Posts tagged ‘romanzo di formazione’

28 marzo 2009

L’aura di tutti i giorni

Ringrazio Laura.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

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Titolo: L’ aura di tutti i giorni
Autore: Boerci Laura
Curato da: Pierpaoli S., Mecenate S.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Edizione: 3
Collana: Testimonianze
ISBN: 8854603228
ISBN-13: 9788854603226

L’aura di tutti i giorni o Laura – come nel gioco lessicale della sonettistica petrarchesca, in cui Petrarca gioca sui significati di Laura/l’aura e lauro/l’auro – è una narrazione semplice e moderata che quasi trae in inganno col rifiutarsi di Laura di mettersi a urlare.

Laura Boerci indubbiamente colpisce per l’eleganza, il buongusto, l’umorismo irriverente e dolce, la proprietà di linguaggio e l’incantevole verve. Si racconta in un romanzo che è anche diario, nel quale mette a nudo debolezze all’apparenza limitanti (ma che avrebbero istupidito più del 90% di noi e che lei invece amministra in una maniera che lascia di stucco) e una vita ricca di affetti e momenti – tutti di rilevanza eccezionale per la formazione di una giovane donna che non ha qualcosa in meno ma esageratamente qualcosa in più. «A volte penso ai bambini che non ho avuto» dice «Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura. Addio a vestiti scollati e stretti. Addio all’idea di avere bambini». Laura soffre di atrofia spinale ed è una costretta in un corpo che non l’asseconda, mentre la sua anima è così fervida e libera che tale costrizione sembra un contrappasso per peccati mai commessi. La difficoltà oggettiva di una vita che teoricamente schiaccia, è qui esposta e rievocata con voce adulta e tenera. Un percorso accidentato affrontato a viso aperto sempre, visto come lotta contro il limite peggiore – che è quello mentale – che non conosce arresto neppure con le grandi perdite. Laura non vacilla – apparentemente o concretamente, e da un certo punto in poi non sappiamo più rintracciare differenze – ed è stoica ma resta tutta da cullare. La puoi tenere tra le braccia e lei si fa sempre più piccola, in certi momenti, e la tenerezza infantile che la pervade, in un gioco di equilibrio/squilibrio con le velleità di indipendenza e ribellione di ogni ragazza comune, la rendono affascinante e grandiosa proprio in ragione di quel guscio fragile che prende colpi ma non la convince alla resa. Laddove molti avrebbero abdicato, lei trova nuovi spunti vitali.

Laura non è mai sola. Amici e amori l’attorniano, ma più di tutti divide le sorti con un fratello: Gianlù – come lo appella lei – che ha la stessa fragilità ed è la sua piccola anima gemella, ma non ha la stessa tempra. La natura lo condanna e se lo porta via. La lettura in questi frangenti diventa impossibile, ciò va detto. I significati si addensano, i sentimenti anche. La narrazione è così tersa da lasciare stupefatti, ma il dolore ha una trasparenza indicibile e trova spazio in un dettato lineare e nitido, arrivando come un pugno. Vien voglia di prendere Laura in braccio e portarla via da tutto quanto, ma lei stoica non cede.

La testimonianza di questa vita – di tutte le vite qui contenute – si spinge decisamente oltre la mera cronaca, oltre il puro dato biografico, oltre i limiti del romanzo, per diventare affresco lucido, doloroso, drammatico e vivido, di una straordinaria vicenda umana e personale, di una donna mai schiava di una forma, ma fattasi contenuto estremo, elegante e incantevole.

Alessandra Di Gregorio.

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29 gennaio 2009

La Figlia del fotografo

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: La figlia del fotografo
Autore: Danti Francesco
Curato da: Baldacci Balsamello M.
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604771
ISBN-13: 9788854604773
Pagine: 236

 

Francesco Danti pennella con leggerezza, brio e delizia, un quadro alle volte mosso, alle volte pacificamente assorto, di un pezzo di vita che è anche una corsa in bicicletta, un moto interiore e un desiderio d’espressione personale vissuto con tenacia, tersa goffaggine e piglio ironico. Un romanzo di formazione in piena regola, piacevole, caldo, iperbolico, divertente, manovrato con abilità, perizia e dote; leggibile con stato d’animo ottimistico e conseguente “pacca sulla spalla” di soddisfazione. Timoteo, il nostro protagonista – un po’ sfigato, un po’ impacciato, un po’ geniale, un po’ eroe – è letteralmente il ragazzo della porta accanto – in pantofole e tuta – scanzonato, complicato, esigente, imbranato, sollecito… La sua vita è priva di scossoni, eppure lui quegli scossoni non li vuole rifuggire, perché se in un primo momento l’apparente comodità e la semplicità di una vita sgombra di guai lo tirano da una parte, poi la scossa ha la meglio e il bisogno di sentirsela scivolare addosso è l’unica cosa concreta che può tenerlo in piedi e fargli dire, anche in punto di morte: «io quel giorno c’ero e ho agito in modo tale da passare da coglione ma meglio coglione che privo di vita dalla vita in sotto e dalla cintola in su». Lui ringrazia la mamma di averlo fatto invertebrato – perché è questa sincerità viscerale che gli permette d’agitarsi, impensierirsi, innamorarsi, avere un’intelligenza brillante e la curiosità e la forza necessarie per scoprire angoli di sé che vale la pena scoprire e sondare. La sua voce gli dà un’aria dinoccolata, spesso al limite del comico, ma ci suscita un sorriso caldo e un plauso per la sua ingenua fame di vita, che però non stona con la riflessione che ci si accompagna come un bicchiere di buon rosso con le arachidi con la buccia. La precarietà generale delle cose che facciamo – e anche di quelle su cui non possiamo mettere la firma –  è già così grave ed ingiustificata da minare la stabilità di tutti, ma qui nel girotondo qualcuno cade sempre per terra, e viene facile la voglia di assecondare il capogiro e finire in bocca ai pescecani senza un accenno di pagaiata. Timoteo tutto sommato affronta una bildung che è anche nostra, quella di tanti ragazzi un po’ cresciuti per quanto riguarda i dati anagrafici ma sempre in fase problematica per quanto riguarda la sfera emotiva e sociale. In sella a Felice lui cambia mondo, si toglie dalla precarietà, diventa adulto e si paga l’affitto, dorme in via Hendrix nella stanza dove hanno massacrato un uomo che aveva fatto il gallo in un pollaio dove il pisello te lo tagliano se sgarri; è ospite di un cartone animato e si fa venire il diabete a forza di caramelle e cioccolata; ha per vicina una ex pornostar in incognito gonfiata di silicone, che agita i suoi pensieri sconvolti, con o senza Moscato e ricciarelli di mezzo; scopre un venditore ambulante che parla latino come Virgilio e va ad insegnare in una scuola che sembra uscita dalla penna di De Amicis; l’astinenza lo porta a fare pensieri osceni persino sulla severa direttrice del suo istituto, immaginandola in improponibili exploit sessuali da record; incappa per sbaglio in un barista zitello innamorato della Sandrelli, che ha un proverbio per ogni occasione e il nome Caronte impostogli dal padre che sa la Divina Commedia meglio di Benigni; insegna in una classe elementare di dodici bambini cui si presenta in giacca per non sfigurare, ed è proprio grazie ad una delle sue alunne che odiano la matematica che incapperà nella figlia del fotografo che dà il titolo al romanzo – o meglio… nella figlia maggiorenne del fotografo… Eloisa. Eloisa, che non fa parte del parco anziane di La Badessa, Eloisa che è bella e porta gli occhiali con la montatura marrone ed ha un neo vicino alla bocca che sembra disegnato perché è nella posizione giusta per attirar baci. Eloisa, che è un po’ un mistero, una chicca in un posto di nebbia dove tutti sanno tutto di tutti e anche la tua fedina penale è cosa nota alle autorità in fatto di pettegolezzi paesani.

La storia di Timoteo è un percorso accidentato di scoperta e incredibili sorprese, modulata con un registro splendido che – possiamo confermare – non ci farà distogliere gli occhi dal volume nemmeno per il tempo di lasciargli depositare sopra un granello di polvere. È una storia che ci appartiene, trapuntata di perle di saggezza non stantie, proiettate in avanti da una dinamicità disordinata e fetente, di quelle che ci ricorderemo sempre con un alone di sorriso sulle labbra.

 

 


Alessandra Di Gregorio

 

 

25 gennaio 2009

Girolamo Lazoppina

Oggi parliamo con Girolamo Lazoppina, autore di «L’Estate è finita»

——————————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

G: Rispondere a questa domanda è facile e difficile al tempo stesso. Non so esattamente perché scrivo. La scrittura per me è un’esigenza naturale, quasi fisiologica. Un modo per esprimermi ma anche per stare bene con me stesso.

A: Scrivere. Cosa?

G: Di tutto. Un diario, un romanzo, delle storie, degli articoli giornalistici o delle recensioni. Il mio moleskine mi segue sempre.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

G: Diciamo subito che non sono uno scrittore di professione, nel senso che per vivere faccio altro. Se poi penso a me come scrittore non posso che vestirmi d’umiltà e chiedere l’indulgenza dei lettori: sono sempre loro i giudici supremi del nostro lavoro.

A: La penna per te corrisponde a…?

G: Ad una compagna di strada. E ad una fucina di amicizie. Se ci fai caso quando scrivi non sei mai da solo: ci sei tu, il soggetto o i soggetti di cui scrivi e l’ipotetico lettore, che si insinua inconsciamente tra le righe, costringendoti a  rileggere ed a correggere, anche se scrivi per te stesso o se prendi degli appunti.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

G: Il fatto di aver pubblicato un libro non ha mutato di molto il mio rapporto con la scrittura: rimane sempre e soltanto un’esigenza di vita, anche perché non mi posso considerare uno scrittore di professione. Certo pubblicare un libro ti pone in stretto rapporto con il grande pubblico e con la critica più intransigente. E soprattutto con le regole commerciali proprie del mercato che spesso penalizzano la spontaneità della narrazione. Ciò che a volte provoca una vera barriera tra autori ed editori. Diciamo che adesso comincio a pormi la domanda se il libro piacerà o meno ai lettori. Forse è questo che è cambiato.

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

G: Beh, pormi dalla parte del lettore vorrebbe dire giudicare il mio lavoro, correndo così il rischio di essere o troppo indulgente o troppo critico. Spero che il lettore consideri il mio stile sobrio e la mia scrittura chiara ed asciutta.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

“G: L’estate è finita” è la storia di Diego – un “giovane” trentenne ricco, bello e di nobile famiglia – e  del travaglio psicologico che lo condurrà, in una settimana di metà settembre, ad abbandonare definitivamente la fase adolescenziale per transitare in quella della piena maturità. Ma è anche la storia di Sarah, una giovane ragazza americana, che dà al protagonista lo spunto per riflettere sulla propria vita, e la cui presenza fa da sfondo all’intero romanzo. Ecco, il libro vuole essere essenzialmente questo: il resoconto di un passaggio cruciale della vita, con tutto il suo carico di emozioni e di sentimenti. Perché leggerlo? Beh, perché è bello. Sarò immodesto ma a me piace molto. E sono certo che piacerà anche ai lettori di questa intervista

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

G: Ti rispondo con un vecchio adagio: ciò che Dio non ha dato, non si acquista. Nella scrittura come in ogni forma di arte il talento è un dono di natura. Certo si può migliorare, eliminare alcuni difetti. Il punto di partenza credo che sia la lettura innanzitutto. Non si può scrivere bene se non si legge molto. E soprattutto se non si parte dai classici. Sono quelli i modelli da imitare prima di giungere ad uno stile proprio.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

G: Né d’occasione né per mestiere. Come ho già detto per me scrivere è una pura, semplice e naturale esigenza di vita. L’input può darmelo qualsiasi cosa o persona, una vicenda vissuta o una storia da inventare.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

G: Chi pubblica qualcosa, qualsiasi cosa, si sottopone inevitabilmente a giudizi positivi o negativi. Questo fa parte del gioco. Io tendo sempre ad analizzare soprattutto le critiche negative, per cercare di migliorare. Ma non ne resto certo schiacciato anche perché ritengo che non si possa piacere a tutti. Cerco di dargli il giusto peso, ma poi si volta pagina. Allo stesso modo prendo le distanze dai giudizi troppo entusiastici: cerco sempre di rimanere con i piedi per terra. o almeno ci provo.

25 gennaio 2009

L’Estate è finita

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

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Titolo: L’ estate è finita
Autore: Lazoppina Girolamo
Editore: Ibiskos Editrice Risolo
Data di Pubblicazione: 2008
Collana: Minimal
ISBN: 8854604917
ISBN-13: 9788854604919
Pagine: 64

Si dice che l’estate non sia solo una stagione climatica, e noi allora assecondando l’adagio, parliamo di un libro che fa dell’estate come concetto, il suo punto focale. Perché è vero che l’estate è anche una stagione del cuore ma è soprattutto una stagione esistenziale nella quale è possibile riconoscersi e riconoscere l’espletamento di una bildung, a seguito di una rottura – la cosiddetta svolta.

L’Estate è finita, opera di Girolamo Lazoppina, è un romanzo di formazione bello e buono, anche se qui i termini della crescita sono leggermente spostati in avanti e non vi riconosceremo eroi ed antieroi alla Moravia – per dirla con Agostino, tanto per citare un nome, dove l’età della svolta è prematura – ma vi troveremo uomini comuni alla prese con la stessa inedia emotiva degli eroi ottocenteschi francesi, provocata dall’agio e dalla mollezza dei propri costumi, dalla corruzione della propria indole facile alla passività, – per educazione e per scelta – un’adolescenza che si protrae lungamente per la troppa sfiducia nei propri mezzi e l’orientamento personale – quando non addirittura epocale e sociale – ed una abulia generale tanto verso se stessi che verso l’esterno.

La storia di Diego Gonzales è quella di tanti rampolli della società da bere, inetti e immobili di fronte al futuro, schiacciati dalla propria sensibilità, da velleità mai messe in pratica, da padri che negano loro il dialogo, da vicissitudini che non sanno affrontare o non vogliono semplicemente prendere in considerazione. Poi una donna, un volto nuovo, una sensazione nella pancia… è così che s’avvia la svolta. La mano di Lazoppina è dosata anche quando esagera con l’uso di periodi inutilmente ricchi che rallentano la lettura. Ci sono qua e là ingenuità evitabili o per lo meno correggibili, ma quello che ci interessa non è sicuramente legato a gaffe linguistiche od espositive; ci interessa l’argomento in sé, il divario tra l’essere e l’apparire, l’idea della molla emotiva come traino di un cambiamento significativo nella propria persona, come spinta in avanti per la risoluzione della propria anima e del proprio vivere. L’estate è una condizione interiore volatile, spesso impalpabile, altresì vana ed illusoria, ma è preparatoria – quando vissuta come fase di passaggio, con la spensieratezza interiore di chi s’approccia alla vita in un moto in avanti mai statico o facile all’involuzione  – di una condizione di vita conseguente, superiore e necessaria, vivibile però, unicamente col trasporto e la sincerità intellettuale di chi quella bildung l’ha espletata per intero – perdendo del resto la fanciullezza su cui aveva puntato i piedi a lungo, infrangendo uno stato di natura che invece alla crescita da sempre ci spinge e ci prepara.

Adg.

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