Posts tagged ‘Vanessa storia di una metamorfosi’

2 ottobre 2009

Il parere del lettore: Achille Signorile

Achille Signorile, autore che ho avuto modo di scoprire leggendo il suo “Rafelina piglia l’anguria“, recensisce Vanessa – Storia di una metamorfosi.

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Ho letto con forte interesse “Vanessa”, un romanzo shoccante, dal linguaggio crudo e dalle situazioni al limite della paranoia. Ne ho centellinato le pagine, affascinato non dalle vicende che vi sono narrate, nè dall’immediatezza dei termini usati con studiata e violenta asprezza, ma dall’uso straordinariamente sapiente della parola, trascinata in vigorose trasposizioni analogiche e in ardite metafore che mi hanno ricordato a lungo il linguaggio poetico di Garcia Lorca e, sotto alcuni aspetti, di Ungaretti: sineddoche e sprezzature, epifonemi e ipotiposi e visioni sconvolgono il linguaggio parlato e bussano alla porta dell’animo di chi legge, elevando a poesia pura l’angoscia di Vanessa, la sua perdizione nel turbine dei sensi e tuttavia l’ansiosa tensione verso la catarsi.

Vanessa è tutti noi, in bilico fra ciò che siamo e ciò che vogliamo, in eterno conflitto con la nostra coscienza, immersi totalmente nell’eterno dualismo tra spirito e corpo – o, se vogliamo, tra ragione e sentimento (che è un altro modo di indicare le stesse cose!).

Vanessa è la nostra giovinezza, tutta slanci e curiosità e angoscia e perdizione: e quel suo voler andare fino in fondo nel turbinio sofferente del piacere, quasi a volersi annullare nella sconcertante tormenta dei sensi è lo specchio delle nostre inquietudini che affiorano immancabilmente quando attingiamo alle esperienze dei più remoti recessi del nostro corpo, traendone piacere e voluttà, ma restando con l’amaro in bocca perché feriti profondamente dalla nostra coscienza vigile in qualche recondita parte del nostro io.

Vanessa è la nostra maturità che cerca di darsi una ragione, anche là, dove la nostra ragione non vuol sentire ragioni, per darsi un decalogo morale proiettato al di là dei sensi.

Eppure Vanessa è anche la nostra vecchiaia, che si nutre  di ricordi e di rimpianti, che si crogiola nel proprio passato, ma non ne rinnega i guizzi, i tremiti e le miserie, rivisitandoli col passo felpato della saggezza e li esalta come guado inevitabile della nostra umanità

Posso affermare che Vanessa, più che un romanzo, è un testo di psicologia redatto con il lessico moderno e quotidiano che giunge dritto a chi legge, che forse lo scuote e lo irrigidisce per l’uso spregiudicato di una certa terminologia che fa arricciare il naso, tanto cara ai giovani e tanto lontana da quella “letteraria”, ma che, alla fine dà la misura del valore di una introspezione che, nella solitudine che circonda ciascuno di noi, ognuno è capace di compiere non solo per giustificare ciò che si fa e si vive, ma anche per elevarsene teleologicamente e, in fondo, liberatorio.

Forse (ma non è un appunto, è solo un mio personale modo di vedere…) la metamorfosi finale avrebbe dovuto essere meno frettolosa, più approfondita, più triturata, in una parola, più macerata nella coscienza e nella ragione di Vanessa: come nel Faust di Goethe, il transito dall’abbrutimento alla catarsi avrebbe dovuto seguire forse qualche passaggio in più, perché certe maturazioni esigono la turbolenza dell’inquietudine, la calma trepida della riflessione, il tormento dell’errore, ma inevitabilmente la lenta e dolorosa conquista del valico.

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Achille Signorile.

3 settembre 2009

Il parere del lettore: Rosamaria Francucci

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Rosamaria Francucci, architetto romano e grande lettrice, ha recensito il mio romanzo, Vanessa – storia di una metamorfosi…

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Alessandra non la conosco ancora personalmente, anche se non dispero… L’avevo intercettata mesi fa su Facebook e io stessa l’avevo agganciata, incuriosita e attratta dalla schiettezza lancinante della sua scrittura: una sola frase, piacevolmente e scandalosamente sconveniente, comparsa a sorpresa un giorno sulla bacheca di Gattogrigio Editore e che la diceva già lunga sulla sua lucida e spiazzante percezione della condizione femminile… E quando lei, poco dopo l’uscita della sua prima opera narrante – con chi una volta l’ha chiamato romanzo si è già giustamente risentita – mi ha chiesto un mio motivato commento, ne sono stata piacevolmente sorpresa e lusingata… Ne sarò capace? Anch’io, come lei scrive in calce nella dedica alla mia copia, non vorrei deluderla.

Poco ho da dire sulla lingua, non sono competente, ma ho rintracciato ovunque una inusitata ricchezza e creatività lessicale e sintattica, la non rinuncia, anche in una tematica tanto gravosa da trattare, al ricorso di una ricercata e sottile ironia… insomma la lettura di “Vanessa…” mi ha regalato momenti felici ed è risultata in qualche modo piuttosto impegnativa anche per chi come me, è stata in passato lettrice appassionata e adusa anche a colte frequentazioni, ma si è ormai pigramente appiattita nell’abitudine alla semplificazione convulsa dell’oggi, di quei periodi scarnificati e senza spessore ovunque miseramente imbanditi, mozziconi di frasi lunghe un dito, già pronte per un consumo rapido da “fastfood della bibliotecaria”, in speranzosa attesa di diventare fragile o, al meglio, agile sceneggiatura. Sì, perché “Vanessa…”, diciamolo subito, non è libro facile, non lo è nei contenuti e non lo è nemmeno nella forma che Alessandra, con encomiabile coerenza, tesse mirabilmente a sua immagine e somiglianza con un rutilante e sorprendente continuo cambiamento di registri e di ruoli certi. “Vanessa…” è anche a tratti un libro duro, che può risultare anche minaccioso per certe sensibilità poco allenate perché in fondo, bisogna ammetterlo, ha un retrogusto fortemente amaro. Pertanto “Vanessa…” è un libro che saprà, buon per lui, non piacere a molti – e questo bisogna metterlo in conto – e che potrebbe suscitare una serie di critiche e fraintendimenti a catena, risultare anche inquietante e arcano perché ci racconta molto spesso di un rapporto con l’eros incombente e cupo e poiché, soprattutto, realizza la legittima ambizione di operare nelle viscere e di rimestare angosciosamente e senza anestesia nelle asperità del profondo sentire. Non tutti gradiscono, questo è il fatto. Ciononostante almeno per me “ Vanessa…” si è rivelato un libro bellissimo, che reputo addirittura necessario e che, nonostante sia stato scritto da autrice ancora in erba per età e per esperienza professionale, ha saputo sedurmi ancor oggi, me non più giovanissima, per i valori di novità e di autenticità che esprime. Ma veniamo a ciò che credo e spero di avere veramente da aggiungere a quello che di buono è già stato scritto, anche per aiutare il lettore che se ne incuriosisse ad affrontare “Vanessa…” con consapevolezza e a decrittarlo meglio. Quelle che seguono sono soprattutto mie considerazioni personali sulla umana condizione esistenziale, riflessioni che vorrei poter condividere con chi mi legge e con cui mi piacerebbe possibilmente accompagnarlo alla lettura di “Vanessa…”.

Noi tutti, maschi o femmine che siamo, pur differenti per come siamo stati concepiti e per come infine saremo stati partoriti, nasciamo sempre ineluttabilmente da una donna. Tutti noi indistintamente che popoliamo questa terra, abbiamo abitato un corpo femminile, che è stato per ognuno culla, più o meno accogliente, dei primi momenti vitali. Forse è proprio da questa condizione primaria – che già in origine non mette i due sessi in condizione di effettiva parità – che iniziano appunto i dolori di Vanessa e da qui saranno cominciati, forse troppo presto, anche quelli di Alessandra, ed ancora – con loro – di tutte le adolescenti alle prese con i capricci di un corpo che improvvisamente cambia e che per giunta ne reca messaggio chiaro e incombente di questo cambiamento, con quella chiamata rossa e selvaggia, che spesso senza alcuna parola di conforto, esulando dalla nostra volontà e sfuggendo interamente al nostro controllo, nostro malgrado, ci fa Grandi. Un menarca che ci indica e quasi ci impone a viva forza la strada dell’accoglienza prima e della maternità poi, che entrambe potranno essere meglio praticate da chi ha già ciclica e penosa esperienza di una rata di umano dolore recidivo e muto sebbene, talvolta, sappia manifestarsi come circoscritto e lieve. Il mestruo nella pubertà femminile ci mostra in modo chiaro e aggressivo la distinzione di genere, memoria simbolica e insieme eterna negazione del parto, mentre i fermenti ormonali ci suggerirebbero e prometterebbero per il piacere, ancora tutto da esperire, il rapporto con un corpo-altro, di cui noi femmine però non abbiamo avuto alcuna esperienza primaria. Chissà che sempre da qui non scaturiscano e poi si radichino i laceranti confronti e conflitti di molte donne in rapporto al proprio corpo, al sesso, al corpo delle altre donne e nel loro rapporto con il corpo maschile soprattutto, con esiti laceranti che nel corso di un’intera esistenza potrebbero anche non risolversi e non sanarsi mai. Ed è evidente invece come, tralasciando ovviamente i casi clinici e gli aspetti degeneranti di conflitti irrisolti, in virtù di questo originario rapporto col corpo-altro, siano proprio i maschi a partire più avvantaggiati di noi nell’intraprendere la propria “educazione sentimentale”. Essi il loro corpo-altro lo hanno sperimentato e abitato da subito e lì ovviamente e naturalmente vogliono e sanno fisiologicamente tornare. Non così Vanessa, il suo cammino è più aspro, contorto e sofferto, la conquista/scalata al corpo altro per lei sarà alquanto sofferta e complicata.

Ma Vanessa in ogni caso non si arrende, ferita da una prima cocente delusione d’amore, serra l’anima a riccio e, rinchiusa nella sua stanza come arcaica crisalide nel suo bozzolo, prova a imbarcarsi in vari e differenti tentativi di rapporto fisico, tutti quelli che i suoi desideri visionari e ancora confusi sapranno dettarle, tutti quelli che vorrà assecondare per compiacere e soccorrere il desiderio dell’altro e intanto ogni pagina del suo diario resterà a testimonianza dei vari passaggi consci o inconsci della sua convulsa e affannosa ricerca erotico sentimentale. Ben conosce l’evanescente Vanessa la concretezza oscena di questo dramma e sceglie con determinazione titanica di far affiorare alla coscienza tutte queste fantasie, di viverle, di morire per poi rinascere altra, mentre Alessandra Di Gregorio, anche lei volontariamente relegata nell’universo compresso della sua stanza, le resta sempre amorevolmente accanto e, confidando nella sua immaginazione o, questo non è dato sapere, attingendo al proprio bagaglio esperienziale, intinge la penna nella sua carne viva e da voce autentica e potente alla complessità di questo accidentato percorso, trasformando le intime tappe di una ragazzina confusa e appena pubere in materia gravosa di riflessione comune, in trepidante narrazione di carattere universale. Forse è proprio per questo che è stato difficile trovare a questo libro la giusta collocazione di genere negli scaffali di una libreria: Memoriale erotico? Romanzo di formazione? Forse la definizione più affettuosa e più prossima al vero che ne è stata data è quella suggerita da Carlo Giuseppe Alfiere, nella sua chiara prefazione della edizione de “Il Ciliegio”, perché in fondo è vero: “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è soprattutto un “Romanzo d’amore”, e soprattutto, aggiungerei, amore per la complessità dell’esistenza umana, amore per l’eros inteso come carica vitale e infine appassionato amore per la letteratura nella sua funzione squisitamente terapeutica. Ne scaturisce una narrazione spaventosamente spontanea eppure mirabilmente artefatta, scritta con la sana sfrontatezza di chi ha voglia e coraggio di gettare alle ortiche la sua maschera di scena e mostrarci fino in fondo il suo abisso di sofferenze esistenziali per addentrarsi a lunghi passi, sgomitando furiosamente, nelle pieghe più inesplorate e recondite dell’animo umano.

E’ vero pure che libro chiami libro: Leonardo Tonini nella sua recensione a “Vanessa…” ha citato Colette, ricordando pure come la stessa Di Gregorio si rivedesse un po’ nella Virginia Woolf di “Una stanza tutta per sé”… mentre a me, per esempio, questo libro ha rammentato subito certe atmosfere uggiose e lubriche di Henry Miller di “Tropico del Cancro”. Alessandra modestamente, di questo raffronto si schernisce o forse semplicemente non ci ritrova…ma in ogni caso per chi ha tacciato l’autrice di cinismo, beh… allora si accomodi, e nella rilettura degli inferni “tropicali” si goda eventualmente il cinismo vero, quello tetro e senza speranza di riscatto. Perché altrimenti, nei Paradisi Perduti di Vanessa si può forse talvolta rientrare, anche se parzialmente, e anche se solo per qualche istante minimo… Qui, alla fine della ricerca, sembrerebbe che l’integrazione degli opposti sia talvolta miracolosamente possibile e un rapporto soddisfacente quantomeno con il corpo dell’altro sia stato infine, anche se faticosamente, ritrovato. Alessandra ci affida questa tremolante ed effimera fiammella, forse soltanto una fragile speranza, una chimera, ed anche se il destino la vorrà in futuro relegata ad un’eterna solitudine, Vanessa almeno per una volta avrà saputo comunque librarsi e liberarsi. Un epilogo rosa che era già annunciato nelle prime pagine del libro in cui Alessandra/Vanessa, esprimendosi con la lucidità allucinata degna di un mistico anacoreta, già per il suo amato/odiato Luca aveva saputo recitare questa amorosa litania:

“Tu mi berresti viva” riesco a sussurrargli nell’intrico di posizioni che i nostri templi mortali si accingono ad assumere nel letto, perché lui sì, mi avrebbe bevuta viva e resa prigioniera, potendolo fare “So che vorresti contenermi… e ti faresti capiente per me. Ma sei tutto spigoli! La natura ci ha fatto opposti e nemici, vivremo sempre come due cose separate e diverse. Tu crederai di possedermi nelle cose e negli oggetti. Ma io sono sempre unica e irriproducibile, eppure produco te e le altre creature” (p.27).

Proprio da ciò che per il femminile è massima espressione di potenza sessuale, ossia la nostra “generatività”, come dalla natura stessa ci viene imposta e comandata, deriva la definizione del nostro stesso limite che significa anche, secondo le regole di un rituale atavico, la necessaria accettazione di una ineluttabile passività, almeno nella sfera sessuale.

Così l’esperimento Vanessa, perché questo è stato in fondo il senso stesso che l’autrice stessa ha dato al suo libro, diventa anche appassionata lirica, accorato cantico d’amore, preghiera laica, magica supplica, rivolta a uomini e donne senza distinzione di genere. Un ultima affettuosa postilla: dubito che ci sia qualcuno che annovero nella mia personalissima lista dei “giusti” che possa arrivare alla fine di questo libro senza averci trovato nascosto e serbato qualcosa di sé.

Grazie Alessandra.

1° settembre 2009

Rosamaria Francucci

24 agosto 2009

Vanessa: una voce

di Alessandra Di Gregorio, recensione a cura di Leonardo Tonini

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Titolo: Vanessa. Storia di una metamorfosi

Autore: Di Gregorio Alessandra

Editore: Il Ciliegio

Data di Pubblicazione: 2009

ISBN: 8888996192

ISBN-13: 9788888996196

Pagine: 192

Reparto: Narrativa italiana

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I libri chiamano i libri, i libri migliori, gli altri portano solo al narcisismo di chi li ha scritti e annoiano. Leggendo Vanessa, seconda prova edita di Alessandra di Gregorio e suo primo romanzo, io sento una voce originale. La sento subito, dalle prime righe e questa voce mi accompagna fino all’ultimo capitolo, fino alla parola fine. Parlando con l’autrice di questo ottimo esordio, mi confessa che certi passaggi le hanno ricordato Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, pur non avendo preso neppure lontanamente quel libro come modello. A me invece Vanessa ricorda la scrittura di Colette, limpida, appassionata e assolutamente priva di pietà. Anche la frase, questo suo avere sempre il centro nel periodo successivo e risultare quindi incalzante, pur nell’introspezione, pur nell’indagine. Ma Colette e Virginia Woolf non c’entrano. Facendo l’editore, mi arrivano molte prove di autori giovani e meno giovani. Li suddivido in due categorie, quelli che non hanno mai aperto un libro e che di conseguenza non sanno neanche coniugare i verbi, e quelli che hanno letto dei libri e che scrivono cose che sanno troppo di ciò che hanno letto. I primi sono ignoranti, i secondi sono emuli. Poi c’è una terza categoria di scrittori, estremamente rara, che ha una voce propria. In Vanessa, io posso sentire Colette, Alessandra avverte Virginia Woolf, un terzo lettore sentirà qualcosa di diverso, ma sono forze del passato che ritornano, non è copia, non è emulazione. E quando una forza del passato ritorna, non è per ripetere, ma per portare il nuovo sulla Terra. Questo lo sapeva bene Borges, fra gli altri, che diceva che da che mondo è mondo l’uomo si racconta sempre le solite cinque storie, l’assedio, il ritorno, la resurrezione, il parricidio e l’amore negato. Vanessa rientra nella terza categoria, è un libro che parla di resurrezione, della propria. Ma per risorgere bisogna prima scendere all’Inferno ed è quello che Alessandra fa. Circondata da alte mura di solitudine, Vanessa si è costruita un mondo autistico intorno a sé, una selva oscura, ma, come Dante, invece di commiserarsi decide di scendere il baratro, senza sconti per se stessa, senza infingimenti. E scende fino a ritrovar la luce proprio nell’ultimo capitolo, non una luce raggiunta, ma intravista, ancora lontana, non conquistata, ma possibile. Seguendo la metafora di Dante, alla fine del libro Vanessa/Alessandra si ritrova sulle spiagge del Purgatorio. Ha ancora molto viaggio davanti a sé, prima di vedere “l’amor che muove il Sole e l’altre stelle”, ma è questo che vogliamo da una scrittrice vera; non che abbia finito di cercare, ma che abbia ancora tanto da dire. Capitolo dopo capitolo, Vanessa scende nel suo personale inferno fatto di fantasie erotiche e di esperienze limite e si guarda in faccia, fa spietatamente i conti con se stessa. Che sorprende in questa scrittura è l’intelligenza, il cinismo verso se stessi, la ricerca di dati di fatto assolutamente inoppugnabili, l’assenza di ogni finzione, al fine di trovare il dato certo, la base, il terreno solido su cui costruire il proprio avvenire umano. Vanessa ha l’ansia della verità, si autodistrugge per trovare il nucleo, la ghianda di luce inscalfibile della propria verità. È come se sulla soglia della follia, Vanessa tentasse il tutto per tutto, la vita o la morte. Solo che è sorretta nella sua ricerca da una notevole intelligenza dei meccanismi dell’umano e da una tenuta argomentativa che non vedevo da tempo. Ecco perché non si perde, ecco perché, proprio all’ultimo capitolo, che arriva velocissimo, è un libro che ci fa rimanere incollati alla pagina, trova il senso del suo penare e la via di fuga, l’uscita, la spiaggia.

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Leonardo Tonini

10 luglio 2009

Vanessa Storia di una metamorfosi

vanessa libera 1

Titolo: VANESSA, STORIA DI UNA METAMORFOSI

Autore: Alessandra Di Gregorio

Editore: Edizioni Il Ciliegio

Genere: romanzo, narrativa intimista

Isbn: 978-88-88996-19-6

Pagine: 192

Prezzo: 15 €

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DALLA PREFAZIONE:

Vanessa, presa e persa per un uomo, esiste come entità binaria, metà reale e metà cibernetica. È la protagonista del romanzo e la narratrice di una storia intima e soffocante. L’Autrice ci guida alla scoperta del sesso liberandolo da mistificazione ed ipocrisia. Il suo un linguaggio nuovo, una gestualità verbale che risveglia i sensi, che rivela, attraverso un diario osceno e torrenziale, sogni, visioni e avvenimenti confinati nelle spire di una femminilità delicata e sommersa. Il lettore andrà incontro alla sublimazione percettiva attraverso la verbalità sensuale della protagonista.

All’apparenza solitaria e sconfitta, Vanessa userà se stessa per evitare il contagio del mondo, senza però riuscire a privarsi della luce fino in fondo. I racconti che si susseguono nel romanzo sfiorano la contemporaneità digitale, creando simmetrie e dissonanze consapevoli, stimolando la sfera sensuale e intellettiva, immergendoci in quella erotica e sentimentale di una protagonista proiettata in avanti da una ricerca di vitalità incessante.


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Cominciamo col dire quello che questo romanzo non è. Non è un romanzo per anime pudibonde. Non è un romanzo pornografico. Ma come? Con tutte quelle descrizioni di sesso così crude… Vero: crude, però necessarie, come opposto di gratuite. Si gioca tutta qui, a pensarci bene, la demarcazione tra pornografia e narrazione erotica, per quanto spinto ed esplicito possa essere il linguaggio.

Quindi un romanzo erotico? Sì e no: se il lettore cerca le atmosfere sognanti e surreali di Histoire d’O, o di Emmanuelle, più immaginate che reali, non le troverà. “Vanessa. Storia di una metamorfosi” è, sul côté sessuale, un libro molto concreto, assolutamente realistico. Il sesso c’è, eccome, con tutte le sue follie, i suoi tormenti, i suoi odori, le sue ossessioni. Ma non è tutto. In primo luogo perché il romanzo è una sorta di narrazione episodica da ritaglio di giornale; non c’è dentro tutta una vita, bensì scorci precisi. Un diario femminile claustrofobico, che segnala solo alcuni momenti campione della vita intellettuale ed emotiva della protagonista, in cui il tempo scorre con la scansione minima oraria ma senza altri riferimenti concretamente esportabili al di fuori delle sue stanze. Poi perché quello che fa di Vanessa una donna incasinata, profonda, torrida e al tempo stesso delicata ed essenziale, è proprio la sua ricerca di una femminilità estrema, spoglia di classificazioni, il più possibile onesta – ma spesso teneramente vile proprio verso di sé, per via dell’attrazione/repulsione esercitata dal mondo maschile che se da un lato lei ama, dall’altro critica e ripudia.

Vanessa incarna una donna in rivolta. In primo luogo contro se stessa, negli anni della pubertà, poi contro la madre (le madri), poi contro la Società, poi contro gli uo-mini… Vanessa da ragazzina soffre dei cambiamenti che il naturale sviluppo biologico induce nel suo essere fisico. Pensa che certe sorprese che il suo corpo le riserva non le siano state adeguatamente spiegate. Il suo nuovo corpo non le piace, la imbarazza, fa fatica ad abituarcisi, come in fondo accade a tutte le adolescenti. E ne soffre, come soffre quando scopre, poco più avanti negli anni, il ruolo di fattrici che la Società sembra avere assegnato alle donne, senza offrire alternative “dignitose”. Poi arriva l’età degli amori. Esperienze più o meno incerte, pasticciate prima, e esperienze mature, complete, torrenziali e debordanti, dopo. Cosa c’è tra il prima e il dopo? Neanche a dirlo c’è Luca, il classico uomo giusto: tutto andava così bene con lui! Ma, come spesso accade, Luca si trasforma nel mitico amore perduto, per ritrovare il quale la nostra protagonista sembra disposta ad affrontare le prove più estreme, scoprendo, di ragionamento in ragionamento, che la questione identitaria non riguarda unicamente chi si sceglie di amare, quanto aspetti di sé solo all’apparenza sommersi. O forse, semplicemente, le affronta per punirsi di aver-lo perduto. Vanessa punisce tutti gli uomini che la desiderano, che la eccitano e ai quali può anche concedersi, ma non darsi. La seguiamo dunque di letto in letto, di riflessione in riflessione, di esperienza in esperienza: non si nega nulla. La seguiamo nei suoi ricordi e nelle dolorose introspezioni, che continuamente si punta alla tempia come un revolver dal quale potrebbe partire casualmente il col-po fatale. Alla fine, che romanzo avremo letto? Suggerisco sommessamente una risposta: un romanzo d’amore.

Carlo Giuseppe Alfieri.

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