Posts tagged ‘saggistica’

30 gennaio 2009

Blog Therapy

ringrazio il Dottor Secci per la gentilezza.

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio

Titolo: Blog Therapy
Autore: Enrico Maria Secci
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 978-88-6223-442-9
Pagine: 118

Il volume del Dottor Secci  – psicologo e psicoterapeuta specialista in terapie brevi ad approccio strategico integrato, e studioso da anni della cura per le cosiddette dipendenze “senza droga” – mi ha dato molto da riflettere e credo che sarà di ampia utilità per tutti coloro che tanto per fiducia, che per curiosità, si approcceranno a questa lettura impegnativa ma comunque svolta in modo non troppo complesso e tedioso, alla portata di tutti esattamente come le tematiche trattate e le soluzioni prospettate. Un volume in cui rivedersi è molto facile – ammetterlo è già una gran cosa – e sentirsi sciocchi lo è altrettanto, perché messi a nudo nei nostri comportamenti privati ed affettivi più intimi, spesso risultiamo prigionieri – e la cosa più grave è che tante volte trattasi di reclusione volontaria – di atteggiamenti a dir poco distruttivi e conflittuali, che non solo condizionano la nostra sfera sociale ed emotiva, ma anche il nostro approccio e la considerazione per noi stessi. E’ un libro dedicato tanto alle coppie che agli individui, tanto agli uomini che alle donne.

Secci affronta, da terapeuta e da utente della Rete, una ricognizione precisa di quella che è la casistica da lui esaminata in presa diretta dopo la sua attività online – che gli ha dato modo e gliene dà tuttora, di interfacciarsi ad utenti che non sono solo indirizzi IP da rintracciare nel world wide web, ma persone con vere problematiche spesso estremamente sotterranee  e sottovalutate, che vivono drammi quotidiani più o meno forti, e che si trascinano in relazioni dove il disamore la fa comunque da padrone e l’inedia affettiva è una componente fallimentare di sicura presa. Le domande fondamentali che ci possiamo porre mentre ci approcciamo al saggio Blog Therapy, sono relative in primis all’individuazione e alle conseguenze delle dipendenze amorose – di qualunque natura esse siano – e in secondo luogo quelle riguardanti le ragioni per cui tanta gente ha bisogno di cercare rifugio nella virtualità – tanto in amicizie virtuali, che in relazioni virtuali.

Quello che ne viene fuori è un ritratto di relazioni affettive difficili, circoli viziosi disperati, afflizione volontaria, dipendenza da amori fallimentari e mal riposti, difficoltà ad ammettere la propria patologia, difficoltà a capire che spesso la depressione non è causa dell’infelicità ma è causato dall’infelicità e dal disamore per se stessi, condizioni che sono sempre a monte e che solitamente si tende a non risolvere per paura di “sporcarsi le mani”, impegnarsi in qualcosa, lavorare su se stessi e così via… I casi qui citati sono emblematici dei comportamenti da noi assunti quando viviamo affettività in qualche modo distorte, incapaci di prendere fiato e osservarci per quello che siamo. Spesso ci leghiamo alle persone che per noi sappiamo essere inadatte, unicamente per un bisogno d’amore che è fondamentalmente una dipendenza. Non ci leghiamo a coloro coi quali ci relazioniamo, ma li viviamo come una scelta volontaria di compromesso. Il bisogno è legato a fatti e necessità pregressi alla storia che ci siamo imposti e ciò che ne consegue è un modo vizioso di comportarsi e un balletto di tira e molla fatto di lasciate e riprese senza senso, che prolungano il male che ci imponiamo e ci allontanano al contempo dalla vera soluzione: ritrovare noi stessi.

L’amore richiederebbe più equilibrio, più capacità di essere easy – per dirla in modo semplice e svagato – ma poi quello che si realizza nella pratica è sempre tutt’altro. Le nostre paure e il nostro tedio sono le uniche forme di collante di cui siamo capaci. Ci si unisce per solitudine, ci si tiene per mano per gratitudine, non si fa più l’amore, si cerca riparo in altre paia di braccia, si finge interesse, ci si impegna a recitare una parte. Si dipende dall’amore, si dipende dal dolore, si dipende dall’umiliazione, si dipende dalla narcosi emotiva.

Il disagio maggiore, o per meglio dire l’impegno, è anche quello di evidenziare – per una maggiore correttezza ed esaustività – tanto le forme passive di disfunzione affettiva, che quelle attive, come a dire che nella ricognizione conta sia valutare chi si mette nella posizione di fare del male, che chi si mette nella posizione di farsi fare del male; a ben pensarci,  però, l’idea che l’amore sia una semplice distorsione di stati d’animo ed emotività problematiche, o che l’amore vada terapizzato e analizzato perchè due persone ci trovano senza sapere effettivamente perché si stavano cercando, è cosa piuttosto triste ma innegabile di fronte ad evidenze così spiazzanti e persino rassicuranti nella loro “normalità” – per il loro grado di presenza nelle nostre vite e il fatto che riescono a passare quasi del tutto inosservate. A nessuno piace sentirsi dire TU HAI UN PROBLEMA DI DIPENDENZA, però poi basta guardarsi allo specchio per ammettere che rattristarci aiuta poco o niente, e che forse dovremmo finalmente prenderci la briga di volerci più bene per noi stessi, non in funzione di altro/i, o di come persone al di là di noi riescano a farci sentire in determinate situazioni. Le relazioni sono lo specchio di ciò che siamo, perché  presi da soli, noi esistiamo a prescindere da un matrimonio od un fidanzamento. Ridotti ai minimi termini, si svela la nostra vera natura e quello che emerge  è solitamente un quadro desolante in cui si esce sconfitti.

La figura del terapeuta è allora quella di chi, con sguardo tanto comprensivo che razionale, ci aiuta ad andare a ritroso per muoverci nella ragnatela da noi intessuta, alla ricerca di risposte a domande che abbiamo sempre disatteso per una sorta di vigliacca propensione alla fuga da noi stessi.

Tanto donne che uomini soffrono di patologie da dipendenza emotiva e il guaio – o comunque la cosa estremamente seria – è che non lo sanno. Da qui la necessità, data l’estrema famigliarità acquisibile col mezzo telematico, di lanciare sos in Rete, relazionandosi con qualcuno che non ci conosce, nel tentativo spesso vano di saziare una fame altrimenti – erroneamente – non saziabile. Allora il Secci ci aiuta, proponendoci categorie di pensiero indicate per categorie di persone e problemi, a costruire un quadro dignitoso che se da un lato smaschera la debolezza dei rapporti che intraprendiamo (e soprattutto della mancanza di rapporti col nostro proprio Io), dall’altro ne rivela anche la componente ludica, eufemistica, giustificatoria e perchè no, imbarazzante, mistificatoria, problematica e distorta.

Un saggio di pregio, scritto con eleganza e pacatezza, in toni non aggressivi ma  consolatori – della serie “non siete soli” – interessante, utile, dedicato a chi si sente perso e chiede aiuto, a chi è perso ma non sa ancora di esserlo, a chi è di fronte ad un bivio e sta per scegliere per quale traversa prendere, a chi ha appena fatto un frontale e gli è scoppiato l’airbag in faccia, a chi ha attraversato fuori dalle strisce, a chi è passato col rosso, a chi ha centrato un treno in corsa, a chi avrebbe bisogno di ridare l’esame per la patente. Perchè – ed è vero per le relazioni come per poche altre cose al mondo – perdersi è prima di tutto un modo per ritrovarsi, ma viaggiando a ritroso, innestando la retro, col rischio più che certo di centrare la fioriera del vicino o beccare il marciapiede.

Adg.

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16 gennaio 2009

E’ Uomo

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


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Titolo: È uomo
Autore: Pagliarino Guido
Editore: Boopen
Data di Pubblicazione: 2008
ISBN: 8862231113
ISBN-13: 9788862231114
Pagine: 264

(la foto di copertina corrisponde alla prima edizione dell’opera, Lulu Press Editore)

E’ Uomo, quinto saggio di Guido Pagliarino a carattere divulgativo, è un saggio che rispetto agli altri di argomento rigorosamente storico e biblico, in parte si discosta e diventa una guida intellettuale di ampio respiro, molto discorsiva e spesso pratica, pronta ad abbracciare tempi – anche cronologicamente a noi vicini – e spazi vasti, e che si fa meno nozionistico/descrittiva e contemporaneamente filosofica al punto da ripercorrere tappe importantissime del pensiero aristotelico e platonico.

Il libro affronta con meno rigore contenutistico ma mai senza abbandonare il sentiero della ragione (e forse esplicitando qui come non altrove, le convinzioni personali e fideistiche dell’Autore, nel senso non di una soggettività e parzialità invadenti, ma di una rielaborazione, esposizione e interiorizzazione dei contenuti, molto diverse e notevolmente più sentite) il discorso mai abbastanza approfondito del precetto cristiano d’amore, secondo il quale Dio è Amore e nella sua stessa divinità è contenuto il germe della sua umanità.

E’ uomo come noi perché ci ha resi a sua immagine e somiglianza e ha persino dato spoglie umane al suo unico figlio, come a volerci ricordare che siamo tutti fatti della stessa sostanza del Padre e che dunque la divinità pertiene anche a noi, come l’umanità pertiene a lui.

L’Autore dunque si pone come un maestro di fronte ad una classe di alunni imberbi, nel tentativo di ammaestrare menti acerbe a riflessioni onnicomprensive, più profonde rispetto a quelle precedenti dedicate al problema della storicità delle fonti o dei riscontri biblici, unendo qui considerazioni personali a filosofia greca e teologia; ricognizione teologica della figura di Dio nelle Scritture – soffermandosi sui molteplici aspetti dell’antica  e moderna considerazione circa la Trinità e il problema annoso del corpo e dell’anima per Giudei e Cristiani, chiamando poi in causa Sant’Agostino e Tommaso D’Aquino – e ragionamenti di carattere più colloquiale circa il mondo che ci circonda e le false interpretazioni vive ancora oggi di un Dio cristiano accomunabile secondo molti, ad altre entità religiose senza possibilità di scissione tra componenti fondamentali per il cristiano e accessorie, quando proprio del tutto inesistenti, per i fedeli di altri culti e le divinità in essi venerate.

Di nuovo, dunque, un tentativo ben riuscito – per lo meno per quanto ci riguarda – di porre di fronte allo scetticismo e all’ignoranza comune, considerazioni senza fallo, scevre dal fanatismo di talune schiere di cattolici antichi e moderni, e fondamentalmente convinte – soprattutto – che non basta essere battezzati per dirsi veri cristiani, né dover essere cristiani per consultare uno dei suoi trattati.

Adg.

13 gennaio 2009

Lo Stregone di Assisi

recensione a cura di Alessandra Di Gregorio


Titolo: Lo stregone di Assisi. Il volto negato di San Francesco
Autore: Armati Andrea
Editore: Eleusi Edizioni
Data di Pubblicazione: 2009

ISBN: 978-88-903884-0-8

Pagine: 150

Francesco D’Assisi, padre dell’ordine mendicante dei Francescani, noto ai più come “il poverello d’Assisi” o anche come “l’inventore del presepe”, figura di spicco nell’agiografia nazionale ed extra-nazionale, riferimento religioso d’ogni tempo per via della formula monacale cui decise di prestar fede e cui diede vita in nome del ritorno all’originaria pauperitas da tempo abbandonata dal clero di un medioevo falso e corrotto; convertitosi – secondo le fonti, per via di un forte senso di compassione verso i poveri cui desiderava apparentarsi, a seguito del mancato intervento nella Quarta Crociata – ad una forma estrema di religione, non particolarmente in linea con la coscienza clericale del tempo ma motore di successive e annose dispute con gli Ordini a lui contemporanei o successivi; ispiratore di versi, uno dei primi versificatori in lingua volgare, noto anche e soprattutto per il meraviglioso Laudes Creaturarum, meglio conosciuto come Cantico delle Creature;  uomo d’arme presto fattosi mendicante, quando non un uomo scomodo di fronte a ricchi e potenti; emblema della santità e della purezza di spirito, venerato come santo presso la religione cattolica… È questo il personaggio al centro del significativo saggio di Andrea Armati «Lo Stregone di Assisi».

Il saggio, edito da Boopen e rieditato da Eleusi, è il risultato di approfonditi studi, ardite vedute e considerazioni circa la messa in discussione dell’appiattimento culturale subito da questa figura emblematica del suo tempo e del suo stesso credo. In un momento storico in cui gli strumenti a disposizione del critico si moltiplicano inverosimilmente, diventa importante anche e soprattutto la revisione e rielaborazione di quanto è stato prodotto in tempi antecedenti al nostro,  allo scopo – anche solo per puro impegno e passione personali – di far rivivere – rispolverando vecchie nozioni nascoste sotto antichi pregiudizi e abiti troppo approssimativi e “di comodo” – personaggi, miti e ragioni. Armati s’interroga, fondamentalmente, sulla figura di Francesco con acume e pertinenza, evitando per principio le acque torbide dell’inganno di fonti corrotte dal costume del tempo, specie dal costume clericale, invertendo per mandato la rotta del pregiudizio facile ad ingenerarsi in chi vuole a tutti i costi difendere e diffondere una credenza distorta e/o erronea, per portare alla luce una figura diversa, meno evanescente e sfumata di quanto normalmente ci è dato di credere.

Francesco allora risplende nella sua umanità a volte fosca a volta limpida ma mai veramente classificabile o imbrigliabile in qualificazioni piatte, e lo studio di Armati allora scivola con cognizione e prontezza, in un excursus storico in cui fonti note e meno note si fondono e confondono, creando un’aura di freschezza attorno alla stantia figura d’un santo che era prima di tutto un uomo. Ecco allora che tanto bassezza che materialismo entrano nel nostro vocabolario delle pertinenze caratteriali di Francesco, il quale, a ben vedere, non perde lustro; semmai – e volendo essere lungimiranti come solitamente la critica cristiana non s’è dimostrata né tra i contemporanei del fraticello né tra i nostri, per ragioni d’indottrinamento locale o di ritorno d’immagine anche nei secoli a venire – acquista quello spessore coerente che lo affranca da un falso misticismo e lo restituisce ad una reale e più spoglia concretezza. Armati traccia un disegno coeso e preciso, ma quel che è certo è che ci sarebbe da chiedersi, ultimata la ricca lettura, se Francesco, ridotto ai minimi termini, è da considerarsi davvero solo un uomo, oppure più semplicemente – e realisticamente – solo un uomo fuori dal suo tempo e proiettato verso una modernità che però l’ha conosciuto unicamente sotto le spoglie del modello irraggiungibile e pio che ci hanno mostrato praticamente sino all’altro ieri, prima cioè che venisse gettata una luce diversa sul cono d’ombra creato attorno alla vita e alla storia d’un uomo divenuto santo.

Adg.

10 gennaio 2009

Luana Troncanetti

Intervista alla brillante Luana Troncanetti, autrice di «Le mamme non mettono mai i tacchi»

———————— intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

L: Perché no? Non è un granché esaustiva come risposta, me ne rendo conto. Ma denuncia, credo, il mio approccio assolutamente casuale con la scrittura.

A: Scrivere. Cosa?

L: Racconto la straordinarietà della vita comune.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

L: Sono una scrittrice per caso e non è una metafora alla trasmissione televisiva sui turisti.  Ho preso in mano la penna soltanto dopo essere diventata la madre di Superboy. Come potevo non fissare su carta le tragicomiche avventure che mi ha regalato mio figlio? Mi sono gettata nella galassia smisurata degli aspiranti scrittori umilmente, con il solo scopo di raccontare e raccontarmi. Senza troppe pretese, senza grandi aspettative. E mi emoziono ogni volta che qualcuno mi dice che sono brava. Stento ancora a crederci, anche se ultimamente iniziano a spuntare qua e là le recensioni che giocano in mio favore. Ottimamente a mio favore!

A: La penna per te corrisponde a…?

L: Uno strumento micidiale se utilizzato da una grafomane come me! E’ uno sfogo, una gioia, la tranquillità di un momento tutto mio, il mezzo per generare personaggi che solo all’inizio sono frutto della mia penna ma poi, proprio come fanno i bambini, mi abbandonano e si raccontano da soli.

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

L: Molto sinceramente? Fino a un annetto fa era semplicemente un hobby, dopo aver pubblicato tre libri (dei quali soltanto uno, forse, può essere definito tale) a detta di qualcuno gradevoli, inizio a fare loschi pensieri su possibili guadagni milionari! Non perché io abbia scritto il capolavoro letterario del terzo millennio, ma semplicemente perché il libro abbraccia un target potenzialmente sterminato: di mamma, fortunatamente, non ce n’è una sola!

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

L: Diretto, coinvolgente, scanzonato.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

L: Il libro è la registrazione fedele di quanto accade a una donna quando diventa mamma, una cronaca reale nella quale qualsiasi mamma riesce a riconoscersi. E’ coinvolgente perché molto simile a una chiacchierata liberatoria fra amiche, uno spettegolare garbato su suocere invadenti, mariti poco collaborativi e bebè ingestibili. E’ una pacca sulla spalla per incoraggiare tutte quelle che si sentono inadeguate ad affrontare una condizione destabilizzante alimentata dal mito della mamma perfetta che, viva Dio, esiste soltanto nelle pubblicità delle merendine. E’ un modo per dire: ” Coraggio, succede anche a me!” E’ semplice da leggere, è scritto con un linguaggio volutamente colloquiale, è perfetto per chi ha poco tempo da dedicare alla lettura ma vuole comunque regalarsi un momento di piacevole svago. Va riposto con cura nella libreria ma all’occasione va riletto ogni volta che nostro figlio tenta di dar fuoco al divano: ogni bimbo sano di mente cerca di farlo almeno una volta nella vita. Ogni mamma sana di mente deve capire che rientra nella normalità. Questo aiuta a scacciare la depressione o il sospetto di aver generato un mostro.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

L: Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa, anche se penso sia ora di approcciarsi a questo tipo di esperienza. Finora mi guida l’istinto, non seguo regole particolari anche perché sono una persona che, per motivi religiosi, detesta gli schemi prefissati. Sono però conscia del fatto che esistano norme imprescindibili per generare una buona narrazione, e dovrò quanto prima decidermi a impararle.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

L: Il mio modo di scrivere nasce dall’attenta osservazione del quotidiano anche se è spruzzato qua e là da accessi di fantasia e/o situazioni romanzate. Il mio primo libro (o dovrei dire i miei primi tre libri visto che ne ho pubblicati tre) è frutto di esperienze autobiografiche. Ma sto lavorando da tempo a una raccolta di racconti brevi che, pur scaturendo dalla mia immaginazione, non prescindono fatti realmente accaduti. Sto tentando di scrivere un romanzo che, non so con quale coraggio, sottoporrò all’attenzione della giuria di un importante concorso letterario. E’ questo il mio primo tentativo di partorire un’opera per mestiere e smettere di essere, me lo auguro, una scrittrice per caso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

L: Io ho una tecnica opinabile: scrivo pagine intere di getto e quindi, dopo averle fatte sedimentare un po’, le rileggo e correggo fino a quando non ottengo il risultato voluto. E’ una grande perdita di tempo, forse converrebbe scrivere fin dall’inizio in modo più accurato evitando frasi che, scritte d’impulso, sono spesso prive di senso compiuto o sgrammaticate. Ma è più forte di me: c’è un omino alieno o straniero che subaffitta il mio cervello… Quando inizia a dettare, io devo accontentarlo subito senza star lì a sindacare sulla bontà dello scritto. Sta a me, successivamente, riuscire a tradurre quelle frasi in italiano. Accetto le critiche di buon grado, le trovo utili e costruttive. Devo dire chiunque abbia letto il mio libro non si è trovato a muovere particolari critiche anche perché è scritto con un linguaggio talmente semplice che è difficile commettere qualche errore di sintassi o esprimere in modo poco chiaro un concetto. Un discorso diverso va fatto per alcuni racconti brevi che ho reso pubblici su un sito per scrittori in una sezione apposita, dove vengono analizzati e recensiti. Ho trovato osservazioni spesso acute, utilissime, necessarie a migliorare lo stile e ne ho preso atto senza atteggiarmi a diva ferita a morte come invece fanno moltissimi esordienti. Ciò che non tollero, invece, è quando questi racconti vengono  vivisezionati in modo ridicolo. Un esempio? ” Ma non sarebbe stato meglio usare nei dialoghi le virgolette uncinate al posto del trattino?” oppure ” Come mai a un certo punto nel racconto cambia il punto di vista del narratore?” Evidentemente perché è necessario! Un’altra cosa che mi fa impazzire è quando travisano il significato del titolo del libro. Alcune donne (pochissime, a dire il vero) lo hanno trovato offensivo, classista, interpretando le sette rudimentali parole che lo compongono come un “Le mamme non devono mai mettere i tacchi perché lo dice Luana Troncanetti”. Niente di più assurdo! Il titolo non è un suggerimento, ma l’oggettiva osservazione di un fatto inconfutabile: alcune mamme straordinarie riescono a gironzolare con ai piedi un tacco 12 ma sono davvero perle rarissime in un oceano di madri in scarpe da ginnastica. Se lo fanno i motivi sono due: o hanno figli straordinariamente tranquilli e quindi non devono rincorrerli in ogni dove oppure sono riuscite, malgrado tutto, a conservare la loro femminilità. E a questo mi inchino e mi tolgo tanto di cappello. Ecco, sono queste le uniche osservazioni in grado di infastidirmi, per tutto il resto accetto le critiche con la massima umiltà, da vera scrittrice per caso.

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