal Pavaglione – solitamente la gente muore… e non muore semplicemente… no, muore ammazzata aperta in due con chirurgica precisione. Sulle tracce del pazzo che si macchia di questi efferati omicidi, un Tenente e un’agente della Scientifica, presto consci di trovarsi di fronte ad una serie di fenomeni non propriamente “normali”; testimone dei delitti un gatto nero, muto spettatore (o forse anche attore principale, chi può dirlo?) di crimini orrendi che non lasciano manco tracce ematiche eccetto che addosso a lui.

Volendo trattenersi solo sulla trama, ammettiamo di trovarci di fronte ad un tentativo di cattura delle magiche influenze dettate dalle nostre stesse città; a quanti non è mai venuto in mente cosa potrebbe accadere nel vicolo buio della nostra via, se una ragazza sola e sperduta s’attardasse in una notte buia e senza luna? Silvestri respira la sua Bologna ma spesso il tentativo è grossolano e ciò forse stride col fatto che la città teatro dei tristi fatti narrati, è in effetti la sua; del resto, però, indirettamente ci conferma il fatto che non basta conoscere fisicamente un posto per poterlo anche trasporre sul foglio. È necessaria una visione, una rapidità di associazione mentale/testuale, in cui i luoghi si fondono alla parola scritta e la narrazione è come un giro turistico in posti che non sono segnalati sulle carte.

La penna del Silvestri spesse volte risulta maldestra – ma questo particolarmente nei primi capitoli, come se il testo venisse poi ripreso da una mano più dosata e ponderata, mentre nelle zone incipienti del romanzo questo non accadeva e lo stacco conseguente che si è prodotto è sottile ma pur sempre evidente; la trama in sé appare fuori dall’ordinario per via della scelta tutto sommato “insolita” fatta nell’ordine del tipo di delitti commessi e della natura degli stessi in una città come Bologna dove siamo abituati a ben altro (solitamente i grandi narratori statunitensi, vuoi anche per le cronache nere locali che abbondano di serial killer efferati di ogni risma, sono più credibili, in questo senso); l’editing non è curatissimo (ma come già detto altrove, non è quello a fare un libro, anche se poi in un certo senso la tipologia di errore presente nel testo non è sicuramente un buon biglietto da visita per l’Autore e il lettore se ne avvede traendo le sue considerazioni, magari anche en passant ma comunque traendole…). Ci sono parti del testo assolutamente meccaniche, dove le descrizioni si affastellano senza soluzione di continuità e salta agli occhi una certa grossolanità della lingua. Il libro è troppo veloce e spicciolo, e se la lettura scorre lesta c’è da chiedersi se è per le ragioni appena addotte oppure per scelte autorali particolari. Alle ingenuità linguistiche si aggiunge una verve  fiacca, che non centra l’obiettivo di porci innanzi alla figura d’un vero narratore che sappia riconoscere e tenere a bada il proprio ruolo – e questo poi lo si nota anche per via della frettolosità dei periodi e della elementarità di alcuni di essi. Poi però, quasi di punto in bianco, la mano dell’Autore cambia. Versa nel testo una maggiore riflessività e questo si nota nelle pagine che si susseguono meno scontate che altrove, snelle certo, ma non più fini a se stesse come in precedenza.

L’apoteosi la raggiungiamo col capitolo 13 (ed io ho messo il segno al libro, Glauco!), e scopro che Silvestri è molto più credibile e generoso come narratore dell’intimità che di case e cose. Pur non volendo assolutamente anticipare nulla di quanto contenuto nel libro perché il libro dovete acquistarlo e magari poi tornare qui a commentarlo con me e Glauco, vi dico solo alcune cose: Silvestri in un paio di paginette racconta una notte, un incontro amoroso, lo scoppio della passione. Silvestri si dimostra all’altezza del suo ruolo qui come mai in nessun’altra pagina dell’intero romanzo. Ci disegna, con una abilità che invece gli è mancata mentre ci parlava dei viali di Bologna, o del tizio che prende l’autobus per andare a lavoro, o della tizia che va a gettare il rusco in tacchi a spillo, due corpi che si fondono. C’è malizia nel suo tratto, c’è sapienza, c’è il gusto della carezza. Questo è il registro che vorremmo avergli visto anche in precedenza ma non volendo continuare ad apparire troppo severi di fronte ad un libro che è prima di tutto un esperimento – perché sì, scrivere comporta dei rischi, perché la scrittura ha bisogno di alimentarsi continuamente alla fucina della creatività (e parlo anche di quella linguistica…) – siamo propensi a pensare, romanticamente, di poter vedere da qui a non molto un nuovo parto della fantasia di quest’Autore che, un po’ come tutti noi, ha solo bisogno di incanalare meglio i suoi attacchi di creatività in uno stile meglio definito e scevro di quelle piccole ingenuità che tolgono alla sua penna il lustro che invece meriterebbe e sicuramente si meriterà.

Adg.

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