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9 gennaio 2009

Simone Piazzesi

Oggi parliamo con  SIMONE PIAZZESI, autore de «Il giorno che vidi il tuo volto»

———————– intervista a cura di Alessandra Di Gregorio

A: Scrivere. Perché?

S: Perché è un modo di conoscersi, anche tramite il giudizio degli altri.

A: Scrivere. Cosa?

S: Quello che si conosce, che sentiamo nostro e che ci piace indagare.

A: Tu come scrittore/scrittrice. Chi sei e come ti poni?

S: Un piccolo artigiano della parola. C’è chi dice che sei pieno di te solo perché ti definisci scrittore. Ma chi sa cambiare le tubazioni di casa è pieno di sé se si definisce idraulico?

A: La penna per te corrisponde a…?

S: Non l’ho capita… mi viene in mente il signor Bic che quando è morto ci ha lasciato le penne!

A: Come ti collocavi nei confronti della scrittura prima di pubblicare un libro, e come ti senti adesso, stando ufficialmente su questo palcoscenico che si reinventa di continuo?

S: Più o meno come adesso, con due differenze sostanziali però: la prima è che avendo un pubblico che legge e giudica sento la mia opera più “finita”. La seconda è che forse ci sono più stimoli a continuare. Pensate che i Rolling Stones avrebbero continuato a comporre canzoni fino a 60 anni se non avessero mai pubblicato il secondo disco?

A: Se dovessi usare tre aggettivi per definire il tuo stile ponendoti però a distanza da esso, ovvero come il lettore della situazione e non come l’autore del libro in questione, quali useresti e perché?

S: Porsi nella posizione del lettore, per l’autore, è parecchio difficile… perché l’opera è impregnata di te ed è difficile vederla da fuori… posso però provare a dire, per quanto riguarda le poesie: essenziale, concreto, lirico.

A: Il tuo libro: riassumilo brevemente e spiega perché qualcuno dovrebbe scegliere di acquistarlo, leggerlo e poi riporlo con cura nella propria biblioteca personale.

S: Sono 45 poesie composte nell’arco di 10 anni, quindi molto diverse per tema e stile. Ci sono versi d’amore, versi di contemplazione paesaggistica, versi solari e altri più cupi. Perché acquistarlo? Perché la poesia dona istanti di serenità, inoltre la mia poesia è immediata, poco simbolica, per niente ermetica. Non c’è bisogno delle note a piè di pagina per capirla.

A: Modelli, forme, criteri e scelte. Si parla molto di tecniche di scrittura creativa e di chi si dice pro o contro. Cosa ti guida, allora, da un punto di vista squisitamente tecnico, durante il flusso della scrittura?

S: La prima fase, specie per la prosa, è quella più istintiva dove “si butta giù il maiale” come dice un mio amico scrittore, in cui è fondamentale anche il “divertimento di scrivere”. Poi vengono le varie fasi di rilettura, di sistemazione, di limatura. Anche se in modo diverso, vale qualcosa di simile anche per la poesia. I corsi di scrittura creativa non mi stanno tanto simpatici, anche se riconosco che certe tecniche sono in effetti vivisezionabili. Ma il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Non sto dicendo che io ce l’ho, sto dicendo che un corso può servire ad affinare una qualità che già possiedi, se la possiedi.

A: Le occasioni. Cosa ti emoziona, cosa ti stimola il ricorso alla penna? L’uso che ne fai, è per metabolizzare esperienze biografiche – e per esperienza biografica s’intendono anche quelle concernenti l’anima o fatti derivati dalla propria immaginazione/fantasia spinta – o si pone come “sforzo” d’immaginazione per riempire fogli che altrimenti sarebbe un peccato lasciare vuoti? Vale a dire: scrittura d’occasione o scrittura per mestiere?

S: Tento il più possibile di allontanare la scrittura dallo stretto vissuto personale. Le tue esperienze e conoscenze sono fondamentali, ma devono servire come bagaglio di utensili con cui costruire qualcosa di “altro” da te. Poi si possono anche scrivere bellissime pagine biografiche, ma se riesce a farne di bellissime  non biografiche sei sicuramente più bravo. La poesia è invece, per forza di cose, più legata al tuo vissuto, anche se cerco di utilizzarla come mezzo per scoprire il reale più che per raccontare me stesso.

A: Post stesura finale. Metabolizzi in quali modi la fine della stesura di un’opera, ovvero: la lasci mai andar via, o ne resti schiacciato al punto che una critica, una osservazione su di essa, ti pungono fino a farti male? Qual è la tua sensibilità d’artista. Parlaci della tua esperienza diretta.

S: I complimenti fanno sempre piacere, così come le critiche pungono, è naturale. Ma se una critica aiuta a scovare dei nei effettivi, e quindi ti aiuta a migliorarti, è positiva. Altrimenti la si accetta ma non tocca quella che è la mia idea sul valore di ciò che scrivo.

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