Il gatto che cadde dal sole

di Simone Maria Navarra, recensione a cura di Alessandra Di Gregorio.

il gatto che cadde dal sole

Quando si parla di gatti nella letteratura mi vengono subito in mente Il Gatto con gli Stivali e Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, ma mi viene anche da appuntare la mia attenzione al gatto di Taine, ovvero a Vita e opinioni filosofiche di un gatto, dove il cinismo all’apparenza la fa da padrone, e il filosofo ci dà uno straordinario esempio di rappresentazione metamorfosata di quella che è la Società di sempre. Lo zoomorfismo è un indicatore utilizzato in letteratura come strategia che induce nel lettore – e dunque nel cittadino – un rispecchiamento, che sia immediato oppure più sottile – fino al punto di portarlo a trarre conclusioni rispetto all’argomento oggetto di disquisizione. Che sia in forma di trattato o di fiaba, piuttosto che di letteratura leggera, l’uomo con la penna in mano da sempre ha visto nell’uso del traslato animalesco, una importante fonte di ispirazione.

Il romanzo breve di Simone Navarra mi ha sorpreso principalmente per il suo non essere banale. Il passo tra la semplicità – che è una dote che va al di là delle competenze linguistiche acquisite e acquisibili – e l’elementarità intesa come mancata capacità di spessore, è sempre troppo breve, ma Navarra ha dalla sua una schiettezza fascinosa e solare, ilare quasi, che gli permette di scrivere in modo delicato, privo di complicanze e di retoriche – perché appunto tale appare, a voler interpretare le sue scelte linguistiche e narratologiche, la sua volontà più probabile.

Il gatto di Navarra è un trovatello che vive per le strade di Roma e confesso che quando ho cominciato a leggere di questo piccolo in balìa delle condizioni atmosferiche avverse – oltre che dell’inconveniente più grande, che è quello relativo al fatto di non avere nessuno che si curi di lui – ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un trovatello umano, come nella tradizione dickensiana. Certamente ammetto che lo stile di Navarra non sempre mi convince. Ci sono evidenti sbavature qui e lì durante la narrazione, ma per quelle, quando un testo ha il suo cosiddetto “perché” – e dunque l’Autore stesso si rivela possessore del quid che gli permette di scrivere coinvolgendo il lettore, e al lettore di percepire l’aura stessa della giusta interpretazione “fiabesca” della vita vista da un osservatorio impensabile, ricco di spunti ironici e importanti, spesso anche molto simpatici o addirittura commoventi – c’è sempre una possibilità d’intervento. Lungi dal voler trovare paralleli con altri esempi più o meno noti, Navarra racconta di una comunità di gatti randagi e sembra racconti invece di una comunità – perché no? – di rom accampati negli angoli periferici di una città italiana qualunque, in grado, al di là della nostra capacità di “pensarli in grado di”, di esprimere e racchiudere all’interno di un piccolo cerchio, vizi e virtù propri di tutte le comunità sociali costituite.

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Alessandra Di Gregorio.

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